
Un giardino con alberi alti, larghi e fini, una siepe riccia come i capelli afro, una distesa di cemento a mo’ di tappeto rosso, solo che grigio. Le porte a vetro poco più avanti, alla fine di una scalinata bassa, riflettono luce e riflettono l’ombra dell’interno. L’edificio è arancione, o beige o color miele, e c’è un vociare di grilli che sanno parlare, pronunciare le a e le o, ma non saprebbero ancora leggerle o leggerle come si deve. Il grillo più vicino mi si rivolge: “Te la presto io la merenda”. Ecco che il panico che mi aveva preso in macchina, che aveva preso mio padre, mia madre, che secondo le mie prospettive avrebbe dovuto prendere il mondo intero, scema in un sorriso d’egoistica serenità. Ci avviamo, saltellando tutti, saltellano anche gli zaini dai colori sgargianti sulle schiene, verso la porta a vetri. Una figura femminile scivolosa nella mia mente come una foglia umida si erge sopra la scalinata come un re -le regine non le consideravo ancora- e dice qualcosa che ci attrae, e ci attrae ancora.
L’odore della casa è forte, pungente, vecchio come il televisore, lo schermo spesso come un pezzo di ghiaccio. La luce della lampada che cade da un filo sopra il tavolo sembra scaldare i volti a metà di mio nonno, palpebre pesanti, ghigno da ictus superato più o meno, di mia nonna, viso affilato, sorridente e triste, felice e lacrimoso, di mia mamma, giovane e bella, di mio padre, giovane e con la chioma di capelli che arriva fino alle spalle; di mio fratello e di mia sorella, che hanno voci di bambino e domande intelligenti. Io guardo il televisore, il riassunto dei goal di giornata, giornata che sa di domenica passata nonostante sia ancora domenica. Decido di tifare per loro, la squadra che ha segnato sette goal in una partita, che mi ha regalato due minuti di pausa dalle domande intelligenti dei miei fratelli. La maglia mi piace, originale nei colori ma non nella conformazione: scopro che si può essere originali senza darlo troppo a vedere.
Siamo sul disimpegno dove la luce da fuori abbaglia i muri di bianco. Mio papà ride, mia nonna ride e le rughe si attorcigliano sempre di più e si attorcigliano le mani sul canovaccio che tiene come un figlio sul grembo. “Devi stare attento ad attraversare!” dice papà, o dice qualcosa di simile, qualcosa che suona come un avviso e un rimprovero e un ammonimento e una concessione, e allora io lo guardo come penso lo possa guardare uno dei miei personaggi preferiti dei cartoni animati, con coraggio e convinzione dico: “Tanto io sono giovane, non posso morire!”. Papà ride, le spalle fremono come prese anche loro insieme alle labbra dalle mie parole. Nonna mi fissa, mi fissa talmente da sembrare che mi fissi due volte ma contemporaneamente. “Anche i giovani possono morire!” dice, i capelli bianchi come cotone che ispirano vita e vecchiaia, che sembra un paradosso. Io sento un tonfo del cuore, guardo papà che ride ancora. Posso morire e voglio vivere, e non me lo sono ancora dimenticato.
La coperta mi copre, lascia trasparire qualche raggio di sole del primo pomeriggio. Sul tessuto lanoso come un’armatura a proteggermi, gioco pensando di essere nello spazio. Di essere in una navicella nello spazio. Forse penso di essere in una navicella e allo stesso tempo penso di vedere lo spazio sulla coperta e un puntino ricamato è proprio la stessa navicella dove mi sono imbarcato quando la maestra Elena ci ha detto di andare a letto dopo il pranzo. Sento “Sei sveglio?”. Allora apro la finestra della navicella con un semplice movimento della mano, un semplice strattone alla coperta. Christelle ha la testa che sbuca sotto la sua di coperta, sopra la sua brandina, dal sorriso sbucano due denti frontali che mi ricordano un coniglio ma stanno molto meglio a lei che al coniglio. “Ciao!” dico. “Ciao!” dice. “Ti amo!” dico io. Lei ride, i suoi dentoni bellissimi e sensuali come un regalo in più a Natale. “Mi vuoi sposare?” chiedo a Christelle, e lei continua a ridere. I suoi occhi sono celesti come l’universo che stavo solcando poco prima. Non voleva sposarmi, comunque.
La città ha un fiume, una salita che porta ad edifici che hanno qualcosa di diverso, qualcosa che viene voglia di vederli. Gli alberi sono spogli, forse piove, o quasi nevica. Il rumore del fiume da vigore, mi sento curioso e a casa per la prima volta fuori casa. Mamma è a qualche passo da me, si volta a vedere se ci sono, poi riprende il cammino tra sé e sé, il cappotto a stringerle le spalle. Stiamo andando al cinema, a vedere un cartone animato, e già il film mi piace, mi piace perché mi fa stare dove sono. Ho i pantaloni di velluto marroni e un cappello di lana, il cielo è grigio e una macchina passa sulla strada oltre il fiume. Mamma si volta ancora a guardarmi, gli edifici sono ancora vicini e ancora lontani.
Mamma è a tavola, è ieri o l’altro ieri o domani, mi dice di quando sono nato io, di cui non ho alcun ricordo. Dice: “Facevi gne gne, ma calmo. Piangevi calmo, senza disperare.”. Sorrido. “Era caldo quell’agosto. Uno degli agosti più caldi, mi ricordo” dice ancora mamma. “Facevi gne gne ed eri tranquillo. Il corpo quasi non tremava. Si capiva che eri vivo solo perché facevi gne gne”. Sorrido ancora e mangio. E ascolto per l’ennesima volta dalle parole di mia mamma le immagini nitide di quell’unica volta in cui sono nato.
Gne gne
