SUL MIO FUNERALE

Una volta una ragazza mi ha detto di sperare che il suo funerale venga organizzato e inteso come una festa con balli, sorrisi e musica house a mitigare la tristezza. Mentre l’ascoltavo rimanevo sconcertato senza darlo troppo a vedere. Sarò eccentrico o egocentrico, ma io al mio funerale vorrei che tutti fossero belli tristi. Anzi, lo pretenderei vivamente. Difficile trovare un momento più adatto per dedicare un paio di lacrime al sottoscritto, dato che sono morto.

Nella morte non ci trovo niente di bello, la considero la più grande frode legalizzata della vita. I mezzi duri che ogni tanto borbottano “chissà che crepo così finisce sta tortura” parlano giusto per ripicca, per offendere la vita che in quel momento non sorride loro. Magari c’è qualcosa di più dopo eh, non dico di no, di certo non posso avere le idee chiare: magari c’è davvero un mondo celeste o un paradiso o un altro inimmaginabile (propendo molto per la terza opzione: altro inimmaginabile) ma a me piace qui. Non ho alcun interesse ad andare di là: non sono mai stato un curioso indomabile. Per cui siate tranquillamente tristi, nel caso accada. Nel caso in cui me ne vada, sappiate che non sono soddisfatto della cosa. Neanche un po’.

Per come me lo immagino, quindi, il mio funerale deve essere pieno di lacrime: prima ho usato il termine “un paio” ma sarebbero meglio fiumi e fiumi. Un pianto esagerato e limitante, singhiozzi e occhi rossi, gonfi. Visi straziati dal dolore. Urla che provengono direttamente dal cuore. Senza esagerazioni, sinceri eh. Non sentitevi in dovere, l’opzione di restarvene a casa è sempre valida. La scena me la immagino comunque sul pieno, come accade sempre quando a mancare è una persona giovane. La chiesa gremita fino al portone, difficile trovare posto perfino in piedi. Spererei -per venirvi incontro- di crepare d’inverno e non d’estate. Almeno tra un singhiozzo e l’altro si riuscirebbe a respirare. Teniamo per buono il fatto che sono su una bara e non su un’urna cineraria (devo dire che tra le due non saprei cosa scegliere, tanto non vedo come la cosa possa influire sul mio futuro) e passiamo al prete. Mi piacerebbe fosse un classico prete senza arte né parte. Con una bella chierica scomposta, tendente al vecchietto, vorrei non facesse né un bel discorso né uno particolarmente brutto. Direi anonimo, se potessi scegliere. Da dimenticare appena dopo averlo sentito. Il perché è presto detto: sarebbe fastidioso che al ricordo del mio funerale, uno dicesse “…E ti ricordi che bel/brutto discorso ha fatto il prete?”. No, no, no, non è lui il protagonista. Non voglio gente brava o eccezionalmente scarsa a fare qualcosa durante il cordoglio per la mia dipartita. Voglio robe del tipo “Non sappiamo i piani di Dio…”, “…Una vita dedita all’amicizia e all’amore…”, “…Lascia un buco nei nostri cuori”. Vago, buono, angelico.

 A fare invece un discorso più preciso vorrei fosse il mio amico d’infanzia Giulio Pupi Ferron. Mi piacerebbe si vestisse normalmente, da funerale, giacca nera, pantaloni neri, camicia non nera ma triste, un grigetto da nube piovosa, e, davanti al microfono, dicesse qualcosa di molto simile a questo: “Sono pronto ad ammettere qui, davanti a questa folla, che a calcio è sempre stato lui il più forte. Non sono mai riuscito a raggiungere il suo livello di destro raffinato, per non parlare della precisione dei passaggi e del gioco di prima. Sul recupero palla forse ci sarebbe stata l’unica possibile sfida ma le leve più lunghe, ancora una volta, gli hanno sempre dato un vantaggio innato. Ciao Campione, scartali tutti nel regno dei cieli proprio come scartavi me.”. Conciso, preciso e sincero. Ora, potrei accettare l’idea che le lacrime lascino spazio ad un veloce applauso per le parole di Giulio Pupi Ferron.

