SULL’ADOLESCENZA

“Abbiamo tutto?” chiese Steno, fissando il bagagliaio della macchina di suo padre e tenendo lo sportello aperto con la mano destra. Dade e Ruggero studiarono la composizione confusa di sacche e valigie, di palloni e ciabatte, un paio di ombrelloni sopra l’amaca arrotolata di Ruggero nell’angolo. “Sembra di sì”. “La mia amaca?”. “Lì, a destra”. “Perfetto”. “Andiamo?”. “Andiamo!”.

Partirono che erano le due di pomeriggio, con il sole, il cielo azzurro, e il caldo che faceva chiudere i finestrini e accendere l’aria condizionata. Lo stereo sparava a mille una canzone di un gruppo inglese, note leggere, il cantante che strusciava lamenti languidi. “Oh, ci fermiamo a bere un caffè?”. Per Dade, capelli sparati in aria e viso da bambino, il viaggio andava vissuto come un’esperienza univoca, senza imporre lo scopo dell’arrivo. Una sorta di parentesi vacanziera che racchiudeva la vacanza stessa. “Cazzo, non abbiamo fatto neanche venti minuti di strada!”. Steno lo guardò dal finestrino retrovisore. Guidava con una posa ordinata, il sedile ben distanziato, le gambe distese ad angolo, e le spalle dritte. Ruggero, seduto affianco di Steno, canticchiava la canzone con fare distratto, rispose un “Se volete!”, e tornò a intonare le parole che fuoriuscivano dall’autoradio. “Così facciamo tre pause!” insistette Dade, la testa a spuntare tra i due sedili degli amici. “Ci sta!” disse Ruggero. Steno sbuffò, “…Tre pause in tre ore di viaggio?”. “Che cambia se arriviamo mezz’ora prima o dopo? E poi in macchina non possiamo fumare!”. “Questo lo ha deciso mio padre…”. “Certo che non vede la macchina per una settimana…voglio dire, anche se fumiamo due sigarette non è che…” disse Ruggero. “No, no, non esiste”.  La canzone cambiò, una chitarra elettrica prese il sopravvento su un giro di batteria. “Ok, ok. Ci fermiamo. Caffè e sigaretta. Oh…” puntò il dito su Dade, l’occhio azzurrino e il naso aquilino uniti alle spalle larghe gli donavano un tono intimidatorio. “…Tre pause, al massimo. Ok?”. Dade alzò il pollice, sorrise: “…Al massimo fumo in macchina la quarta”. Ruggero rise. La strada era dritta, il grigio del cemento faceva da contrasto alle erbacce gialle oltre il guardrail, e i cartelloni pubblicitari di supermercati e rivendite di automobili vivevano di promesse perennemente da mantenere.

Ruggero fece uscire il fumo dalle labbra come se al posto di espellere qualcosa, qualcosa lo riempisse di gioia. L’aria aveva già un aroma salato, mischiato agli aliti che sapevano ancora del caffè appena bevuto e delle sigarette appena accese. Si erano messi sul parcheggio davanti al bar, Ruggero aveva anche comprato una rivista di musica a cui era stato abbonato due anni prima, quando con il gruppo sbancava alle sagre di paese, conquistando più ragazze che doti musicali. Dade invece si era preso la Gazzetta e scorreva i titoli tenendo il giornale piegato a metà. “Stasera come siamo organizzati?” chiese, mentre gli occhi si soffermarono sulle notizie di calciomercato. “Mah…” fece Steno, si grattò la testa. “Andiamo al Terrazzino, no?” domandò Ruggero. Fecero tutti un tiro di sigaretta. Steno roteò appena il polso, disse: “In teoria è pieno di figa stasera. Me lo ha confermato mio fratello”. “E allora perché in teoria? Andiamo cazzo!”. Il tono di Dade si fece saggio e perentorio, come un Leonida davanti ai suoi 300 spartani. La Gazzetta infilata sotto l’ascella, quasi già dimenticata. Fumarono. Ruggero fece due tiri ravvicinati, strizzò gli occhi per un po’ di fumo invadente (ma mai troppo), e spense la sigaretta sul cemento. “Andiamo, andiamo per forza.” “Per cena pizza? Ora che facciamo la spesa…”. Si rimisero in macchina e ripartirono direzione seconda pausa, secondo caffè, seconda sigaretta.

