
Per quanto mi riguarda rimarrà sempre la città più bella del mondo. E’ un parere lontano chilometri e chilometri dall’oggettività (…ma va?) però a Treviso ci sono nato, e, dalla prima liceo, ci sono cresciuto. E’ stata la stella polare delle uscite in amicizia e delle serate romantiche, degli anfratti nascosti dove accendersi una canna e degli eccessi alcolici; ha ospitato i negozi che hanno dato il via ai miei cambiamenti in fatto di moda e mi ha trattenuto nella sua biblioteca comunale dalla quinta superiore all’ultimo anno di università – e forse qualcosa dopo; ha cullato e culla tuttora le mie passeggiate verso il supermercato, o il bar, o verso nessuna destinazione specifica.
Io a Treviso ci sono sempre stato bene nonostante gli evidenti limiti – i limiti di ogni piccola cittadina provinciale. Quando avevo sui vent’anni, la mia ragazza dell’epoca mi diceva, in preda ai picchi di frustrazione, quanto la odiasse. E’ pieno di falsi, di ipocriti! Sicuramente, e alla mia osservazione: “…Però gli ipocriti ci sono un po’ dappertutto, no?”, lei replicava: “A Treviso la concentrazione è maggiore”; ma, ammesso e non concesso che avesse ragione, senza essermene mai accorto io e lei divergevamo sulle intenzioni. Mentre lei valutava il suo benessere in rapporto alle possibilità della città, a ciò che le avrebbe potuto dare, io lo taravo sulle mie – per così dire – appartenenze, su ciò che avevo conquistato e che aveva finito per fare parte di me. Se lei cercava di conoscere nuove persone, e rimaneva puntualmente delusa dai modi e dagli atteggiamenti e in generale dall’esigua scelta, io tendevo a consolidare i rapporti su cui avevo già riposto una gran fiducia. Se io mi esercitavo sul consolidamento – e non sentivo alcun limite – lei vedeva tarpate le ali alle prove d’ampliamento. La questione – ci tengo a sottolineare – non è su chi abbia l’approccio migliore: nel mio caso, per esempio, il peso di un errore di valutazione è incalcolabile.
Quindi non vedo l’ora di presenziare al festival del tiramisù, o del prosecco e del salame in Piazza dei Signori? No, ovviamente. Non me ne frega niente di questi eventi, però il punto è che, più in generale, non me ne frega proprio niente degli Eventi (quelli con la E maiuscola). Se posso evitare una situazione caotica – i regni delle code, delle chiacchiere da ronzio sulle orecchie e dei prezzi inflazionati – coglierò l’occasione al balzo. Concerti, fiere, inaugurazioni di mostre o di quant’altro: il sospiro di serenità riecheggia puntuale quando so di averla scampata. Non sono mai andato né al Torneo del Tiramisù né al Salone del Mobile – o al Fuorisalone annesso – o all’Alcatraz o ancora al Festival del Cinema di Roma; evito perfino le varie fiere del libro e ho presenziato a pochi concerti, perlopiù trascinato dagli amici o dalle preghiere delle ragazze che frequentavo. In un periodo non troppo lontano a Treviso veniva organizzato l’Home Festival, quattro giorni di concerti con più palchi e, nelle ultime edizioni, addirittura un campeggio per chi veniva da fuori. Pur avendo timbrato il doveroso cartellino di presenza anche nelle ultime edizioni a pagamento – un obbligo sociale per un giovane di Treviso -, i miei ricordi sono più legati alle difficoltà di parcheggio, ai prezzi della birra e ad una soffusa noia davanti alle luci accecanti del palco principale…Avete presente quello che sta immobile in mezzo ad una folla festante?
Ma da qualche parte mi divertirò pure io, e per me l’Everest dello svago sono i bar e le osterie. Mi basta sedermi in buona compagnia e chiacchierare dei più e dei meno, sorseggiando bevande comuni e senza particolari pretese. A Treviso ho – o abbiamo – delle tappe fisse, a cui ogni tanto si aggiungono questo o quel locale. Il Crich Corner in vicolo Barberia per il caffè, l’Osteria Canova per l’aperitivo, la Piola per una pizza.
Sull’argomento potrei avanzare una critica riguardo le ultime tendenze, ovvero la mania generale di dare un tono a tutto ciò che è semplice, come se la semplicità fosse un sintomo fatale di rozzezza. Si raffinano i crostini, i menù, gli arredi fino a rendere l’ambiente il vero protagonista, quando, nei fatti di una bevuta tra amici, non ci si dovrebbe concentrare…Sui discorsi? Sugli amici?
