
Oltre alle recensioni dei corti del festival, la redazione mi scelse per l’intervista all’attore Gianni Luciardi. In paese c’era un bel fermento per l’assicurata presenza di una personalità così nota, e in parte lo potevo capire. Non eravamo abituati al riscontro in carne e ossa delle immagini in televisione. Avevamo il nostro piccolo festival -nato dall’iniziativa e da una buona dose di coraggio mista ad un pizzico piccante di testardaggine dell’assessore Ludovico Mirabaddo- e nessuno si sarebbe aspettato che i numeri aumentassero di anno in anno, fino a farlo diventare un evento chiacchierato anche oltre regione. All’incrementare dell’interesse, salirono anche le richieste di partecipazione, e tra queste -quell’anno- c’era il primo corto da regista di Gianni Luciardi. Un onore inaspettato, aveva dichiarato il sindaco.
Anche per noi del giornale era un’occasione irripetibile. Il direttore e il caporedattore si erano ben raccomandati con il sottoscritto di essere spietato e gentile, accomandante nel portamento e affilato nelle parole. Avrei dovuto affrontare due argomenti spinosi come la lite dell’anno scorso con un’altra leggenda del cinema, il regista Dino Fullesi, e il presunto flirt con Marianna Furbosa, mora, pelle color caramello, fantasia erotica della parte di nazione maschile e eterosessuale. Se fosse stato necessario, avrei dovuto tralasciare le eventuali curiosità sul corto. Triste? Forse a sentirlo per la prima volta, ma non ero più lo studente appena uscito dall’università di lettere con in tasca la nobile volontà di cambiare il mondo. Il mondo forse non mi aveva cambiato ma mi aveva sicuramente piegato. Niente drammi o lamentele, avevo imparato ad accettarlo e ad accettarmi. Anche perché tra un figlio e l’avventura matrimoniale con mia moglie di cose da pensare ce n’erano fin troppe. Dal lato del lavoro: avevo imparato a prendere quello che veniva senza troppe pretese. Volevo essere un buon padre e un marito perlomeno accettabile; come giornalista, sarei stato quello che mi si richiedeva, niente di più e niente di meno. “Farò del mio meglio” avevo risposto come sempre ai superiori.
Il festival si teneva in uno dei borghi che, come stelle sparse in un cielo notturno, illuminavano l’oscurità delle colline che attorniavano la frazione centrale del paese. Ogni piccola piazzetta del borgo aveva il suo schermo e una quantità soddisfacente di sedie; sulla radura che attorniava il ruscello era stato montato lo schermo principale dove erano previsti gli spettacoli delle categorie più blasonate. Il corto di Luciardi sarebbe stato proiettato lì ogni sera per tutti e quattro i giorni. A diversi metri dalla zona di proiezione, sempre cullato dal suono e dalla frescura della corrente d’acqua, era stato montato un chiosco pergolato, il luogo deposto ai panini, alle birre e agli aperitivi improvvisati. Ero lì a farmi una pausa dopo aver visto cinque corti proiettati nel tardo pomeriggio, l’intera categoria degli under 20, e sorseggiando la mia birra. Senza volerlo, una somma di saluti informali tra persone munite di cartellino plastificato, si formò un capannello di addetti stampa. Confessai, forse con un eccessivo disappunto che nascondeva una grossa dose di orgoglio e vanità, il compito assegnatomi, l’intevista a Luciardi. Due dei miei colleghi, Riccardo D’amico e Francesco Bonvino, avevano già visto il corto durante le prove di proiezione mattutine e mi dissero, l’uno che andava a confermare ogni volta la critica dell’altro formando così una catena di difetti, quanto fosse poco interessante e al limite del banale. Non si può dire che fossimo gente facile quando si parlava di film e giudizi, anzi, per deformazione professionale eravamo al limite dello stronzo, anche se in fondo di Francesco -con cui avevo condiviso i drammi di inizio carriera- mi fidavo. “Piuttosto…” disse, dopo un sorso impegnativo di birra che gli incollò un sottile baffo bianco sulla pelle glabra sopra il labbro, “…c’è questo lavoro che mi ha lasciato senza parole. Hai presente, la bellezza? Pura. E’ inserito nella categoria Nazionali. La regista è…ha già girato una decina di corti. Avrà una cinquantina d’anni. Aspetta…No, non mi viene in mente il nome. Aspetta”. Francesco tirò fuori il cellulare e si poggiò il pollice sul labbro inferiore, la sua posa da concentrazione. “Eccolo. Senza respiro, si chiama. Di Elisabetta Fortavalle. Lo danno domani pomeriggio in piazzetta Mastroianni”. Le piazzette del borgo portavano i nomi delle grandi star del cinema italiano. “Me lo segno” dissi, toccandomi due volte la tempia destra con l’indice per far capire che me lo sarei segnato mentalmente.
