70/30 (o 80/20?)

Ero al parco a leggere. Stavo aspettando il mio amico Albi per andare alla festa di Martina. Il sole scendeva oltre il panorama cittadino di tetti e palazzi, le ombre si allungavano e mangiavano lentamente la tinta arancione della luce. Si alzò una brezza appena fastidiosa, tremolai sulla panchina. Ero a pagina 46. Albi apparve sul sentiero di ciottoli appena oltre un piccolo rialzo roccioso. “Sei in ritardo di undici minuti”. Chiusi il libro, lo misi dentro una borsa di tela e mi alzai. “Fino a quindici minuti non si può considerare ritardo”. Ci salutammo dandoci prima un cinque e poi un pugnetto. Si era messo una bella giacca blu notte e una camicia azzurra botton down. Sembrava un Cary Grant moderno. Io ero meno elegante, una giubba in cuoio e una maglia bianca sotto, i jeans grigi e i capelli lasciati alle cure del vento. “Facciamo la spesa al supermercato sotto casa di Marti?”. Battei sulla borsa di tela: “Ho portato anche la borsa!”.

Recuperammo qualche bottiglia di vino, un liquore, e uscimmo dalle porte automatiche del piccolo supermercato all’angolo. Nello stradone i fari aggredivano gli occhi, i clacson le orecchie, e i semafori ritmavano l’ordine del traffico. L’aria era annodata dallo smog. Facemmo giusto qualche passo sul marciapiede, ci trovammo davanti al portone del condominio di Martina. C’era un graffito sulla rientranza della parete, un vortice blu su cui erano impresse delle lettere lamentose. Il legno del portone era chiaro e rovinato. Suonammo, ci facemmo lo scalone fino al terzo piano dove un’anta aperta, il chiacchiericcio insistente, la musica allegra, davano indizi fin troppo palesi.

Abbracciammo Martina e Camilla, Alice e Veronica. Il soggiorno, appena oltre l’entrata e la zona candida della cucina, era stato svuotato dal mobilio: rimaneva solo un divano, dove Ermanno, Alessio e un tizio che non conoscevo -a cui non mi sarei presentato neanche successivamente- stavano discutendo con vigore. Di fronte a loro, in piedi, c’era un po’ di allegro via vai. Dopo aver disposto insieme a Martina le bottiglie nel frigo -Albi già a raccontarsela con qualcuno del gruppo di Sebastiano- le chiesi com’era andata a Edimburgo. Era tornata da un paio di settimane, si era fatta un anno abbondante di lavoro in un’azienda di farmaceutica e adesso aveva ottenuto un posto qui in Italia. “Hanno accettato le mie condizioni, alla fine sono contenta di tornare a casa”. “Ah, non dirlo a me. Casa è sempre casa. Non riesco mica ad uscirne”. “Perché…vuoi uscirne?”. Alzai le spalle, sorrisi. Lei conosceva la risposta, il tono della domanda aveva un fondo acclarato di retorica. Mi guardò dolcemente, gli occhi verdi divennero due smeraldi -sì, avevamo avuto una storia durante i tumultuosi anni universitari. Una volta questa mia caratteristica -il mio affetto troppo consolidato per la città dove eravamo nati- le faceva storcere il naso, ma adesso che era stata prima negli Stati Uniti e poi a Stoccolma, facendo nel mezzo una capatina di sei mesi ad Amburgo; ecco, adesso mi capiva e, per lo strano meccanismo del avere-non avere, un po’ mi invidiava. “Però Edimburgo l’ho vista…Quanto è bella?”. Lo pensavo davvero. “Uh, non me lo dire. Ci ho lasciato il cuore”. Si mise una mano all’altezza del petto, sul vestito che indossava e che -di cotone leggero- le cadeva morbido sul corpo. “C’era quel mercatino particolare a…dove c’è il fiume”. “Ah, il Leith…Stockbridge!”. Il mio indice la indicò: urlai un esatto estasiato. “Ci sono le bancarelle del cibo etnico, e gli artisti che provano a sponsorizzarsi”. “Ho preso un paio di cartoline per mia mamma all’epoca, sembravano disegnate con lo stile della Carica dei 101”. “Ce ne sono altri di belli, comunque. Di mercati intendo. Più grandi…però hai ragione. Stockbridge è…coccolo!”. Iniziammo a bere, la festa continuò e da Martina rimbalzai a Veronica -parlammo di fast fashion, un argomento di cui non ne sapevo assolutamente nulla- e poi al gruppo di ragazzi, e poi ad un miscuglio di entrambi i generi. E intanto ingollavo generi diversi di alcol, dal vino alla birra passando per un due gin e tonic leggeri. La musica, sempre pessima, a volte coinvolgente, ci accompagnò.

