
Era stata una pessima giornata e ad un certo punto, tornando verso casa, si era pure messo a piovere. Se avessi voluto vedere il bicchiere mezzo pieno -e per qualche minuto ci avevo provato- avrei potuto pensare che i goccioloni di pioggia avessero atteso un mio riparo: non avevano preso a cadere senza riguardo mentre facevo il tragitto a piedi -ventiquattrore fedele e ubbidiente legata alla mia mano destra- dall’ufficio dove avevo passato otto ore piantato senza pausa pranzo, più un’oretta scarsa non prevista per disguidi di giornata. Avevo fame, e non vedevo l’ora di restare in mutande davanti alla televisione, spegnendo il cervello davanti ad uno stupido talk show. Ma sapevo che non dovevo festeggiare ancora, lo sapevo.
Il treno arrivò ad una stazione di media grandezza di metà percorso. La pioggia batteva forte sul tettuccio. Nei posti affianco oltre il passaggio sedevano un bambino con dei capelli lunghi e i ciuffi ricci e la mamma ben vestita, una borsa da negozio di lusso tra le gambe. O almeno così mi pareva: non ero un esperto di marchi di lusso. Restammo fermi un po’, il controllore passò un paio di volte attraverso il nostro vagone. Poco più avanti intravedevo una scarpa da basket e dei jeans larghi, indizi della mia ipotetica proiezione mentale di un giovane sui vent’anni piuttosto alto. La pioggia non si fermava e il treno non ripartiva. Passarono tredici minuti e l’annuncio dai microfoni annunciò un ritardo di altri dieci minuti. Sicuramente sbuffai, poi con grosse probabilità mi passai una mano sulla fronte e presi a massaggiarmi la pelle molle in mezzo alle sopracciglia. Faccio ancora così per calmare i nervi.
Quando venne annunciato, dopo un quarto d’ora abbondante, che c’era un problema nella linea e che la ripartenza era sospesa fino a nuove indicazioni, calciai il sedile davanti al mio, cercando di non farlo con troppa irruenza, senza attirare le attenzioni del bambino e della madre; lei che aveva lasciato andare le mani sulle cosce, lui che chiedeva a lei cosa fosse successo con un’insistenza interrogativa. “Dobbiamo aspettare tanto” le disse la madre.
Le luci al neon della pubblicità di un cono gelato e quelle della sala interna erano annacquate dalla pioggia; il bar della stazione sembrava ancora aperto. Mi affacciai dalla porta del vagone, mi colpivano spilli liquidi, misi la ventiquattrore sulla testa e feci una corsa fino alla pensilina. Arrivai con qualche chiazza bassa sui pantaloni. Le pareti del bar erano arancioni e l’entrata si trovava lungo un passaggio tra la parete e una serie di piante alte, ordinate in dei vasi squadrati. Aprii la porta, le luci erano abbassate ma non spente. “E’ permesso? È aperto?”. Ci fu qualche secondo di silenzio, qualche secondo di rumori di passi. L’uomo apparve da una porta dietro il banco. “Prego…starei…”. Era alto e robusto, forse sovrappeso ma le spalle e la struttura sembravano contornare bene l’abbondanza d’addome. Aveva barba e capelli mori e ben tenuti per essere a fine giornata. “Starei per chiudere, io…”. “Oh, mi dispiace. È che siamo fermi e…”. Gesticolai indicando il binario ma non mi mossi dall’uscio: avevo una fame da lupi. Lui appoggiò i palmi delle mani sul banco, mi fissò. Aveva gli occhi come un pozzo, impossibile percepirne i pensieri. “Va bene”. Sembrò essersi arreso dopo una strenua resistenza. “Va bene” ripeté. “Prego, qualche minuto non cambierà molto”. Lo ringraziai e seguii per un tavolo in sala. Le luci si alzarono, sembrava una vecchia taverna con tavoli di legno e dei quadretti incorniciati ai muri. Scelsi un posto sulla metà.
Ci volle giusto il tempo di un sospiro, quattro secondi in cui pensai a cosa ordinare per arrivare a capire che non sapevo quali fossero le scelte, che entrò un giovane, viso stretto e punzecchiato da un tentativo di barba. Non era lo stesso del mio vagone, era più basso, i jeans stretti e le scarpe -mi cadde l’occhio: sono sempre curioso di scoprire le nuove mode e di paragonarle, con una buona dose di orgoglio, a quelle dei miei anni– erano nere, spesse, un simbolo grigio sul fianco. “Si può…”. Non riuscì ad intonare il punto interrogativo, tanta era la timidezza. Aveva lo zaino sempre nero ma umidiccio, così come la giacca impermeabile e il casco di capelli lisci. Faceva quella pena un po’ bonaria che si riserva a chi è sempre in disparte nonostante abbia qualcosa da dire. L’uomo del bar gli sorrise, un sorriso disponibile, e allora il ragazzo si guardò appena attorno, scelse un posto vicino alla finestra chiusa, oltre al banco verso la sinistra. Chiesi al proprietario se ci fosse qualcosa da mangiare. Niente che potesse disturbarlo, dato che nelle intenzioni avrebbe già dovuto essere chiuso. “Non si preoccupi, davvero. Posso anche accendere la piastra. Non ho fretta”. Un altro sorriso disponibile; era come se la giornata lo avesse attraversato senza atterrirne il corpo. Era come se avesse la consistenza di uno spirito o di un fantasma. “Se ha avanzato dei tramezzini, va benissimo”. “Due prosciutto e funghi e due tonno e uova”. “Me ne dia uno e uno”. “Da bere?”. “Dell’acqua, grazie”. Il bar si riempì di altri passeggeri. Anche di un controllore che disse che eravamo fermi per almeno un’altra ora. “Notizia sicura ma non ufficiale”. I lamenti partirono dalle sedie, e l’uomo, la divisa tirata sull’addome, si mosse come un attore sul palcoscenico. Gesticolando platealmente, recitava la parte di chi non può farci niente.