Il viaggio verso la casa al mare presa in affitto per l’intera estate dai genitori di Steno durò, com’era prevedibile, un po’ più del previsto. La macchina traballò imboccando la stradina sterrata e si alzò una leggera polvere dal ciottolato. “…E’questa?” “La numero 8A. Aspetta no, questa è…vedete un numero?”. I tre amici si stesero verso quella che era una casa a due piani, la facciata di un bianco sporco e il tetto a spiovente. “No, non vedo. Aspetta…eccolo là. 6D. No, va avanti.”. Ancora un po’ di polvere e la macchina si fermò davanti all’indirizzo esatto: una casetta con lo steccato riverniciato da poco, due piani con un terrazzo al secondo che ricordava una casetta di montagna. L’edera rampicante si stendeva sotto la parte destra del terrazzo, alcuni pini sempre a destra facevano ombra sul giardinetto mentre nella parte illuminata dal sole una piccola piscina scavata brillava come fosse un invito di matrimonio. Dade e Ruggero scesero dalla macchina; rimasero abbagliati -le bocche leggermente aperte e ferme- da quella che sarebbe stata la loro reggia per la settimana a venire. Steno li raggiunse dopo aver parcheggiato su un incavo dello steccato. “Allora?”. I tre presero i pacchetti di sigarette e accesero ognuno la propria sigaretta. Fecero un bel tiro. “Questa settimana ci spacchiamo.” “…E scopiamo.” “Ci spacchiamo e scopiamo”. Forse non era vero, forse non avrebbero fatto niente, ma era quel noi a gasarli più della sostanza delle intenzioni. Il noi e la casa. Steno cinse le spalle di Dade e Ruggero. “Questa settimana ce la ricordiamo” disse, fissando il set reale e perfetto delle loro avventure sognate.

Agganciarono l’amaca di Ruggero tra i due pini del giardino. C’era una leggera brezza, umida ma piacevole, che li faceva muovere senza troppi affanni dalla macchina alla casa, dove si divisero le stanze. Steno prese la camera matrimoniale,  Dade la camera singola con i letti a castello, Ruggero si accontentò del divano letto in salotto. Una volta svuotate le valigie tra gli armadi e i due bagni, fu proprio in salotto che i tre presero a pensare a cosa fare, con la sigaretta già accesa tra le labbra: il padre di Steno aveva vietato di fumare in macchina, ma riguardo la casa non aveva detto niente. “Ordiniamo le pizze?”. Ruggero annuì, sbronzò la cenere su di un pezzetto di carta recuperato dal comodino. Il divano sapeva di chiuso e di sabbia. “Abbiamo un listino?” chiese Dade mentre cercava di sprofondare sulla poltrona: sembrava sperasse di finire risucchiato in un altro mondo. Steno cercò sotto il mobile del televisore, dove c’erano i rimasugli dei suoi e delle loro giornate trascorse nei primi weekend di giugno, quando loro erano ancora a darsi da fare tra i banchi di scuola. “Non…non lo trovo. Possibile che non riesca mai a beccare dove mettono le cose…”. “Vabbè, ma ci serve un listino?”; Ruggero suggeriva l’utilizzo dell’immaginazione unita all’esperienza. Dade alzò le spalle, “Io so cosa prendo”. Steno si rialzò in piedi, si diede una sistemata al ciuffo castano con la mano che teneva la sigaretta, disse: “Facciamo senza, sì. Tanto io prendo la solita porchetta e patate.” “Io mi faccio una patate, wurstel e cipolla” annunciò  Ruggero. Dade: “Io vado di salsiccia, patate e gorgonzola”. Il tutto fu ordinato al telefono e venne aggiunta la birra. “Faccia sei bottiglie.” “Otto!” “Scusi, otto!” “Fai dieci, metti che…” “Scusi, die..” “Dodici, dodici. Quattro a testa.” “Dodici, faccia dodici…grazie.”.

