
Tralasciando i capolavori citati e ripetuti a pappagallo, tra i quali -devo ammettere- alcuni non mi hanno lasciato altro che non sia una lezione di Grande Cinema, ci sono film che hanno segnato il mio lato più personale e riescono a farsi ricordare con un affetto simile alla nostalgia per l’infanzia. Non c’è un motivo univoco; credo dipenda dall’epoca in cui li ho visti, dalla mia situazione nei vari contesti scolastici, amorosi e amicali e dalla mia propensione ad essere, in quel dato momento, aperto e attento alla contaminazione.
Gli ordini cronologici sono una barbaria ma, data l’evidente confusione imprescindibile dal modus operandi, cerco di mantenere una linea oggettiva -un minimo di continuità- partendo dai primi approcci allo schermo cinematografico. Non di meno, voglio escludere i titoli già portati a galla negli articoli precedenti, come Un giorno per caso, A piedi nudi nel parco, Prima del tramonto o Io e Annie.
Un buon punto di partenza non può che essere la Disney. Scontato citare Il re leone -quello ha segnato la mia generazione tanto quanto Kubrick ha segnato la storia del cinema- e allora, scartabellando mentalmente i film che riesco oggi ancora a ricordare nel dipanarsi della trama, due balzano in testa dalla nebbia del tempo: La carica dei 101 e Hercules.
Il primo aveva Crudelia Demon, indubbiamente uno dei più grandi antagonisti mai esistiti. Ma oltre ai capelli bicolore e ai suoi occhi gialli come un giubbotto catarifrangente, ricordo i primi minuti del film: Pongo, il cane protagonista, che dalla finestra cerca, tra i passaggi sul marciapiede, una donna adatta al suo padrone, concentrato solo e troppo esclusivamente sul pianoforte. Le donne sono sempre legate, non solo dal guinzaglio ma anche fisicamente, alle loro cagnoline, e ovviamente il cane protagonista analizza l’insieme -entrambe- cercando senza mezzi termini di prendere due piccioni con una fava.
Poi la zazzera e il tono di voce saggio e deciso del Colonello. E uno dei cuccioli della Carica, che, nella fuga in mezzo alla tormenta di neve, si lamenta del freddo. “Ho la coda gelata, e il naso gelato, e le orecchie gelate, e i piedi gelati”. Sono tutte scene e personaggi che mi sono rimasti in testa molto più delle escursioni volanti di Aladdin o dei litigi tra Red e Toby; più dei concerti improvvisati degli Aristogatti.
Se per la Carica dei 101 la mia memoria lavora in termini di passione indipendente dalla persona, in termini di apprezzamento per la creazione di personaggi vividi nella loro esclusiva vitalità, in Hercules, invece, avrei voluto essere lui, per provarci con una ragazza negli stessi modi scadenti e fallimentari con cui lui ci prova con Megara. La questione non riguardava solo il sogno: l’epopea della Disney cattura il sentimento di chiunque si ritenga un po’ sfigato, mostrandogli la trasfigurazione del sogno americano in Sogno di un ragazzino con potenziale che diventa un vero eroe. Hercules non era solo il figlio Zeus ma era un po’ anche me.
Una scena nel finale è sempre riuscita (anche in un’età dove la lacrima potrebbe ritenersi imbarazzante) a commuovermi: quando dalla folla, vedendo la costellazione ad immagine e somiglianza del neonato eroe, qualcuno urla “E’ il ragazzo di Phil!”. Finalmente anche lui -Phil, il satiro, l’allenatore- riesce ad ottenere il riconoscimento agognato dopo tanti fallimenti con altrettanti personaggi dell’epica greca: è il successo dei perdenti. Credo sia questo il motivo della riuscita del cartone: Hercules non è un eroe indomito ma un ragazzino che, nonostante la forza sovrannaturale, deve crescere ed affrontare delle difficoltà, e deve perdere molto prima di raggiungere quegli obiettivi che, senza l’aiuto e le capacità dei personaggi attorno a lui, sarebbero rimasti lontani. È una lezione di vita -basilare, da cartone animato- ma a cui continuo a credere nonostante la barba e i primi capelli bianchi.
Forse legando quest’attrazione agli anni turbolenti della prima e seconda adolescenza, sono sempre riuscito a farmi affascinare dalla criminalità su schermo. Non intendo i film seri come Il Padrino o Quei bravi ragazzi (capolavori, intendiamoci, però relegati -soprattutto Il Padrino– esclusivamente alla categoria Grande Cinema) ma quelli più scanzonati, con personaggi quasi inconsci delle avventure disgraziate che stanno per attraversare. Me ne vengono in mente tre: Slevin – Patto criminale, The Snatch e Ocean’s Eleven.
Slevin deve moltissimo al protagonista omonimo, interpretato da Josh Hartnett. Svogliato, con la risposta pronta, prende in giro con sfrontatezza ed indomita calma i vari sgherri dei due grandi capi mafia della città. Si scoprirà in seguito che, con molta meno sfrontatezza ma non senza determinazione, Slevin sta prendendo in giro anche i due capi mafia. Si potrebbe affermare che il film è tutta una grande mossa Kansas City. Ci siamo capiti, no?