 Il successivo discorso dovrebbe essere tenuto da un mio vecchio allenatore di basket. Un esaltato dell’ultima ora che, pensando di poter ottenere chissà che risultati portandosi i pupilli dalla sua vecchia squadra nella nuova, mi aveva tagliato dalle rotazioni. Salirebbe sul palchetto con un fare mesto, quasi vergognandosi, gli occhi fissi sul foglietto che si girerebbe tra le mani. Si schiarirebbe la voce un paio di volte e partirebbe, il tono di un cane bastonato: “Se c’è un errore che ho fatto nella vita è stato quello di tagliare Elpuberamato dalle rotazioni del campionato giovanile provinciale dell’anno 2002/2003. Aveva un potenziale innato. Una visione di gioco originale. Ci sapeva fare con il passaggio e con il tiro. Sì, nel palleggio non sempre brillava ma…”. Qui, se qualcuno se lì è portati dietro, sempre con la faccia disperata, sarebbe autorizzato a tirare pomodori e ortaggi di vario genere. L’allenatore –si chiamava…Francesco? Alberto? Bastardo?- continuerebbe: “…ma era una promessa. Una promessa che il sottoscritto ha tradito. Mi dispiace, mi dispiace Campione. Fai vedere agli angeli chi comanda sul pitturato…e continua ad allenarti nel palleggio, per favore.”. Ok, qui forse viene a mancare un po’ di sincerità. Sono sicuro che non avrei fatto comunque molta strada nel basket, ma posso chiedere un po’ di falsa esaltazione gratuita almeno nel giorno del mio funerale?

L’ultima a salire e tenere un discorsetto vorrei fosse una ragazza. Una qualsiasi di quelle con cui sono andato a letto. Non sono molte. Vorrei che salisse sul palco e dicesse poche parole. “Era una grande persona. Un grande ascoltatore e una bella compagnia. Ma più di tutto era sconvolgente a letto. Una passione insanabile da cui ho avuto la fortuna di essere travolta.”. Stop. Singhiozzo. Lacrime. Lacrime. Lacrime. “Dio, che orgasmi!”. Applausi e lacrime. Mi rendo conto che forse è davvero esagerato, considerato il fatto che al termine dei vari amplessi il viso delle mie compagne non è mai stato particolarmente sconvolto, forse più preoccupato per i miei rantoli e le mie espressioni di godimento ma, se bisogna spararla tanto per ricordare quanto bella è stata una persona, meglio spararla sulle cose a cui uno tiene, no? E io ci tengo a soddisfare sessualmente la mia compagna. Magari a volte fallisco, ma l’intenzione di partenza è sempre quella.

Ci sarebbe la questione della particola e della comunione ma in pochi si alzerebbero, tanto è stretto il nodo allo stomaco e alla gola. Poi la bara verrebbe portata in cimitero e, appena prima di sotterrarla, ci sarebbe il rito ufficioso del gettare con il morto (me, in questo caso) una serie di oggetti che l’hanno appassionato e caratterizzato in vita. Ecco, qui avrei giusto una lista esauriente su quello che mi piacerebbe finisse in mia compagnia sottoterra nel caso in cui le mie idee sulla vita ultraterrena si rivelino errate:

-Il cd dei Blink 182, Enema of the State, l’unico che non ho mai smesso di ascoltare da quando ho dieci o undici anni. Non che lo ascolti sempre, sia chiaro, ma è l’unico che puntualmente, ogni tanto, finisce tra i preferiti di Spotify.  

-Il volume rilegato sui Mondiali di Francia ’98 uscito a fascicoli separati con Il Giornale. Dev’essere stata l’unica collezione che sono riuscito a terminare in edicola, ed è stata un’ottima compagnia in vari momenti spensierati di quell’estate del 1998.

-Una palla da basket, e una palla da calcio. E le scarpe, sia da calcetto che da basket: non si sa mai che il paradiso sia un centro sportivo.

-La maglia di Carmelo Anthony ai New York Knicks.

-Sui libri, ci sarebbero tre titoli che vorrei avere con me, Il giovane Holden, Le mille luci di New York e Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, poi preferirei roba che non ho ancora letto. Fate voi, portate il vostro libro preferito. Non si sa mai che di fianco al centro sportivo ci sia una biblioteca.

-Sigarette. Vista la possibile situazione -tanta anima e nessun polmone- potrei ricominciare senza troppi sensi di colpa.

-Un paio di mutande, dei calzini e un bancomat, ma a quelli sono certo ci penserebbe mia mamma.

Direi che ci siamo. Si potrebbe calare. Mi raccomando, soprattutto in questo momento, lacrime e lacrime, e lacrime. Dateci dentro fino a che potete. Finché ne avete, perché -questo è un desiderio che forse esula dai confini del mio volere dato che esula dai confini del mio funerale- vorrei che dal giorno dopo, a lacrime finite, possiate riprendere a vivere risalendo la china della normalità. Chi più in fretta, chi meno.

P.S.

Molti penseranno che è facile star qua a scherzare sulla morte, quando sembra così lontana. Quando sembra non riguardarmi: in fondo ho poco più di trent’anni e sono in apparente buona salute. E’ un po’ come quando scherzi sulla calvizie e non sei calvo. O sui chili di troppo e non sei sovrappeso, o ancora sui single e sei serenamente accoppiato da anni. Beh, non posso che essere d’accordo.

Dev’essere terribilmente difficile scherzare sulla morte da morto.