
Giorno libero. Quando mi sveglio, il rituale è: dieci minuti, massimo!, a cincischiare con il cellulare, poi colazione, Nastrina alla marmellata e caffè, ed esercizi aerobici, faccio diverse fasce muscolari ogni giorno (e spero che le combinazioni decise non comportino danni); infine, mi rifaccio il letto come fossi alla leva militare. Rituale finito, direte voi. E invece no. La mia mattinata è tutta un rituale, al quale non è che non sfuggo, proprio mi ci tuffo. Passo alla doccia, entro in bagno con addosso le mutande da cambiare e in mano quelle da indossare. Il cellulare nella stessa mano, è pronto a garantirmi una colonna sonora per i minuti sotto l’acqua calda. Ultimamente ho cominciato ad usare il sapone piuttosto del bagnoschiuma; e lo shampoo me lo spremo in testa subito all’inizio e un altro po’ alla fine. Il lavaggio più risciacquo dura in media due canzoni indie folk, quelle sempre uguali l’una con l’altra: in fondo anche ascoltare miliardi variazioni della stessa canzone mi mette in uno stato di calma e culla.
Prendo l’asciugamano dal gancio immaginario -l’angolo del mobiletto in legno dove tengo il mio armamentario da toilette- e mi asciugo sopra il tappetino che sta sotto il lavello che sta sotto lo specchio che sta di fronte a me. E’ appannato, e va bene così. Ogni tanto, al mio desiderio di vedermi, meglio un sano non si può. Apro la finestra in alta ribalta, così il vapore esce a zig zag oltre lo scuro mezzo chiuso mezzo aperto a fisarmonica. Cancello la condensa dallo specchio, il mio viso appare rosso, i miei capelli più scuri, la barba come legata ad un peso. Mi asciugo ancora una volta testa e viso, e poso l’asciugamano sullo scaldabagno spento, in modo che si asciughi, affari suoi come. Mi pettino, oh quanto mi piace vedere i miei capelli ritrarsi in file precise all’ordine dei dentelli del pettine, oh quanti capelli ci sono ancora! Oh…cos’è quel buco? E’ una stempiatura? Noooo…forse un po’….cambio angolatura per vedere se la stempiatura è reale o un’allucinazione dei miei occhi, ma sembra reale. Espiro e decido di accettare la cosa fino al giorno dopo, al prossimo post doccia, alla prossimo studio della stempiatura: magari col tempo svanisce. Per consolarmi bagno la barba nel nuovo prodotto del mio armamentario, l’olio da barba con argan e altre essenze che hanno un profumo di miele e uomo. Me la massaggio, la tiro, la guardo luccicare, almeno so che lei mi accompagnerà per sempre. E’ fedele. Peli fedeli, onesti e irsuti.
Tempo di altre tre canzoni indie folk che hanno dato spazio con coraggio al banjo e alla fisarmonica, al mio lavaggio dei denti e alla distesa del deodorante sulle mie ascelle a ciuffi di prateria, e sono in camera. Silenzio il cellulare. Trasferisco sul letto mutande, calzini appallottolati, maglia da sotto, felpa con cappuccio nera, recupero i pantaloni del giorno prima appesi sullo stand che la vecchia coinquilina mi ha dato in dotazione e in garanzia: nel senso che se si rompe niente di grave, garantisco che uno nuovo non costa molto. Infilo nelle tasche gli oggetti indispensabili, il portafoglio, il gel per le mani!, cuffiette, mascherina, cellulare, do un’occhiata al soggiorno, se è tutto a posto, le finestre chiuse, le manopole del gas in linea con il punto bianco appena sopra, e esco di casa. Arrivato al cancello, mi accorgo di essermi dimenticato la borsetta comoda ed anatomica per la spalla, quella in cui infilerò la spesa per i prossimi due giorni, massimo tre. Torno dentro. Torno fuori. Il cielo ha un che di confuso, sembra minacciare di piovere, sembra minacciare di scaldare, sembra minacciare senza troppa convinzione. Comincio la mia passeggiata abituale verso il centro città.