Iniziarono a sentirsi i rumori invadenti da prove del microfono: colpi strappati, parole ripetute senza variazioni di voce. La folla si spostò pian piano verso le seggiole nella radura. Lo schermo principale venne acceso, e il bagliore si fece sempre più forte man mano che il sole scendeva oltre l’incunearsi delle colline. Ludovico Mirabaddo, camicia dentro i pantaloni grigi e ben stirati, stava in piedi con il microfono in mano, in attesa di cominciare con le presentazioni; Luciardi lo raggiunse poco dopo, seguito da un picco del vociare. Aveva la camicia di lino e il codino raccoglieva i capelli sale e pepe e gli occhi erano infossati in un’ombra di stanchezza.
Restai in piedi, assieme agli altri curiosi che non erano riusciti a garantirsi un posto a sedere. La mia era in parte una scelta: più agivo in modo distaccato, più riuscivo a valutare le cose senza influenze. Dopo un veloce discorso e i ringraziamenti dell’assessore, Luciardi rincarò la dose per l’occasione concessagli di inaugurare il festival. Quindi, dopo un qualche secondo tra gli applausi e il rimbombare echeggiante dell’impianto sonoro -secondi in cui a farla da padrone furono i grilli e l’odore di piante selvatiche- il corto partì. Un quarto d’ora abbondante, in cui si erano narrate le vicende di un uomo alle prese con l’organizzazione dell’anniversario di matrimonio, in una giornata piuttosto disturbata dagli impegni di lavoro. Il lieto fine con la moglie soddisfatta, le rose sul tavolo, la cena cotta a puntino –molte gag sulla scarsa capacità del protagonista di cucinare. Ci furono dei buoni applausi. Come avevano anticipato i miei colleghi, mi sembrò una messa in scena un po’ sterile, più da spot pubblicitario che da forma artistica. Qualcosa si salvava -la recitazione e il montaggio principalmente- ma il resto era da affinare. Poco male, poteva sicurare migliorare. Tornando a casa, pensai a qualche domanda da fare l’indomani all’intervista, che era programmata per le 18.
Mi presentai alle 15 per vedere Senza Respiro. La piazzetta rinominata Mastroianni ricordava una corte, attorniata da costruzioni di due piani con mattoni e malta in vista. Il sole ne bagnava ogni porzione, ne rimaneva fuori un angolo sotto una scala esterna, dove stazionavano a mo’ di scenografia rustica un carretto di legno smaccato e una carriola arrugginita. Vidi altri due corti prima di quello a cui ero interessato (le proiezioni erano sempre una scaletta fissa dell’intera categoria a cui le opere erano state iscritte): un cartone animato in bianco e nero con protagonista una mongolfiera e un thriller psicologico sulla violenza anche quando non si manifesta in atti oggettivi.
Poi cominciò Senza Respiro. Anche questa volta i colleghi, secondo la mia opinione, avevano avuto ragione. Bellezza pura, pompata direttamente –aggiungo io- dal cuore. Il corto era un insieme di brevi istanti in cui i personaggi rimanevano, per l’appunto, senza respiro. La tensione era regolata dal fatto che dalle prime situazioni, il cui carattere si sarebbe potuto definire straordinario (far saltare un ponte per evitare che il nemico potesse raggiungere la base alleata durante una guerra, girare attorno al pianeta Terra su di un’astronave, restare bloccati all’interno di un edificio durante un terremoto), si passava sempre più alla quotidianità, capendo man mano che i primi istanti erano solo sogni ad occhi aperti dei protagonisti bambini, i quali riuscivano a farsi togliere il respiro da eventi tra i più semplici come un film visto al cinema o un tuffo in piscina.
Il finale prevedeva il più grande omaggio alla mancanza di ossigeno ai polmoni: il primo bacio.
Aspettai la conclusione dei corti e che i registi facessero il loro breve discorso di fine proiezione. Elisabetta Fortavalle era magra e alta, il viso era segnato da delle rughe sottili e i capelli avevano la tendenza a fuggire dall’ordine del taglio. Il colore della pelle ricordava la sabbia e la voce era instabile, forse vittima di una leggera emozione. Provai a farle qualche domanda sul tema portante della narrazione, ovvero lo squilibrio di emozioni tra la vita adulta e quella bambina; lei mi rispose in maniera tale che mi venne voglia di domandarle ancora e ancora.