A pancia straripante -doppia birra a testa, il resto in frigo- fu obbligatorio fare doppietta anche con le sigarette, come se in qualche modo il fumo inalato liberasse lo stomaco dal macigno volontariamente ingurgitato. Ruggero rollò anche una canna. “…Se becco Cinzia stasera al Terrazzino, giuro che vado lì e ci provo.” “Seeee” fece Dade, rise e prese la canna dalle mani di Ruggero. “Vaffanculo, vado lì e le dico che è troppo figa.” “Dici che funziona?” “Boh!”. “Devi saltarle addosso…”, Ruggero alzò il dito, “…senza essere invadente.”. “Un ottimo consiglio.” “Come cazzo si fa a saltare addosso e non essere invadenti?”. “Ma dai, le solite cose…”, Ruggero da disteso si mise seduto sul divano. Dade, dopo aver fatto due tiri profondi, passò la canna a Steno, che si era messo su una sedia recuperata dalla cucina. I cartoni di pizza sventrati e macchiati sul comodino di vetro centrale. Ruggero continuò, dopo un rutto che gli fece tremare la gola, “…Vai lì e ti strusci, no? Lei se non si allontana, vuol dire che è d’accordo, e quel punto…beh, vedi tu che fare!”. La canna riempiva la casa di barlumi di pensieri che crollavano su loro stessi, il profumo distraeva anche nelle operazioni più semplici. Era il silenzio degli eroi. “Cazzo sì!” furono le parole di Steno che conclusero la discussione. “Ci prepariamo?” chiese Dade con gli occhi che vivevano già in un futuro prossimo. “Cazzo sì!”.

Il più in ghingheri era -neanche a dirlo- Steno. Si era messo una camicia di lino e dei mocassini di pelle marrone che sembravano usciti da un negozio specializzato in scarpe da cinquantenni. Dade aveva messo una polo bianca, Ruggero invece si era accontentato di un paio di pantaloni leggermente strappati e, sopra, una maglia bianca che gli metteva in luce il tatuaggio tribale sull’avambraccio. Sapevano tutti di deodorante o gel per capelli, sapevano tutti di profumo ben spruzzato al collo, sapevano tutti che sarebbe stata una serata da promossi o bocciati. In macchina Steno lasciò fumare un paio di sigarette a testa, per sfogare la tensione. La strada che seguiva l’andamento della spiaggia fino al Terrazzino era piena di luci di lampioni e insegne di locali. Le famiglie navigavano in un placido ritmo di passeggini e bambini con il gelato in mano. Qualche nero vendeva tappeti e borse ai margini dei marciapiedi. Le macchine avanzavano lente, per uscire alla rotonda e prendere la via appena fuori non invasa dai pedoni. Steno ora sfrecciava in quinta e i finestrini erano abbassati.  I grilli cantavano, e i prati lasciavano la visuale libera sui palazzi visti da vicino poco prima e illuminati a chiazze. Qualche faro puntava il cielo a stelle vigorose. “I preservativi li abbiamo?” “Ce li ho io.” “Per fortuna.” “Cosa sono?” “Durex normali.”. Merda, pensò tra sé e sé Dade, quelli non riesco neanche ad infilarli.

Parcheggiarono abbastanza lontano da vedere solo le luci del locale ma abbastanza vicino da mescolarsi ai gruppi di ragazzi e ragazze più o meno cresciuti -tutti con un modo di gesticolare estatico, la camminata seria e da tono predatorio- che si dirigevano al Terrazzino. “Quanta…”, “Tanta…”, “Davvero tanta…”. Facevano fatica a tenere gli occhi stabili su una ragazza che subito se ne sostituiva un’altra, non più bella, non meno bella, semplicemente più stimolante perché appena scoperta: erano i secondi a scandire i rapporti, non i mesi o gli anni.

Superarono l’uscio del Terrazzino e si ritrovarono nel grande spazio vetrato, infissi bianchi, che prevedeva un bar circolare centrale. Oltre il bar, oltre i divanetti sparsi e oltre gli spazi utilizzati per passare da un tavolo all’altro, il mare, nero, scuro, vicino e lontano. La musica aveva un che di battuto e tamarro. I bicchieri venivano bevuti tra un sorriso e l’altro, le sigarette fumate tra un sorso e l’altro. “Io vado a ordinare…” disse Steno, strusciandosi le mani senza troppa foga –aveva paura di rovinare il ciuffo di capelli con troppi scossoni del corpo- “…cosa prendete?”. Ruggero: “Mmm…Gin tonic!”. Dade prima di rispondere incontrò lo sguardo di una ragazza –si chiamava Martina- che, in piedi e dopo una risata, si perse con lo sguardo e sembrò in qualche modo ritrovarsi nel momento in cui posò gli occhi su Dade.