Costeggio il cavalcavia, la strada scende o sale come un’onda adatta per il surf, le macchine e gli autobus la solcano con i clacson che sembrano gridare “Uuuuuuhhh viva il surf, e levati dalle palle coglione!”. Incrocio un ragazzo di colore con le sopracciglia tristi come quelle di un coniglio, una coppia di anziani che litigano sulla versione di un ricordo, supero un caseggiato arancione, sul terrazzino un altro uomo di colore che dice qualcosa che non capisco ma lo dice così convinto da convincermi. Il vialetto sul retro della stazione, quello che porta al sottopasso dei binari, ha un che di elegante, eccetto per i cestini della spazzatura, scambiati per ampie discariche. Un ragazzo mi supera di fretta, lo zaino nero da professionista sportivo, e un nero mi cammina incontro con le gambe che formano tante parentesi, le braccia come ciondoli, la faccia che sussurra che cazzo’ardi. Zampetto sui gradini del sottopasso, la luce fioca dei neon, una donna cammina sicura e con il viso da tenente in pensione. Supero la curva e sono sul rettilineo, sulla festa della stazione, tra i passi affrettati, tra i tabelloni colorati di orari e destinazioni, di gruppetti e solitari in preda ai loro impegni, ai loro non impegni, alle loro prospettive per la giornata. Zigzago, supero, rallento, supero ancora e seguo la scalinata che esce dal sottopasso. Giro a destra, il salone della stazione con il suo trono a forma di tabellone nero e scritte arancioni in pixel dichiarati. A sinistra una libreria, a destra un’edicola, io dritto e poi ancora a destra, verso le porte automatiche, che promettono una luce nuova, un’immagine gloriosa e quotidiana. Esco e la città è davanti a me: io sono davanti a lei. L’anello stradale che la cinge, mura moderne, scalpita, gli autobus incedono, i palazzi e gli alberghi svettano subito dopo gli alberi, i semafori si alternano come da dovere, i pedoni aspettano, navigano, gesticolano come in attesa di un momento successivo; come al cinema, prima che il film abbia inizio. Io attraverso le strisce pedonali, gli svincoli stradali e seguo per il marciapiede largo, il canale a qualche passo, pure lui gorgoglia come fosse del giro, e i mattoni delle mura che si stendono in verticale. C’è già l’odore dello smog, c’è già l’odore dei caffè e dei dentifrici da poco schiusi e richiusi.
Le vetrine mi riprendono, quella di un kebab chiuso che vende trancio di pizza e lattina di Coca Cola a cinque euro, quella di un negozio di sigarette elettroniche azzurro fosforescente, quella di una gelateria chiusa che espone frutta fresca per far capire, o dare l’impressione, o entrambe, che lì si parte dalla freschezza dei prodotti. La mia immagine sbiadita svanisce davanti al varco che da sull’autostazione, un piazzale decorato da felpe larghe, sigarette, birre e motori che aspettano un segnale. Ricompaio e compare, oltre la mia immagine, il bar dalle pareti arancio, le sedie come di legno e di bronzo, le brioche su dei piattini con l’etichetta a bandierina con il gusto: il bar dove faccio colazione. Due controllori con il giubbotto blu da controllore passano, se la ridono, un nero con le treccine e la bicicletta pensa a quanto può andargli male, o almeno l’espressione è quella, due ragazzine sono sedute sui posti alti, esterni, affianco alla porta a vetri. La apro, saluto, sorrido anche se il sorriso è nascosto dalla mascherina: spero sempre che le labbra si disegnino a partire dagli occhi. “Ciao ragazzo!” mi dicono le signore che preparano i vassoi, che tengono i conti, che portano avanti la baracca. Entrambe bionde, una con i ricci corti, la voce squillante, ha il cipiglio da capa; l’altra, occhiali a montatura modesta, capelli lisci con coda, ha il cipiglio del secondo allenatore, quello che dopo il rimprovero del primo dice “Massì dai, andrà meglio la prossima azione, la prossima partita, la prossima vita!”