FUORI DAL TUNNEL

1.

Ne ero affascinato, non capivo se di un’idea o di lei.

Ci eravamo conosciuti al corso di teatro. Avevo sempre nutrito curiosità per la recitazione ma mi era sempre mancato il coraggio di assecondarla. Strano: uno pensa che se è scarso a vivere allora non vede l’ora di fingere di vivere. Evidentemente avevo paura di entrambe le cose. Come sono riuscito a presentarmi al primo incontro? Mi ero iscritto dal sito della compagnia, e lì è facile, basta compilare il modulo e pagare. Non ho problemi di soldi, me la cavo. Sono un impiegato in un’azienda che produce scarpe da ginnastica, e non capisco niente né di moda né di scarpe da ginnastica. Però so fare il mio, mi muovo bene tra le fatture e il magazzino. Non sono il classico lavoratore magro e timido, magari in parte: lo sono anche timido, ma di quel tipo un po’ burbero, che si chiude in un bozzo a forma di cipiglio severo e borbottii. Infatti, così mi sono presentato alla prima lezione. Testa bassa, voce ancora più bassa. Ero rosso in viso? Probabile. Mi sedetti sul lato di sinistra estremo del ferro di cavallo formato dalle sedie. In mezzo, c’era l’insegnante, una donna di mezz’età, dal seno prosperoso e la pelle segnata -a mio modo di vedere- da un vizio del fumo mai rimpianto. “Benvenuti a tutti!” e allargò le braccia. La sala aveva il soffitto basso ma era larga, c’erano due cattedre e due lavagne su cui le ombre di gesso ne attestavano l’utilizzo. Una piccola finestra aperta, al lato opposto da dove c’eravamo messi, lasciava entrare i rumori del traffico del piano terra. Il teatro si trovava al primo piano, lo si poteva intuire dagli strani finestroni lunghi, più spessi, più smerigliati, unici se confrontati a quelli delle costruzioni affianco e a quelli degli altri piani dello stesso palazzo.

“Allora. Cominciamo con le presentazioni. Nome e cognome, e cosa via aspettate da questo corso”. Il sorriso dell’insegnante sembrava finto ed essermene accorto mi butto un po’ giù. Non tanto per l’entusiasmo recitato -posto che sia stato tale, tendo a pensare male di natura- ma perché era risultato evidente. Voglio dire: come può insegnarmi l’arte della recitazione una persona a cui riesce male un semplice sorriso?

I compagni cominciarono a dire la loro. Mi ricordo il viso dubbioso di Andrea, il primo, un uomo pelato e dal mento molle, e la voce flebile, quasi muta, di Elisa, la seconda ragazza a cui toccò prendere parola. La verità è che ero concentrato su cosa dire a proposito delle aspettative. Cosa speravo di ottenere? A dir la verità, troppo…e sembrerà pure stupido: mi aspettavo di superare quella sensazione di solitudine che mi aveva attorcigliato ormai da una dozzina d’anni. Mi ero perso nelle catene delle abitudini, o mi ero -per dirla meno drammaticamente- adattato sempre più alle consuetudini. E le consuetudini erano diventati tunnel naturali, profondi, dove ad un certo punto, nel buio della profondità, non rimaneva altro che il suono dei miei piedi e l’unica risposta alle mie perplessità era il loro eco. L’arte, in qualche modo, salvava, no? Lo avevo sentito qua e là, qualche amico, mia mamma patita di pittura. Mi affidai alle voci e al desiderio soffocato di ritrovarmi, in un colpo solo, con qualche battuta già scritta, nella profondità rappresentate di un tunnel altrui.

Cominciò a parlare quando rialzai gli occhi; aveva una gonna di velluto marrone scuro, i capelli le scendevano come torrenti su un maglione fino e di lanetta chiara. Il viso era magro, gli zigomi in vista. Teneva la mano tra le labbra e le orecchie; si massaggiava, era un po’ nervosa a parlare di sé. Sembrava incerta; non tanto delle sue idee, quanto di esporle in pubblico. La voce racchiudeva parte della mia idealizzazione sul fascino femminile. Sulle aspettative del corso disse: “Credo di volermi chiudere nella miglior prigione possibile. Potrebbe essere…il teatro? Non lo so. Ho cercato la libertà in tanti modi e non l’ho mai trovata. Forse è ora di crescere”. Fu un discorso a tratti maturo, a tratti infantile. Mi parve avesse qualcosa da dire, il che era una bella fortuna, data l’attrazione che provavo per la sua voce. Al mio turno balbettai una parabola pretenziosa sul provare ad essere aperti ed allargare dei presunti “confini”. In testa il discorso era suonato come un arringa delle migliori; rivelandolo, perse d’efficacia, di interesse e, peggio ancora, di senso. Ma sapevo di non essere un granché con le mie parole.

2.

