
Era una giornata torrida, Alessio si era pure slacciato il terzo bottone della camicia, lasciando così intravedere il pizzico di pelo che si ritrovava sul petto. Cercava di mantenere asciutte la schiena e le ascelle dagli insopportabili aloni di sudore. Il programma era lungo, prevedeva una prima spartana bevuta in un locale del centro, poi una seconda imprescindibile tappa sul tetto di uno dei palazzi più glamour e la capatina finale, con cena annessa, in un club famoso per le danze aperte fino all’alba: fittizi o no che fossero, una volta previsti i tipici approcci degli addii ai celibati, bè…era meglio rimanere profumati.
Poteva sedersi sugli angoli delle plafoniere fissate che contornavano la piazza -il luogo del ritrovo- ma preferì stare in piedi. Aveva paura di macchiare i pantaloni. Era stato il primo ad arrivare e si dannò per la propria solerzia. Giusto un mesetto prima, in un momento d’attesa del genere, avrebbe sfilato una Camel dal suo pacchetto azzurro e se la sarebbe gustata con calma, ma ora non poteva perché –Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo!– aveva deciso di smettere. Respirò allargando al massimo la capienza dei polmoni (da una settimana sembravano molto più capienti, anche se poteva essere solo un’illusoria sensazione generata dagli sforzi della decisione) poi abbassò gli occhiali da sole e si mise a scorrere con lo sguardo il movimento rumoroso del traffico. Arrivò Giovanni, il testimone di nozze e conseguente organizzatore della serata, nella sua classica camminata dinoccolata da ex giocatore di basket; come in una successione di apparizioni da sfilata di moda si unirono Marco e Renato, Tommaso, Stefano e Michele. Davide, l’imminente sposo, arrivò per ultimo, accompagnato dal secondo Michele di giornata –ad onor del vero, il primo Michele, il fisico da body builder, la faccia lunga e imbevuta in una barbetta rada, era un collega di lavoro di Davide.
Si salutarono con pugnetti e cinque delle mani, grasse risate, battute cariche di speranza fangosa. Sarebbe stata una serata ribelle, folle e…perché no? Sporca.
Raggiunsero la prima tappa a piedi. Il Cosa Vuoi distendeva le vetrate da cui si poteva ammirare il bancone argentato; fuori i tavoli erano recintati da un elegante linea di piante, di cui nessuno del gruppo avrebbe saputo definire la specie. Il tavolo era prenotato, il cartellino sopra recitava La morte di Davide. Ordinarono al cameriere; Renato, l’unico ad indossare una giacca leggera, forse per coprire i chili di troppo, faceva vibrare il suo vocione a suon di battute e sberleffi. Scherzarono subito con due ragazze sedute su un tavolo alto. Volevano unirsi alla serata? No? Come no? Andiamo! Almeno date un bacio al nostro sposo? Un bacio sulla bocca! Solo sulla guancia? Ci accontentiamo della guancia? Davide mise a disposizione il viso senza proteste, aveva stampato addosso un sorriso di gaia confusione. Un primo brindisi ordinato e poi altri due più caotici. Michele, quello originale, quello con il viso rettangolare e gli occhi dal taglio malinconico, quello con cui Alessio aveva condiviso la tenda in vacanza in Croazia e i dubbi serrati sulle domande di storia all’esame della maturità, sfilò il pacchetto di sigarette dal taschino della camicia e se ne accese una con dei gesti cerimoniosi. Sbuffò fuori il fumo, chiese ad Alessio come andava la missione no tabacco. “Ora? Ti staccherei il braccio pur di fare un tiro”. “Basta chiedere, eh”. Tese la sigaretta all’amico. “No, no. Nessuno sgarro”. Doveva resistere. “Sai cosa ho letto che ti può aiutare”. Alessio pensò ecco il fenomeno e ascoltò con poca fiducia l’amico. Intanto era partito il coro “Davide ha il cazzo piccolo, Davide ha il cazzo nano! Si sposa presto e il nano amerà solo la mano!”. Michele: “…Quindi per il fumatore funziona come una dipendenza. Proprio perché lo è. Tu devi pensare: non fumo per stare meglio di un non fumatore, ma per stare esattamente come lui. Fumi per non…cadere. Non per innalzarti”. “Però tu stai fumando” gli fece notare Alessio. Michele sorrise, un sorriso tra la sfida e la goliardia. “Beh…non ho mica detto che deve aiutare me”. Alessio rise e si concentrò sul vino bianco e poi sul bicchiere vuoto che doveva essere riempito di altro vino bianco.
Importunarono una dozzina di ragazze. Davide era sempre più brillo e sempre più disponibile a farsi coccolare. Conobbero un gruppetto di amiche una volta giunti sul tetto di uno dei palazzi con la vista migliore sulla città: si stagliavano altri tetti bassi e ondulati, condominii squadrati, i campanili delle chiese e le bolle vetrate dei palazzetti e di qualche museo. Una sorta di aura di impegni contornava il perimetro di confine tra la città e il cielo. Dal bancone del locale, le casse sparavano musica house di pessimo gusto. Alessio aveva sempre più voglia di fumare; intanto sorseggiava un cocktail e notò una mora nel gruppetto di amiche. Si chiamava Elena, aveva il mento piccolo e il sorriso contagioso, teneva in mano il bicchiere con un entusiasmo mai troppo ostentato. La voce era pacata. Si mise a lanciarle occhiate fuggenti, sperando di garantirsi un accenno di conoscenza. Davide sembrava essere sempre più in sintonia con Alessia, una riccia dalla risata acuta e gli occhi solo all’apparenza persi. Sedevano stretti, ridevano insieme quasi a sfiorarsi le guance. Gli occhi di Davide ruotavano come fossero su delle lente montagne russe. La città si scuriva, perdeva la chiarezza delle linee e ne guadagnava in piccoli punti di luce. I cori diventarono assordanti, i brindisi altalene, e Alessio non sapeva quale desiderio avrebbe scelto tra un altro gin tonic, una chiacchierata intima con Elena o una sigaretta. Date le possibilità, optò per il gin tonic.