Verso le tre -quando si era deciso che la pazienza dei restanti condomini era da premiare- stette male Ludovica. Cominciò a vomitare in bagno, e io e Albi venimmo scelti -sequestrati- come accompagnatori ufficiali della ragazza fino a casa. Abitava giusto due vie più avanti da lì. Si era messa a rifiutare qualsiasi passaggio in macchina, dicendo che non serviva. Il pallore sul viso era invasivo ma lei manteneva il fiero orgoglio di chi annaspa nella vergogna e poi vomita un ultimo rigurgito che non è mai l’ultimo. “Allora sei pronta, Ludo?”. Albi era pronto, e lo faceva capire.

Passeggiamo con lei nel mezzo, pronti ad evitarle imbarazzanti capitomboli. Camminava scalza, aveva i tacchi argentati tra le mani. Camminava dondolandosi, nel viso alternava raptus di riso a momenti di drammatica serietà. “Voi state tranquilli. Sco beeeeeeneeeeee!”. Certo, certo Ludo. Il suo condominio era in mezzo ad un altro vialone; a quell’ora c’era qualche taxi bianco, uno scooter. I semafori erano disattivati, i rumori arrivavano ovattati dalla distanza. Il portoncino del condominio -una struttura dai toni imperiali- si trovava dopo una piccola scalinata di granito. I tigli vincevano a folate la sfida degli odori. Ludovica, mentre veniva sostenuta a destra e sinistra un gradino alla volta, pregava di lasciarla camminare da sola, e appena mollavamo la presa, pregava di sorreggerla. Il suo alito ricordava il fascino del mio bidone dell’umido. Prendemmo l’ascensore, quei vecchi aggeggi a sbarre nere verniciate, e la lasciammo, responsabili e attenti, davanti all’uscio. La vedemmo entrare, disse un Grasieeee, sparendo nel buio di casa. Ci guardammo, io e Albi. Emisi un sospiro, lui un borbottio. Scendemmo le scale a piedi, non so perché, forse avevamo trovato l’ascensore lento e macchinoso. Fatto che sta che al secondo piano Albi si fermò di colpo. “Cosa?”. “Hai sentito?”. Rimasi in silenzio. Albi era immobile, la mano vicina all’orecchio come un detector. Si udì un aiutooo. Ci guardammo attorno, solo scale lucide e di un bianco marmoreo; nel mezzo la struttura austera dell’ascensore. Ci concentrammo. Ancora la voce di aiutooo, una voce maschile rauca e stanca. Proveniva dalla porta dell’appartamento di sinistra. Bussai. Albi urlò: “Tutto bene?”.

L’anziano si chiamava Aldo, viveva nell’appartamento “dall’alba dei tempi”, che corrispondeva all’anno 1958, l’anno di costruzione del palazzo. La moglie era mancata qualche anno prima; aveva due figlie, una in Brasile, una nelle vicinanze. Ci disse tutto questo dopo averlo aiutato a rialzarsi dal pavimento del corridoio illuminato dalla luce ancora accesa del cucinino. Eravamo riusciti ad aprire l’appartamento seguendo le sue istruzioni dall’altro lato della serratura, pescando le chiavi sotto un vaso di terracotta dalla cui cima scendevano dei grappoli di fiori viola. Non sembrava essersi rotto niente; “sono solo scivolato” continuava a sostenere Aldo. Chiamammo comunque l’ambulanza e avvisammo Rita, la figlia nelle vicinanze. Ci sedemmo tutti e tre in cucina nell’attesa dei rinforzi. L’anziano tremolava ma sembrava tranquillo, ci scrutava con un sorriso accennato ma per nulla forzato. La naturale forma del suo stato d’animo: leggermente felice in un terremoto di incertezze. Ci chiese chi fossimo, cosa avevamo studiato. Rispondemmo. Fu Albi, mentre imbastiva una thè caldo tra i fornelli, a chiedere cosa invece avesse studiato lui, o se aveva studiato.