Cercai di essere presente quando il lavoro me lo permetteva. Diventammo man mano più affiatati, il gruppo cresceva, conoscendosi; fissammo un appuntamento dopo il corso, andavamo a bere in un bar all’angolo della strada. Niente di speciale come arredo, semplice ma non per questo sgradevole. Le pareti erano arancioni; su una colonna, bucati dalle puntine, dei post-it ricordavano l’affetto degli avventori. Il banco era ingombro, bottiglie e vassoi ben coperti, una vetrina di toast e tramezzini. Solitamente -a meno di un numero importante di defezioni- univamo tre tavoli tondi e ordinavamo quella che sarebbe diventata una sorta di cena contornata da birra e calici di vino. Antonio, il più giovane del corso, uno studente di giurisprudenza immancabilmente in giacca e camicia bianca (come se non vedesse l’ora di calcare il terreno del mestiere) ordinava sempre una brodaglia con il gin e un goccio di rum, una cosa chiamata baroque o burak, vallo a sapere.  Mi sembrava volesse garantire un minimo di sofisticatezza in quella giungla di uomini e donne di mezza età o quasi.

A proposito: lei si chiamava Veronica. Il suo ordine abituale era un bicchiere di vino bianco (pinot, prosecco, una volta un soave). Ci scambiammo qualche battuta tra un incontro e l’altro. Come ho già detto, ne ero attratto, ma, soprattutto perché non volevo risultare invadente o sconveniente, restai ad una distanza di sicurezza, adatta alla conoscenza, restia all’intimità. L’insegnante, il cui sorriso al bar era decisamente più naturale -partiva dallo sterno e facendo quella lunga rincorsa ne usciva potente e portentoso- veniva ogni tanto, una presenza puntuale e insieme saltuaria.

A fine anno avremmo interpretato “Appartamento al Plaza”, una commedia di Neil Simon divisa in tre episodi  e in altrettanti atti.

Nelle prime lezioni avevamo eseguito degli esercizi di respirazione e di allenamento ai muscoli facciali: strani versi, strani versi compiendo gesti ancora più strani, gesti strani mantenendo il controllo totale su una profonda respirazione.

Poi eravamo passati a piccole recite di momenti, di battute, di scene. I fogli riportavano la grande creatività di Goldoni e di Shakespeare, di Brecht e di Aristofane. Il mio cuore palpitava di ansia di prestazione e di voglia di calarmi nella parte. Sembrava funzionare; pochi secondi, e chi ero? Un eroe o un farabutto, una comparsa e un protagonista; arrabbiato o arrendevole, vittima e carnefice, le mie azioni erano schiave di un progetto più ampio. Non si poteva fuggire, e per fortuna, perché lo trovavo…liberatorio.

Fu durante uno scambio di battute davanti ai nostri compagni, leggendo il copione di Sogno di una notte di mezza estate, dove capitò di citare “Lo scopo dell’arte è di dar forma alla vita”, che io e Veronica venimmo considerati dall’insegnante per i protagonisti del terzo atto della recita. Il più divertente -disse- e, proprio perché io e Veronica apparivamo divertenti e così divertiti nella serenità degli scambi e nell’ironia delle gaffe, risultavamo dei candidati papabili. Ci dimostrammo interessati; mentre ne discutevamo, Veronica aveva gli occhi luminosi, tratteneva la gioia nelle labbra strette, e se avessi dovuto scommettere su una mia espressione, avrei sancito l’esistenza di uno specchio proprio lì davanti a me.

3.

  • Io (Roy)                 Perché siete ancora qui? Ci sono sessantotto persone che stanno bevendo i miei liquori. Se ci deve essere un matrimonio, facciamo un matrimonio. Andiamo. (Parte per uscire, ma si accorge che Norma non parte, anzi, si siede sul divano. Allora torna indietro). Norma hai sentito ciò che ho detto? C’è un’altra coppia che aspetta di usare la Green room dopo di noi. Dai, andiamo. (Riparte).
  • Veronica (Norma) (Calmissima) Roy, puoi sederti un minuto? Devo parlarti di qualcosa.
  • Io                           (La guarda come se fosse pazza) Tu vuoi parlare adesso? Hai avuto ventun’anni per parlare, mentre lei cresceva. Parlerò con te quando saranno alle Bermuda. Possiamo, per favore, fare questo matrimonio?
  • Veronica                Faremo questo matrimonio dopo che avremo parlato.
  • Io                           Sei impazzita? Mentre tu ed io parliamo, ci sono quattro musicisti, giù di sotto, che suonano per settanta dollari l’ora. Parlerò con te più tardi, quando staremo ballando. Andiamo, prendi Mimsey e scendiamo. (Riparte).
  • Veronica                Questo è ciò di cui dobbiamo parlare.
  • Io                           (Ritorna) Mimsey?
  • Veronica                Siediti. Non ti piacerà ciò che sto per dirti.
  • Io                           Si sente male?                                                                                  
  • Veronica               Non esattamente.                                                                                                                                                                                                                       
  • Io                           Cosa intendi dire con “non esattamente”? O si sta male o no. Sta male?    
  • Veronica                Non sta male.

