Dai miei occhi ha vissuto solo gli anni della vecchiaia, e li ha vissuti su una sedia a rotelle. Come non ho ricordi delle sue gambe in movimento, non ho ricordi neanche del reale timbro della sua voce. C’era stato un momento di passaggio della malattia in cui -io ancora alle prese con la scuola materna- riusciva a rincorrermi e rimproverare la mia vivacità, quelle mattinate d’emergenza di chiusura della scuola e di lavoro dei miei genitori, ma sono solo fumosi quadretti di un insieme che è fuggito per sempre.
Il contesto a rimanermi indelebile è la casa in montagna. Ci andavano, lei e mio nonno, perché le faceva bene l’aria. Io e mamma e papà e i miei fratelli li raggiungevamo spesso durante le estati. Su quella sedia a rotelle mia nonna rantolava. Emetteva versi come se la gola fosse una grotta. Le labbra tremavano, e le tremavano le mani e le braccia, le tremavano gli occhi. Al primo incontro della stagione, al nostro primo saluto, mi accarezzava una guancia, la mano faticava ad alzarsi, e aveva gli occhi felici e lucidi, come se la poca allegria che riusciva a provare di tanto in tanto la commuovesse. Tendevo a evitarla, ero un bambino e il disgusto vinceva sulla pietà. Aveva i capelli radi e sempre sparati in aria in una confusione debole e indomabile insieme. Usava il pannolone, e qualche volta sentivo la puzza di pipì aleggiarle attorno. Quando le chiedevo, su invito dei miei genitori e di mio nonno, come stava, lei cercava di dire “bene”, ma la parola si perdeva in bave di saliva e negli occhi bassi, pessimi attori affaticati dalla resa del resto del corpo.
Teneva un diario da condividere. Mi ricordo di averlo scorso una volta, con mia mamma, sul tavolo esterno del patio. Nelle prime pagine le parole erano insicure, come scritte da una bambina che avesse appena imparato a scrivere, ma poi, di mese in mese, i contorni si facevano sempre più indistinti fino a diventare una semplice onda che saliva e scendeva. Ne discussero, una volta, tornando verso casa, mio papà e mia mamma: lei era preoccupata perché sua mamma quel pomeriggio le aveva sussurrato che avrebbe voluto tanto morire. “Soffre tanto” aveva concluso mia mamma, e, dall’espressione ferma, immobile e lontana del viso, era come se quella sofferenza trafiggesse anche lei.
La mattina in cui morì stavo ancora dormendo. Dal telefono di casa, mamma aveva urlato di disperazione noncurante: “Oddio, mamma!”. Era partita di corsa con mio padre verso la montagna. Il funerale si svolse nel paese dove ho vissuto fino ai venticinque anni. Fu l’occasione in cui vidi piangere mio padre per la prima volta, quindi piansi anch’io; piansero in tanti. Erano lacrime –me lo dissero dopo- particolari, legate all’epopea di dolore che l’aveva caratterizzata per gli ultimi dieci anni della sua vita (un’epopea di cui i miei ricordi sono solo un misero testamento). Erano lacrime che nascondevano anche una goccia di sollievo in un mare di sconforto: quel desiderio sussurrato si era finalmente avverato.
Non so quanto sia difficile vedere il proprio corpo crollare, devastato da una diagnosi insicura, e farsi mangiare dalla malattia un passo alla volta, una spietata e minuscola rivelazione giorno dopo giorno, ma quell’onda dal tratto blu me le ricordo sulla pagina a righe di un quadernetto formato A5: in tutti i libri che ho letto, non ho più ritrovato una descrizione così chiara del dolore.