Sulla strada che li avrebbe portati al club Serra51 Davide tastò il sedere di Alessia – un sedere tonico trattenuto in una gonna corta di jeans nera- per poi trascinarla in una laterale, baciandola sul collo e sull’orecchio, le mani come una spugna da doccia a lavare le impurità in ogni punto nascosto del corpo. Scandaloso, certo, che si comportasse così a un paio di settimane dal matrimonio, ma anche invidiabile che riuscisse a mantenere quel livello di menefreghismo e sfrontatezza. Ad Elena, Alessio era riuscito a scoccare giusto due sorrisi. Si ritrovarono all’entrata, una coda modesta, due buttafuori gonfi come palloncini, e il vociare davanti alla struttura dalle forme d’arte moderna, linee dritte e storte, bianche e nere. “Dove cazzo è finito Davide?”. “Incredibile, oh”. “Ale non è una che bada agli “impegni” altrui…se non l’avevate capito”. Quando riapparirono -i visi arrossati e gli occhi acquosi- il gruppo sorvolò su eventuali indagini.
Si sistemò sulla pedana rialzata, dove il tavolo prenotato risplendeva sotto tre lampadari dalle forme ottocentesche. La pista era ancora vuota; solo un po’ di musica di sottofondo riempiva l’atmosfera ancora legata alle discussioni della cena. Alessio continuò a giocare di sguardi con Elena, fino a che non gli venne il dubbio che stesse giocando un solitario. Aveva voglia di una sigaretta e, per trattenersi, aveva voglia di bere, ma ancora un bicchiere, o altri due, e l’ubriachezza l’avrebbe guidato senza più barriere verso il caloroso abbraccio della nicotina. I bicchieri si alzarono per l’ennesima volta, sbattendo e accompagnando il coro “E Davide c’ha le manette al cazzoooo, le manette al cazzo, le manette al cazzo!”.
La chiamata arrivò tra il secondo e il contorno. La musica si era alzata di qualche tacca, i passi sgambettavano avanti e indietro tra gli estremi del locale. Il cellulare di Davide suonò mentre scherzava beatamente con Alessia. Prima aggrottò le sopracciglia, poi si alzò e sparì verso il corridoio d’entrata. Quando riapparve, piangeva. “Scusate, oddio…devo andare…devo andare…”. Tirava su con il naso. “Ho bisogno, oddio….”. Più di qualcuno domandò: “Ma che è successo?”. Ci mise un po’ a parlare, il viso sembrò raccogliere le forze per l’ammissione. “E’ morto Titti, il cane dei miei…il cane che è stato con me…da…da quando ho dieci anni”. Le ragazze quasi si commossero. Alessia lo baciò sulla fronte. Gli amici lo accompagnarono fuori, chiesero se potevano fare qualcosa. Davide, giacca in mano, tranquillizzatosi almeno nei connotati, disse che era tutto a posto e che Teresa, la promessa sposa, stava per passarlo a prendere. Al nominarla, le labbra di Davide rilassarono i contorni. “Voi continuate pure…e scusate”. Le labbra si ristrinsero per il sincero dispiacere verso i progetti degli amici.
Alessio bevve fino a sentire la mente rallentata e il corpo leggermente molle. Avrebbe raggiunto Elena in mezzo alla pista, si ripromise, ma prima accompagnò nel terrazzino esterno i due Michele, Giovanni e Marco. I quattro accesero le sigarette. L’odore del tabacco si mischiava ad un sentore di deodorante e sudore. “Che follia, cazzo” disse Giovanni. “Cosa?” chiese Michele. “Davide. Si fa Alessia in un vicolo e poi corre da Teresa perché gli è morto il cane”. Gli amici si guardarono tra loro, in mezzo ai rivoli di fumo. Ero stato scoperchiato il vaso della riservatezza e dell’imbarazzo. Le voci avevano un leggero accento di allegria dopata. Fu sempre Michele, al fianco di Alessio, a parlare quasi sottovoce: “Ma perché si sposa per…insomma, con Alessia si diverte”. “E non può divertirsi con Teresa?”. “Teresa lo salva. Ma magari non lo…innalza”. “Hai detto che non gli si alza?”. Partirono delle risate da show televisivo. Alessio espirò i miasmi della vodka, batté sul gomito di Michele. “Ohi”. “Dimmi”. “Mi passi una sigaretta?”. “Non avevi detto nessuno sgarro?”. Michele tastò il taschino, ci infilò la mano e porse il pacchetto. Alessio alzò le spalle, prese il pacchetto quasi vuoto e sfilò la penultima sigaretta. Aveva solo sentito l’estenuante bisogno di un appiglio.