Erano già le 17 quando mi presentai e le chiesi se le andava di bere qualcosa al chiosco. Mi guardò senza segnali di sospetto. Riprendemmo il discorso lasciato in sospeso: “…Avevo paura di complicarla troppo. All’inizio pensavo di giocare solo con il percorso…cose pazzesche-cose di tutti i giorni”. Mentre finiva di la frase, gesticolò energicamente con le mani come se avesse dell’argilla da modellare. “…Ma poi mi sono resa conto che stavo raccontando qualcosa di diverso”. Scrutavo i miei passi, la ascoltavo. “Erano due piani: sempre due. Gli adulti e la necessità di trovare qualcosa di davvero fuori dal comune per sorprendersi. E i ragazzi e le ragazze. A cui a volte basta poco. La prima volta di milioni di cose. Quante volte si mettono in gioco…Ci siamo messi. Alla fine non sappiamo quanto invecchieremo ma giovani lo siamo stati, no?”. Mollò un sorriso che sembrò alla ricerca di un po’ di fiducia. Seguimmo il ruscello dalla parte delle abitazioni, poi superammo il ponticello di legno e ci ficcammo sotto il chiosco. Il sole era ancora alto, c’erano pochi clienti a fare la coda per gli ordini in cassa. Incrociammo Francesco, che si unì senza troppi complimenti. Tre birre; una panca appartata, appoggiata al gabbiotto non illuminato dedicato nei giorni ordinari al noleggio canoe.
Alle 17 e 40 mi resi conto che non aveva alcuna voglia di intervistare Luciardi. La regista che avevo al mio fianco aveva molte cose da dire e dal modo in cui le diceva, la sensazione conseguente e naturale era quella di allacciarsi e continuare: domande, risposte, osservazioni, ancora domande, dubbi, riflessioni monche a cui mancavano pezzi che si potevano ritrovare tra le labbra di chiunque, di chiunque avesse voglia di ascoltare. Magari anche Luciardi aveva la stessa attitudine -non volevo certo definirlo attraverso l’inganno di un pregiudizio- ma in ogni caso l’interazione in progetto era macchiata dai doveri del giornale, del suo entourage, delle regole formali tra professionisti pronti a ricevere la prossima paga. Il cellulare cominciò a squillare alle 18 e 05, e feci quello che ci sentivamo di fare io e la terza birra in corpo. Lo spensi e continuai a stare lì con Elisabetta e Francesco. Parlammo del perché continuasse a fare corti senza tentare la strada del lungometraggio e la regista rispose che “era una centometrista” e che “poco le importava del mercato.” Quando e se avesse avuto in testa la storia di un lungo, lo avrebbe realizzato. Semplicemente, non era ancora capitato. E il festival doveva o no, per allargarsi ancora di più, lanciarsi nella proiezione di qualche lungometraggio inedito? “Ma non scherziamo. Questo festival è nato per dare voci ai fiati corti. Ci rimane poco spazio…ce lo vuoi pure togliere?”. Quando il sole svanì, e le proiezioni continuarono senza sosta tra le zanzare e una la brezza intermittente, noi continuammo a bere birra e discutere sulla panchina.
Il giorno dopo ci fu la programmata lavata di testa, che riuscii a smorzare con una scusa piuttosto vergognosa. Dissi che mio figlio era stato poco bene e che ero dovuto correre in ospedale. Lo so, pessimo: usare la salute del figlio. Però dissi anche che era già stato dimesso e che stava meglio! Pregai di non essere stato visto in quella panchina e -che sia successo o meno- non girarono voci, o almeno non arrivarono alle orecchie del capo-redattore. L’intervista venne riorganizzata in fretta e furia direttamente dal direttore e la delusione si stemperò presto, anche perché ripresi ad intervistare nelle modalità e nei tempi ordinati. Ogni tanto, tra un impegno e l’altro, penso ancora a quella serata. Fatta di disubbidienza, incoscienza ma anche d’interesse e passione. Rivivo una sensazione strana…forse dettata dalle birre? Mi rivedo in un paradosso: un uomo così maturo, adulto, e così immaturo e disposto a mettersi in gioco.
Forse un uomo che, per la prima volta da che è diventato adulto, non si piega e finisce per tornare bambino.
