
Ero stato invitato dalla maestra Liliana. Anche se già al secondo anno di scuole medie, si ricordava di quanto mi piacesse quella giornata. Era di domenica e il complesso sportivo della Ghirada veniva addobbato con stendardi e cartelloni. Si incrociavano le dita per il tempo.
“Fai vedere ai miei alunni come si fa l’esercizio, ti diverti lo stesso!”. La voce non era solo allegra, denotava un immortale ottimismo che avevo ben conosciuto durante gli anni di scuole elementari. Dissi che andava bene, all’epoca mi facevo convincere con poco. Un po’ di ottimismo, per esempio.
I percorsi per i partecipanti, dalle varie scuole del circondario di Treviso, prevedevano ostacoli e birilli, sfide a palleggiare con una palla da basket o pallavolo, o a calciare con un pallone da rugby. Ce n’era per tutti i gusti. Mi ero presentato tra la confusione del cicaleccio generale. Gli alunni della maestra mi osservavano con l’ammirazione e un lieve timore destinati a chi era riuscito ad avere tre o quattro anni in più. Fu la maestra Liliana a parlare con il calibro di un megafono: “Lui vi farà vedere come si svolge l’esercizio! State attenti a ripeterlo il più velocemente possibile!”.
Saltavo e scartavo e palleggiavo sicuro. Quando l’esercizio prevedeva la conclusione a canestro, mi divertivo a schiacciare. Quando mi sarebbe ricapitato di avere a disposizione un’altezza abbordabile davanti a un pubblico così partecipe? Gli oooooohhhh si sprecavano.
Il sole era quasi perfetto nel mezzo del cielo, neanche una nuvola, e quel percorso era stato allestito sul campo da rugby. Niente di che: due salti evitando una corda, poi una sessione di passi a ginocchia alte per evitare degli ostacoli bassi e gialli, e infine il recupero della palla dal terreno per andare a fare canestro.
Tutti stavano aspettando la mia prossima schiacciata.
Fin troppo a mio agio con qualsiasi movimento del corpo, sottovalutai uno degli ostacoli bassi che colpii d’impeto con la punta del piede. Rovinai a terra e l’odore dell’erba mi riempì il naso. Non ebbi il coraggio di guardarmi indietro. Non sentii alcuna risata, solo la trasformazione del cicaleccio in silenzio. Rosso in faccia, mi rialzai come se niente fosse successo. Recuperai il pallone e, davanti alla retina, lo poggiai con delicatezza. Non sbagliai e non ci fu alcuna esultanza.