. Ordino il caffè liscio e la brioche: il primo sarà liscio per sempre, la seconda può essere alla marmellata se mi sento salutista, crema se mi voglio viziare, cioccolato se dopo ho intenzione di fare una corsa che non farò. Mi metto fuori, le voci delle due adolescenti mi arrivano come un film a volume alto dalla televisione, una ha qualcosa di scandalizzato nel tono, l’altra risponde con scandalo allo scandalo, ma più per fratellanza. Sul tavolo arriva la colazione, la faccio, morsico, mastico. La strada scorre, funziona bene. Il caffè in due sorsi, per fregare il tempo. Mi rialzo, ora le due ragazze stanno fumando per scandalizzare chi circola attorno a loro. Tengono le sigarette sulla mano come fosse un premio, una stranezza e il loro diario segreto insieme. Pago e sorrido, “Grazie ragazzo!” “Grazie a voi!”. Continuo per la mia strada che prevede la vetrina di un negozio da skater o surfer, con le felpe a stampe complesse impresse sopra, altri due ragazzi di colore che ridono, una signora con il bastone che sembra aver bisogno di un bastone a sua volta tanto è l’inclinazione della schiena. Aspetto al semaforo pedonale. Non aspetto il verde, aspetto che la strada sia libera, incontestabilmente libera, che delle macchine non ci sia né il ricordo né il sentore, attraverso. Qualcuno mi segue, altri rimangono fermi, prudenti, sicuri che il loro turno di movimento sia nell’alternanza regolata del meccanismo. Il ponte sta sopra al fiume, niente di che o di nuovo, il fiume si arrangia, come le papere sopra di lui, niente di che o di nuovo. Il gorgoglio dell’acqua mi rasserena, come se fosse una presenza garantita, un porto per le orecchie: cambieranno i passanti, i negozi, il tempo e le papere, ma non il fiume. La farmacia, un edificio dagli arzigogoli storici, la scritta da leggenda anni ’80, ha una piccola coda di frequentatori del dolore, amanti degli antiinfiammatori: spero vivamente di unirmi alla combriccola il più tardi possibile. Mi stringo con il marciapiede, un omone con la maglietta bianca macchiata di altri colori e il casco da minatore mi viene incontro, deve passare con me. Sento arrancare una macchina in prima. Le spalle come risucchiate, i piedi rallentano in aria, scrutatori incerti di un posto dove atterrare sicuri; atterrano, e io riprendo il passo, supero un’impalcatura da dove scaturiscono tonfi di martelli, trapani che non conoscono timidezza né modestia, operai che trattengono bestemmie, pena gli sguardi sdegnati delle signore dalla capigliatura scolpita e incollata che si chiedono cosa stia succedendo in città con tutti questi lavori.
Portici, un negozio di scarpe, e un alimentari d’élite -la merce esposta come gioielli e orologi- da dove, con grande probabilità, sono uscite le signore dalla capigliatura scolpita e incollata. Il cinema, l’insegna spenta e la promessa di una riapertura che i bookmaker danno 1:100 e su cui i romantici hanno buttato buona parte delle speranze. E poi ancora un bar e Coin, le sue porte automatiche, le vetrine costruite con l’attenzione di un ingegnere dell’immagine, il profumo che mi invade, un po’ Armani qualcosa, un po’ Gucci qualcosa, un po’ Ralph Lauren qualcosa, un po’ di qualsiasi boccetta si trovi in quel piano terra ispirato ai salotti da whisky e affari. Seguo il portico che svolta a destra, scende leggermente, un gruppo di neri si parla con le anche, arrivo al supermercato. Il fruscio della porta automatica, la fredda goccia del gel sul palmo della mia mano, l’odore spalmato fino ai polpastrelli, arpiono un cestello e prendo, prendo, prendo, prendo, prendo, prendo, e pago. Esco, borsetta anatomica per la spalla tesa con il peso che si trasferirà presto nel mio stomaco a rate definite. La piazza che da oltre i portici ha una pioggia di raggi di sole che la bagnano con cura. Un uomo e una donna colleghi gesticolano come a dire che è ovvio, assolutamente ovvio, lui in giacca blu e camicia azzurra, lei con le braccia chiuse su di sè, il viso che si muove convinto su e giù, la gonna rossa che ha uno spacco accennato sul lato sinistro.
Riprendo la strada verso casa. Continuando a camminare, pesco le cuffiette, le unisco al cellulare come un ago alla vena, e seleziono una canzone. Una playlist conseguente decisa dall’app che mi accompagnerà fino all’appartamento. Fischietto a tempo, lo espello e me lo riprendo respirando, finché ne ho.