Stavo dando il morso al secondo tramezzino -il primo mi parve buonissimo, la maionese una goduria- quando entrò anche la donna con il bambino seduti al mio vagone. Il bambino si lamentava, aveva il viso cupo, basso, e la madre cercava, tenendolo da dietro per le mani, di tirargli su il morale. Si avvicinarono al banco; la madre (infilandosi prima la borsa fino alla spalla) lo poggiò con un gesto veloce e sicuro -abituale- su una seduta alta. Non sentii cosa dissero al barista, ma di certo scherzarono un po’. Il bambino tese la mano come a presentarsi e lui sorrise, e questa volta il sorriso si riempì di una gioia più viva. Attiva: voluta più che semplicemente disponibile. Controllai oltre le spalle del ragazzo magro la situazione meteo e la pioggia presenziava ancora e sicura.
Mi alzai per andare al bagno ma la porta scura e patinata con su scritto WC era chiusa. Si trovava a destra del bancone. Il barista mi intravide -interruppe le chiacchiere con il figlio della donna, sembravano essere diventati migliori amici tutto d’un tratto- e allora fece sentire il suo vocione. “Venga, venga”. Alzò lo sportello dal banco, poi indicò il corridoio dritto appena dietro. “Prenda a sinistra, poi la seconda a destra. Per il bagno, giusto?”. Annuii. Lasciai l’aria pesante della sala per il tipico profumo alcolico di recenti pulizie. Quando presi il corridoio accesi la luce, e ovviamente non pensai molto alla destra o alla sinistra. Aveva detto “seconda” e mi concentrai su quello: nel caso non fosse stata una, sarebbe stata l’altra. Aprii una porta e a tastoni trovai l’interruttore della luce. Non era il bagno e allora feci scattare di nuovo l’interruttore, ma il buio non cancellò quello che avevo visto. Riaccesi. Una sedia di legno, parte del rivestimento spezzato; a penzolare, legato ad un tubo scoperto bianco, una corda grigia. Spensi la luce. Mi mossi come uno zombie. Andai in bagno, turbato ma senza voler affrontare il turbamento. Prima di affacciarmi nuovamente in sala, tra i tanti passeggeri in attesa, respirai profondamente. Non volevo sembrare scosso, soprattutto non volevo che il barista mi vedesse scosso. Era un suo segreto, in fondo. O forse voleva che qualcuno vedesse? Per questo aveva detto che non c’era fretta? La mia mente prese a farsi milioni di domande, come fili d’erba crescevano sul terreno dell’unica domanda che mi tartassava senza farsi sentire ancora nitidamente: cosa avrei dovuto fare adesso?
Sorrisi, dissi “Grazie” e tornai al mio posto. Il barista neanche mi guardò, era impegnato a indovinare quale animale stesse disegnando il bambino su un foglio di carta già pieno di strane figure. Tirai un sospiro di sollievo. Decisi come operare, finendo a piccoli sorsi l’acqua. Avevo un nodo stretto alla gola.
Controllai con estrema costanza, ossessionandomi con la mano un sopracciglio, che il barista non sparisse dalla mia visuale. Quando il controllore comunicò alla sala che era ora di risalire, un quarto d’ora prima del previsto, aspettai ad alzarmi. Fui l’ultimo. Salutai il barista e cercai di spiaccicare un sorriso per la gentilezza dimostrata. La pioggia, il suo odore, mi riempì le narici all’uscio. La luce di un lampione si propagava grazie agli infiniti acquitrini del marciapiede. Il controllore era ancora lì, gli chiesi se potessi parlargli un attimo. Glielo assicurai, che lo avevo visto, che bisognava avvisare qualcuno prima della chiusura. Lui annuì serio, le labbra fine e immobili. “Non si preoccupi, adesso chiamo la polizia ferroviaria”. Erano in servizio un paio d’agenti nel piccolo ufficio dedicato. Quando il treno ripartì, vidi il bar con le luci ancora accese. I poliziotti erano già entrati e nessuno era ancora uscito.
Qualche anno più tardi scoprii, parlando con un nuovo collega cresciuto nel paese della stazione, che il barista aveva avuto una serie di brutte batoste. Gli era mancato il figlio piccolo -un incidente sulle strisce pedonali- e il dolore aveva portato alla separazione con la compagna, infine la crisi economica e i debiti troppo salati per tirare avanti il bar. Quando vuole, la sfortuna prende una persona e la bullizza fino alla tortura. Ora erano anni che cercava di curare la depressione con risultati sempre altalenanti. Non so se mi avesse fatto andare verso il bagno privato -verso il suo segreto- sperando in qualche modo di essere scoperto e di essere poi fermato. Non lo avrei mai saputo. Spero di aver fatto qualcosa di buono per lui, anche se non ne sono sicuro. Ci sono sempre milioni di domande che si affastellano quando ripenso a quella sera. E le risposte hanno sempre l’aspetto di un groviglio inestricabile.
