
I muri erano di carta pesta. Sentivo tutto, i passi e le parole, i litigi e l’abbaiare del cane. A volte, quando facevano rumore, le lacrime.
Era una famiglia che avrei definito modesta. Li incrociavo, ogni tanto, uscendo dal piccolo patio al piano terra dal mio appartamento. Il loro garage si trovava appena oltre il cancello automatico del condominio. Il padre aveva una testa minuziosamente rasata e una pancia onesta, da pigrizia piuttosto che da dieta squilibrata. Spesso con lui c’era il cane, un barboncino con il pelo bianco affumicato sugli occhi, che di solito mollava una pisciata vicino alla fontanella di servizio degli inquilini. Raramente c’era il figlio; un’età indefinita tra gli undici e i quattordici anni, aveva le braccia magre e il viso triste, gli occhi miravano verso il basso, ispirati da quella che mi pareva fosse una profonda timidezza. Durante quei veloci incontri, notavo come assistesse affascinato il padre, alle prese con la riparazione di una bici o il semplice gonfiaggio di un pallone da calcio. La madre l’avevo vista forse un paio di volte. Era anche lei magra e aveva il naso sporgente. In quelle due volte mi aveva salutato con un entusiasmo accentuato, la ricerca di esprimere una forte educazione. Ma magari era solo imbarazzo.
Credo che la loro cucina fosse esattamente sopra la mia camera. Le discussioni cominciavano dopo una ventina di minuti che mi ero messo a letto. All’epoca, subito dopo cena, avevo preso l’abitudine di mettermi a leggere per un’oretta e mezza e preferivo di gran lunga la luce calda del mio comodino. Inizialmente le voci del padre e della madre seguivano i tintinnii dei piatti e dei bicchieri, poi -quando le azioni da rassettamento terminavano- sembravano concentrarsi meglio sulle inesattezze dichiarate e incrementavano poco alla volta fino a diventare una furia di insulti e accuse. Lei una volta disse: “Mi fai schifo in tutti i modi possibili! Dio, mi sento sporca solo a sapere di averti toccato…ma non capiterà più!”. A lui invece piaceva tanto dire: “Stasera me ne vado e la prossima volta che ti saluto sarà sulla lettera dell’avvocato!”. Io cercavo di concentrarmi sulla lettura ma spesso, dato anche il chiasso, mi dividevo tra la storia che mi scorreva davanti e quella che urlava di sopra. Litigavano per beghe economiche e un’amante sospettato da lui. Il cane, ogni tanto, lanciava dei versi che suonavano come un invito alla pace. Il figlio invece non lasciò testimonianze fino ad un giorno tra l’inverno e la primavera. Forse era inizio aprile.
Avevo davanti il solito libro. Sopra la discussione era accesa e stava per infuocarsi. Lui aveva appena detto, con un tono di voce che me lo faceva immaginare rosso in viso dalla rabbia: “Ma perché non vai a casa dei tuoi colleghi la sera! Al posto di tornare qui, cazzo!”. Partì in quel momento il suono di un flauto dolce. Una serie stonata di note che sembravano messe a casaccio. I due vennero distratti, esattamente come il sottoscritto, e andarono avanti nella discussione per poco, limitandosi a spararsi addosso veleni standardizzati, nessuna offesa che potesse alzare la posta ma solo mantenerla viva come un fuocherello. Fu la madre ad andare in camera del figlio. Riuscivo a sentire meno, ma, data l’attenzione che ormai stavo riponendo, abbastanza da comprendere lo scambio: il figlio aveva l’ora di musica l’indomani e voleva esercitarsi. Riprese poco dopo e del padre e della madre sentii solo i passi, l’accensione della televisione e qualche commento inevitabile sui programmi dell’indomani. Poi, sempre la madre andò dal figlio ad avvertirlo che si era fatto tardi. Le mie orecchie ringraziarono: se quella che aveva provato per un’oretta era una canzone, si sarebbe dovuta intitolare “Evviva la sordità”.
Divenne uno schema ricorrente. La madre e il padre iniziavano a discutere e il figlio attaccava con il frastuono. Cominciai a stentare nella lettura non per distrazione ma per tortura.
Sempre in quel mese mi presi un bel raffreddore. Portando fuori l’immondizia, incrociai il padre, un’ombra laboriosa illuminata dalla luce gialla del garage. Starnutii non so quante volte prima e dopo del canonico “Buonasera” e allora lui, dopo una cordiale risposta di saluto, mi disse che bisognava stare attenti -la stagione aveva troppi sbalzi di temperatura- e che anche suo figlio si era preso una brutta influenza.
Il giorno dopo mi svegliai con qualche linea di febbre e non andai al lavoro. Mi misi a letto, in preda al godimento da mattinata libera. Aprii il libro e feci in tempo a leggere mezza pagina, quando sentii le note del flauto dolce sopra la mia testa. La melodia era chiara e non vi fu alcun accenno di stonatura. Sentii in quell’inaspettata bravura un immenso dolore.