Ho sempre tentato di curare le amicizie: come detto prima, ricercavo un consolidamento. Ora, Treviso è una città indissolubilmente alto-borghese. Ricordo la battuta di un mio collega di Venezia sui trevigiani: “Casa piccola, macchina grande”. E’ innegabile non solo che ci sia benessere ma che ci sia lo sfoggio del benessere – e sì, a volte a trovare riscontro è più l’apparenza della sostanza. Anche in questo caso, però, non sono granché interessato alla nomea o alla precisa valutazione dei trevigiani. Vivo all’interno di una mia cerchia, di una bolla, un insieme di persone variegato che ritengo autentiche (soprattutto nei difetti), e non nutro particolare interesse – in negativo e in positivo – per chi è al di fuori. E’ probabilmente un atteggiamento tipico proprio del trevigiano (cosa ci si poteva aspettare?) ma, se da un lato fa emergere una chiusura caratteriale, dall’altro si potrebbe accreditare una sorta di sospensione del giudizio, pronto ad attivarsi solo nel momento di incontro-scontro tra una persona e la mia preziosissima bolla.
Un’altra cosa che ho consolidato negli anni è stata una passeggiata. Ho iniziato a percorrere la riviera di Santa Margherita quando lavoravo al cinema, nel 2015. Ho poi continuato durante le timide aperture dal lockdown, e, infine, oggi, faccio su e giù quasi ogni giorno. Non c’è mai una meta: parto da casa e torno a casa. Salgo gli scalini unti di birra del cavalcavia e supero i binari della stazione. Arrivo alla zona della “palla di ferro”, dove si alzano, uno di fianco all’altro, l’hotel Carlton e l’hotel Continental. Durante il primo periodo del lockdown, dalla finestra del bagno dove abitavo, le loro insegne illuminate e appaiate nella notte mi rassicuravano sull’evidenza che il mondo da sempre conosciuto era ancora lì fuori.
C’è poi l’armeria e, dall’altro lato della strada, hanno aperto da poco un bar in cui, ogni volta che entro, uno dei baristi con dei capelli leccati all’indietro mi saluta con: “Buongiorno carissimo, un buon caffettino anche oggi?”. Prendo a destra verso la riviera, verso il Sile. Ogni mattina sono aperti due baldacchini sulle cui vetrine sono esposti bonghi e narghilè e bandane e bigiotteria varia. E io mi domando, ogni volta, com’è possibile che stiano ancora lì da minimo vent’anni, dato che non ho mai visto nessuno entrare. Contigua al ponte di San Martino c’è una centrale idroelettrica che crea, similmente ad una piccola diga, una modesta cascata d’acqua. Sul filo schiumoso ballonzolano sempre almeno due palloni, persi da qualche bambino – immagino – chissà a quale altezza del fiume.
La sera, il lungo fiume è illuminato da dei lampioni a due bracci, e la mattina la luce del sole accende il verde delle chiome dei piccoli lecci. Prima di arrivare al ponte trafficato di fronte alla chiesa sconsacrata di Santa Margherita, si incontrano quattro panchine; su una di queste c’è sempre un trio di neri che discute animatamente, birra in mano, di qualcosa che mi è precluso origliare. Il bar chiuso di Franco sulla destra accende lo strano e impossibile sogno di aprire, un giorno, qualcosa di simile, con il biliardo, il jukebox e dei panini assemblati al momento. Non terrei il baffo di Franco, penso, quello no. Ai giardinetti di Sant’Andrea, un grazioso scorcio erboso in pendenza, c’è un concertino con un pubblico modesto. Sotto Natale, il letto del fiume è illuminato da luminarie a forma di stella. Quando è bel tempo, la piazza bianca dell’università è letteralmente bagnata dal sole; ci sono le chiacchiere animate del Caffè Letterario (niente di particolarmente letterario, in realtà) o della pizzeria La Caprese; la pizzeria ha un bel tavolo, all’apparenza esclusivo nella posizione, un terrazzo panoramico al primo piano. Spesso, sul ponte di legno delle Università, c’è qualcuno con il cellulare in mano a scattare una foto. Supero la famosa targa di Dante, “Là dove Sile e Cagnan s’accompagna”, e l’osteria Ponte Dante. Ai piedi del castello Romano, tra le due rive si alternano lo zampettare strascicato delle nutrie e delle anatre, e qualche giovane steso sopra un asciugamano. Sempre a Natale, davanti a Palazzo Giacomelli un albero addobbato a puntino dà vigore e tradizione all’estetica delle feste. Le macchine sfrecciano sul PUT, vengono dal parcheggio coperto di Dal Negro e continuano a seguire a sinistra il Sile. Allora mi giro e torno indietro.
Quando ripercorro il cavalcavia, ammiro lo stendersi dei binari e i treni partire nelle tante ma non troppe direzioni. Anche a me, come tanti, viene voglia di partire. E dopo qualche minuto di quella proiezione – di me in un altro posto nel mondo, a fare niente di più e niente di meno di quello che già faccio a Treviso – immagino quel sentimento di pace al petto scaturito dal ritorno: eccola qua, di nuovo, la città più bella del mondo perché è casa mia.