Ripetevamo le battute alle prove, che avevano preso sostanza con la bella stagione. Eravamo i due genitori di Mimsey, la sposa di giornata, in crisi e chiusa nel bagno della camera d’albergo prima di convolare a nozze con il promesso sposo Borden, interpretato dall’incravattato Antonio. Era strano, non eravamo sposati e non avevamo avuto figli, eppure era come se in scena fossi stato padre da sempre, e lei, Veronica, fosse mia moglie dall’alba della gioventù. Scherzare con lei, esibire l’ironia bonaria di Roy, mi veniva naturale. In quel mese e mezzo dubitai delle mie sensazioni. Ero attratto sì da Veronica, ma ora ero forse più attratto da Norma? La domanda era come un piccolo martelletto, a battere un ritmo lento tra gli impegni in azienda prima della classica frenata estiva e le fatiche convogliate nella riuscita della recita.

Uscimmo solo noi due, una settimana prima del grande giorno. L’aria era mossa da una leggera brezza, c’era il profumo di fioritura e di smog rappreso dal caldo della prima estate. Cambiammo bar, perché anche la situazione non era la solita. Mi aveva convinto lei: si era fatta avanti chiedendomi il numero di cellulare e prospettando -gli occhi fissi e insicuri su di me- una bevuta tra coniugi navigati pronti alla prossima impresa. “Ah, dopo aver cresciuto Mimsey, ogni impresa sarà una bazzecola!” avevo ironizzato, e lei aveva riso, mettendosi la mano davanti alla punta del naso.

Il locale scelto aveva un bel terrazzo rialzato, una veranda curata, e dal fiume che passava davanti si alzava un’umidità rinfrescante. Il tavolo era spesso, di legno cerato. Parlammo delle nostre vite, ero più spigliato di come mi ricordavo.

“A volte sembra tutto molto ordinario, ripetitivo. No?” dissi io. Lei annuii, guardò il suo bicchiere di pinot. “Sai, pensavo di essere riuscita ad ottenere tutto. Qualche anno fa. Avevo studiato per diventare copy. Grandi voti, una grande azienda. Promozioni. Fino a che… perché credevo nella libertà dell’indipendenza. E lo ero diventata ma non potevo più fermarmi. Ero schiava del lavoro. Non avevo mica altro”. Si soffermò, voleva dare peso alle sue rappresentazioni, non cadere nel dramma eccessivo. Almeno, così la interpretai. Mi inserii perché lo meritava, avevo davanti Veronica, non Norma; dovevo parlare io, non Roy. Le dissi di quanto mi sentii un fallito ad aver mollato l’università a due esami dalla laurea. Una macchia che non riuscivo a togliere dal mio passato. La sera si fece più scura, le stelle più chiare.

4.

Il teatro era un grande stanzone dal soffitto ad arco. Le seggiole foderate di stoffa rossa erano divise in due dal corridoio centrale. Il palco era raccolto, il sipario sbiadito. Il brusio della folla era percepibile dal disimpegno che dava sui camerini, uno spazio ammuffito, con tre scale a pioli di diverse altezze poggiate alla parete di sinistra. C’erano gli amici riuniti dell’intera compagnia. C’era mia sorella Lucia e il marito, i miei due nipoti; mia mamma e mia zia Francesca; Richi e Andrea; il mio collega e superiore Giulio. Le altre facce appartenevano ad altre storie. Avevo intravisto Veronica salutare con la mano frenetica qualcuno.

Prima di entrare in scena, cercai di rilassarmi. Le gambe erano andate in sciopero, sul petto percepivo presenze e assenze, strani balzi, calore e freddo mescolati in una miscela implosiva. Veronica mi sussurrò “Finora è andata bene”. Sul palco si consumava il finale del secondo atto. Respirai, mi concentrai sul respiro. Guardai Veronica sereno, ci vidi il mio amore per Norma. Il sipario si chiuse. L’insegnante sapeva di fumo, disse piano: “Andate, andate!”. Scricchiolii del legno, ci posizionammo. Il sipario si aprì.

Eravamo in fila, le mani tenute insieme, le luci dei fari a tratti accecavano. Di fronte a noi, il pubblico in piedi applaudiva, qualcuno lanciava urla compiaciute. Mi ero dimenticato chi fossi, vi eravate dimenticati di voi? La risposta speravo di insinuasse in quel movimento automatico delle due mani a sbattere insieme e schioccare. Ci inchinammo e ci rialzammo. Guardai Veronica al mio fianco. Illuminato dalla luce del suo sorriso, ero di nuovo io e l’eco delle mie perplessità era scomparso.