Ci raccontò che aveva vissuto un brutto trauma dopo il diploma tecnico. Durante l’anno di leva, visse il terremoto di Gemona in Friuli. “Una notte” disse, “…Mi ha cambiato la vita”. Se non fosse stato di guardia, sveglio in uno stanzino separato dal casermone principale, beh…sarebbe morto come tanti suoi amici. “Ci ho messo un po’ a superarlo”. Rise, con la mano si massaggiava la fronte rugosa, qualche capello come comparsa e garanzia di un vecchio stato di giovinezza. Addosso aveva un maglione grigio di lana, pesante per la stagione. Quando non massaggiava, la mano si legava all’altra poggiata le cosce. Il thè rilasciò la sua fragranza tra le pareti aggraziate da foto di alcuni momenti o di alcune passioni passate e impolverate da strati di responsabilità. Restammo così, io seduto di fronte ad Aldo, Albi poggiato al banco della cucina. A dire qualcosa, ogni tanto, e a rimuginare.

Arrivò l’ambulanza. Una decina di minuti dopo la figlia, il viso più snello ma il taglio degli occhi simile a quello del padre. Ci ringraziò. L’infermiere, dopo aver preso la pressione e il battito, assicurò che non sembrava niente di grave ma che era meglio fare degli accertamenti. Aldo rideva sotto i baffi. “Non grave alla mia età…alla mia età è tutto grave!”. Lo salutammo, e lui rispose con una specie di inchino della schiena e un ciao sicuro della mano. “Grazie ragazzi, grazie!”. Riuscimmo finalmente ad uscire in strada. Era vuota, l’aria fresca e la notte cominciava a rischiarare. “Taxi o passeggiata?” chiese Albi. Optai per la seconda: i passi avrebbero disteso eventuali ed improbabili significati nascosti di quell’ultimo incontro.

Arrivati alla piazza principale della città c’era un bel vuoto, un palcoscenico da riempire formato dalle sedie e dai tavolini silenziosi dei bar, le linee verticali della chiesa e del campanile, timide ombre lente dalle finestre di alcuni appartamenti, le vetrine dei negozi illuminati dai tentavi maldestri dell’alba. “Una sigaretta?”. Albi tirò fuori un pacchetto morbido, due sigarette contorte fecero capolino dopo un tocco dell’indice dal basso. Ci sedemmo ad osservare quello a cui appartenevamo. “Pensa che fortuna e che sfortuna quell’Aldo”. Inspirai forte il fumo. “Le cose capitano…così” dissi. Passò una macchina nera, una berlina luccicante. “Non c’è proprio niente che possiamo fare, sul serio. Non trovi?”. Albi faceva ballare il piede della gamba accavallata. Io chinai la schiena, sbronzai sul porfido. “Si può accettare”. “Il caso?”. “Sì”. “Siamo un quaranta percento della nostra volontà e un sessanta percento del caso”. “Forse anche trenta e settanta”. “Magari ottanta e venti. E questo è quanto. Accettarlo, dici”. “Penso sia difficile”. “Molto. Hai ragione”. Pensai a che punto ero dell’accettazione. “Molto” ripeté Albi. Allungammo lo sguardo verso l’orizzonte interrotto a pochi metri da noi dal grigiore dei palazzi. Spegnemmo le sigarette. “Ma non sarà il caso a decidere che tra mezz’ora massimo sono a letto”. “Forse io ce la faccio anche in venti minuti”.

Quando entrai nel mio complesso residenziale, sentii il pallone di Riccardo sbattere, come quasi ogni giorno, sulla muretta scalfita nella zona dei bidoni dell’immondizia. Desiderava diventare un calciatore; le gambe erano piuttosto magre ma aveva ancora tempo per crescere e rafforzarsi. Lo salutai, e lui si girò, senza smettere di rincorrere il rimbalzo del pallone. “Anche a queste ore, Riccardo?”. “Perché è domenica!” disse, il viso una chiazza di felicità e lentiggini. “E’ domenica, hai ragione”.

Stavo al quarto piano. Un piccolo appartamento con un disimpegno, bagno e cucina rispettivamente a destra e sinistra e il soggiorno e la camera da letto in un’unica soluzione sul fondo. Poggiai la borsetta di tela, mi spogliai e mi gettai sul letto. Che notte infinita, pensai. Stetti così, a guardare il soffitto, a ripercorrere gli eventi: la festa, Ludovica ubriaca, Aldo e la sigaretta nella piazza vuota. Sentivo che non era successo niente di preciso ma qualcosa d’importante nella sua imprecisione, nel suo complesso. Mi grattai gli occhi. Non riuscivo ad addormentarmi. Mi alzai e sfilai dalla borsetta di tela il libro. Tra quei castelli di parole, presi a cercare qualcosa di lontano nello spazio e nel tempo da desiderare. E qualcosa di vicino nell’animo e nell’esperienza da dannare.