Martina si era messa il suo vestito preferito per la serata, uno abito nero che -secondo lei e le amiche Veronica e Federica, anche loro con addosso la loro mise migliore- le slanciava le gambe e le faceva un sedere più sodo. Non che non lo fosse, ma a Martina prendevano ogni tanto degli strani dubbi su cosa fosse sodo e cosa no, specialmente quando la questione riguardava il sedere.

Ci avevano messo un paio d’ore a sistemarsi prima di arrivare al Terrazzino. Avevano in programma di cenare fuori ma la cena saltò proprio per dare spazio alla cura maniacale della loro apparenza. Avevano solo un bagno in appartamento, quindi dovevano alternarsi con pazienza, lasciando che ognuna non si sentisse pressata dalla fretta dell’altra. E per realizzare la missione senza noia -sensazione che intendevano evitare come la peste- decisero, su idea geniale di Federica, occhi a forma di gatto e sorriso finto innocente da quadro del ‘600, di andare all’alimentari al piano terra e prendere una bottiglia di vodka e una di gin, e due toniche e una lemonsoda. Le sigarette ce le avevano; la musica anche: c’era lo stereo dell’appartamento, proprietà del padre di Martina. “Fumiamo dentro stasera!”. Martina si era messa a ballare sotto le note di una canzone probabilmente dei Rolling Stones. I cd erano quelli dei suoi e non aveva alcuna intenzione di diventarne un’esperta. Con il pezzo sopra del costume e degli shorts larghi e comodi,  muoveva il bacino cercando il ritmo, la mano destra teneva salda la bottiglia di vodka, la sinistra la sigaretta. Federica la seguiva agitandosi contorta sul tappeto, sempre sigaretta su una mano, bicchiere di gin e lemon nell’altra. Ogni minuscolo sorso necessitava di una pausa per il bruciore allo stomaco. Una pausa e un gran bel tiro di sigaretta. Quando uscì Veronica dal bagno quasi dispiacque loro, di lasciare la festicciola improvvisata così libera da regole sociali che le dovevano vedere sempre agghindate a dovere. “Vai tu?” “No vai tu!” “Vai tu, dai!”. Martina fece la faccia da vittima, il mento schiacciato verso il collo, la testa inclinata di qualche grado. Veronica, obbligata sostituta alle danze, sussurrò un veloce “Arriivoooo!”, andando in camera ad asciugarsi, mettersi mutande, reggiseno e pantaloncini corti, e spalmarsi la crema per il viso che aveva comprato lo stesso pomeriggio nella farmacia di sotto.

Avevano da poco disfatto le valigie, si erano rilassate con un caffè e un’immancabile sigaretta sul terrazzino che dava sulla spiaggia e sul mare. L’odore di olio da sole e di pelli abbrustolite arrivavano fino al quarto piano, così come i brusii delle auto e del traffico pedonale dalla parte opposta dell’appartamento. Fu Veronica ad annunciare quello che aveva già ricordato in corriera durante il viaggio: “Vado in farmacia a prendere la crema. Cazzo, ti pareva che mi finiva proprio questa mattina?”. “Ti accompagno!” aveva fatto eco Federica, “Mmmm”, Martina fece due tiri ravvicinati della sigaretta che oramai era ridotta al solo mozzicone, “…Aspettatemi, arrivo!”. “Le chiavi?”. Martina si batté l’indice sulla fronte, “Le chiavi, le chiavi, le chiavi…eccole!”. Erano state lasciate in un posto tra il sopra e il sotto, l’interno e l’esterno, la destra e la sinistra. “…Andiamo!”.