The Snatch lo considero -e credo di non essere il solo- il capolavoro del regista Guy Ritchie. Un intrico di criminali duri e insieme improvvisati; cattivi e insieme umani. Userò un’espressione altamente informale: l’introduzione/presentazione dei personaggi, con musica di Klint annessa di sottofondo, è una bomba. Per non parlare degli incastri e dei vari incontri/scontri dei gruppi di personaggi per far avanzare la trama incentrata sulla ricerca di un diamante. Anche se, sotto sotto, il diamante è una scusa per dipanare incomprensioni e imprevisti…D’ya like dags?
Ocean’s Eleven è senza dubbio il più famoso dei tre. Brad Pitt, George Clooney, Matt Damon, Julia Roberts, Andy Garcia: questo l’elenco degli attori che veniva ripetuto ossessivamente anche durante il periodo d’uscita al cinema. Credo di averlo visto almeno una quindicina di volte, e -se ci ripenso- la voglia di vederlo una sedicesima volta non mi manca. In questo caso, più dei singoli personaggi e delle loro particolarità, a colpirmi al cuore è il rapporto che si instaura tra i componenti del gruppo di ladri. Quel miscuglio di affetto e prese in giro sempre tendenti al glamour. Ogni battuta sembra dire: lo vedi quanto siamo fichi e lo vedi quanto poco ci interessa?
Sempre sul podio dei film rivisti si trova La La Land. Pagato due volte il biglietto al cinema (caso raro), scaricato appena possibile in lingua inglese, è riuscito a regalarmi quelle sensazioni che consideravo perdute di alcune commedie anni ’90. Quei racconti un po’ screwball di una coppia in fase di formazione; in più ci sono i locali jazz, una Los Angeles vuota e notturna, le tribolazioni di un’aspirante attrice e di un pianista. C’è un insieme che va oltre -per quanto riguarda le mie proiezioni- il bello o il brutto film. È stato come vedere un mio stesso sogno messo in scena da un altro, probabilmente un tizio -Damien Chazelle- che ha imparato a sognare meglio di me.
In tema di romanticherie, un film che è sempre tornato a galla tra le onde delle visioni come una boa o un salvagente, è C’è posta per te. Ho scoperto molti anni dopo che a riscriverlo -è un remake di una commedia anni ’40 di Ernst Lubitsch- è stata Nora Ephron, la stessa sceneggiatrice di Harry, ti presento Sally e scrittrice della raccolta di saggi Il collo mi fa impazzire. La trama gioca sull’intreccio del reale e del virtuale, quando il virtuale era prestorico e visto ancora come un orpello aggiuntivo alla vita e non la vita stessa. I due protagonisti si conoscono e si scrivono via e-mail senza rivelare la vera identità; nel frattempo, l’uomo, Tom Hanks, è proprietario di una grande catena di librerie -il magnate capitalista!- pronto ad aprire un nuovo punto vendita nelle vicinanze del piccolo Negozio Dietro L’Angolo, la libreria della protagonista femminile, Meg Ryan. Si confidano le difficoltà via mail, si dichiarano guerra di persona. È un film che riesce ad essere dolce e raffinato, senza scadere, per la maggior parte del tempo, nell’eccesso di zucchero.
Non è una lista esaustiva, ci sono altri film a cui devo la vibrazione di determinate corde (alla rinfusa: In search of a midnight kiss, Anastasia, Le tartarughe ninja, Spiderman di Sam Raimi, Save the last dance, il remake di Mad Max), ma questi si ripresentano spesso di soppiatto quando scrivo i miei racconti o i miei tentativi di romanzo. Posso prendere spunto dai dialoghi per uno scambio uomo-uomo o uomo-donna, posso ricavare uno spazio unendo la realtà del mio vissuto alla scenografia, posso rubacchiare parti di trama o atmosfere. Il tutto viene mescolato in una densa pasta in cui sono presenti anche altre ispirazioni (libri, fumetti) e la mia esperienza e le mie idee sul mondo e sulle storie. Si potrà notare che non ci sono lavori italiani, e non credo sia un caso. Qui, con le dovute eccezioni (ZeroCalcare -per citare un “creativo” contemporaneo di cui non sono neanche un grande fan ma a cui vanno riconosciuti svariati meriti- o alcuni film di Aldo, Giovanni e Giacomo o Dieci Inverni), si lega l’ispirazione ad un magniloquente sentimento di rispetto. E basta un minimo di intelligenza -non così scontata anche in presenza di un profondo intellettualismo– per capire che sono fin troppe le manifestazioni umane a meritare rispetto. Non è un sentimento così raro (non dovrebbero esserlo perlomeno, ed ecco perché in Italia c’è questa mania per la didattica morale e culturale anche in ambiti artistico-creativi) a differenza del più intimo e personale sentimento di affetto -o amore, se si vuole azzardare. Ecco, io partirei sempre qui: dall’affetto e non dal rispetto. Non so se è giusto, o se è il metodo migliore, ma è l’unico a spingermi a scrivere.
E non so neanche perché lo sto raccontando: forse perché nessuno lo aveva mai raccontato prima a me.
