Schianto frontale tra due auto: muore un 29enne
Il calcetto era di lunedì. Mi salutava con un abbraccio e, dopo tre mesi dal mio inserimento in squadra, aggiungeva un “Sono contento di vederti”. Lo diceva mantenendo quell’ambiguità sorridente della presa in giro tra amici.
Durante il riscaldamento chiedeva sempre la palla alta, così da poterla stoppare con il petto prima di calciarla. Era come se volesse lanciare il petto addosso alla palla: quel gesto sembrava dargli la carica necessaria per poi sparare un bolide terra-aria di contrabbalzo che finiva il più delle volte qualche metro sopra la traversa. Tirava con la massima potenza della gamba e il minimo controllo del corpo e, quando funzionava, il binomio garantiva lo spettacolo del goal sotto l’incrocio dei pali.
Ci metteva il massimo impegno, come se la partita fosse di categoria e non un ritrovo tra attempati costretti a tenersi in forma. In alcune occasioni, in alcune entrate difensive, l’agonismo si trasformava in irruenza e allora si alzava qualche lamentela dalla squadra avversaria. Lui rispondeva “E’ una partita di calcio!”. Quando segnava, e capitava spesso nonostante la coordinazione altalenante, esultava a braccia larghe e dava un cinque; esprimeva lo stesso livello di entusiasmo, forse dalla natura meno eccentrica, per i goal dei suoi compagni di squadra.
A fine partita analizzava gli aspetti del gioco. I ricci mori gli scendevano molli e bagnati sulla fronte e il tono di voce non sembrava risentire dell’andirivieni tra attacco e difesa. Mi chiedeva come avrebbe dovuto muoversi in quell’azione, che io onestamente non ricordavo, o come chiudere meglio nella fase difensiva. Se per me il calcetto era solo una maniera divertente di passare un’ora e mezza, per lui era un’attività in cui applicarsi. Sotto la doccia parlavamo di altro, di serate e di rapporti amorosi, di beghe al lavoro. Poi tornava sempre alla partita e mi chiedeva qual era stato il goal più bello, sperando – immaginavo, vedendolo sempre con quel sorriso stampato in faccia – che nominassi uno dei suoi.
Durante la cena di Natale, abbiamo parlato di cosa facevamo nella vita e della distanza da cosa avremmo voluto fare. Io ho raccontato della relazione che avevo avuto molti anni prima con sua sorella maggiore, poi della mia intenzione di scrivere libri. Lui mi ha detto che voleva costruire un aereo e lo ha detto con la stessa naturalezza di quando si racconta cosa si è mangiato a colazione. Abbiamo cominciato a discutere del miglior modo possibile di affrontare successi e cadute, ed eravamo d’accordo a grandi linee fino a che io non ho inclinato leggermente il piano verso il cinico e lui ha controbattuto, portando il piano verso il romantico, e di nuovo io verso il cinico e lui verso il romantico. Le mie parole sembravano essere state ferite dalle difficoltà mentre le sue parevano fremere per incontrarle. Era giovane.