Per entrare in farmacia bastava girare l’angolo del portone del palazzo, e superare uno di quei bazar con i gommoni e i palloni trattenuti da una rete a maglia larga. L’aria condizionata del locale aveva un che di frigo. L’ordine degli scaffali, le creme e gli shampi, gli integratori e i medicinali posizionati minuziosamente, facevano parte del mondo che Martina, Federica e Veronica avevano lasciato a casa. C’entrava talmente poco quel modo di stare, di apparire, che pure le commesse bardate del leggero grembiule bianco sembravano fuori luogo…Perché non avevano addosso un costume? Veronica ciabattò fino al bancone, mentre Martina e Federica, ostinate a mantenere la propria idea di infinita libertà da mare e vacanze estive, fecero una cosa che nella farmacia di quartiere non avrebbero mai fatto. Si misero davanti alle scatole dei preservativi, a studiare cosa offriva il mercato e, nel caso ce ne fosse l’occasione, a ridere sguaiatamente.  “Questi, questi! Io voglio trovare un uomo che indossi questi!”. La scatola che indicava Federica aveva una scritta centrale in caratteri cubitali che recitava come una preghiera, un inno e una medaglia: XXL. “…Ma aspetta, esiste il gel lubrificante all’anguria?”. “Dove, dove?”. Martina indicò un dispenser bianco elettrico a strisce arancioni, dove in nero venivano specificate le caratteristiche del prodotto, tra cui il leggendario “watermelon taste!!!” con tre !!! punti esclamativi. Risero, pensando entrambe senza dirselo che tre punti esclamativi per una passera al gusto d’anguria fossero davvero eccessivi. “Eccomi, eccomi…”. Veronica tornò, la sporta della crema in mano. “…Ma scegliete senza di me?”. “Tanto tu non li usi neanche!” disse in tono canzonatorio Federica.

In corriera, la stessa Veronica aveva fatto la confessione importante alle amiche. Era andata a letto con Marco, il suo quasi ragazzo, senza avergli fatto mettere il preservativo. “Noooo…” aveva esclamato Federica, “…Ma sei pazza!?”. Martina, quando si trattava di discussioni riguardanti il sesso, il petting, i peni degli uomini e gli altri misteri della sua vita, rimaneva in silenzio ad ascoltare. La cosa che risultava inaspettatamente sorprendente era che fosse stata Veronica a fare un’esperienza del genere. Non Federica, di carattere bizzarro ed eccentrico, ma Veronica, la studentessa da dieci in matematica e italiano. La ragazza dalla frangia ordinata e gli occhi azzurro acqua. La ragazza seria ed educata. Sicura e mai fuori luogo. “…Beh, almeno è cambiato qualcosa?”. “Oooh, sìsìsì!”. “…E cosa?”. Federica e Martina avevano i colli tesi come violini, allungati come giraffe alla ricerca di cibo su un ramo leggermente più alto degli altri. “…E’ MOLTO PIU’ DURO!” esclamò Veronica, come deve aver esclamato “GIRA!” l’uomo che a suo tempo inventò la ruota.

Stava per partire. Le valigie le aveva fatte. I suoi avevano stilato le regole da tenere in casa e in generale nella vita di tutti i giorni. “Mi raccomando!”, aveva detto suo padre. “Che non ci tocchi piangere!” aveva aggiunto, con il solito tocco melodrammatico, la madre. Martina aveva detto per un milione di volte sì. Ai vari stai attenta, chiama se non sai, non bere troppo, non fumare troppo, ecc. ecc. Ora aspettava distesa sul suo lettone la mamma di Veronica, per il passaggio in stazione. Le labbra sottili si contorcevano sorridenti nei pensieri, gli occhi marroni fissavano il soffitto, il naso leggermente uncinato ogni tanto faceva un salto, come un segno di vita. Martina pensava a che, forse, magari, chi lo sa, in quella settimana al mare che l’aspettava le sue labbra avrebbero incontrato per la prima volta il sapore del pene di un ragazzo. Per la prima volta, e con quel ragazzo, ci sarebbe andata a letto. Forse. Per la prima volta –perché no?- avrebbe vomitato l’anima dopo aver bevuto e fumato troppo. Magari avrebbe fatto l’alba addormentandosi un po’ dove capitava, o avrebbe ballato fino a mezzogiorno del giorno dopo, per la prima volta.

Martina sul lettone pensava a tutte le cose che ancora le mancavano, e, leggermente tesa per l’inesperienza che avrebbe dovuto trasformare in esperienza, sorrideva.