SOLO PASSI

C’è stato un tempo – vicino nonostante l’incipit da Iliade – in cui usavo nascondere parte delle mie preoccupazioni, dei miei sentimenti e dei miei pensieri in nome della vergogna e dell’illogica equazione: gli altri non lo sanno = non esiste.

Forse risultava più semplice per l’appunto nascondere, piuttosto che risolvere. Parlarsi francamente allo specchio era una pratica che temevo, avrebbe determinato delle certezze scomode su cui, grazie alle bugie e alle omissioni, potevo ancora esercitare un quanto mai salvifico dubbio. Un esempio pratico: perché gettare in pasto al giudizio della gente un mio scritto, rischiando di incontrare la conferma delle mie scarse capacità, quando avrei potuto continuare a coccolarmi nei forse? Non era meglio un forse sono bravo al di certo non lo sono?

Da questi movimenti, questi atteggiamenti decisamente difensivi, si può ricavare un assoluto e imperativo interesse non tanto per la persona che ero, quanto per l’immagine che in qualche modo pensavo di proiettare in mezzo agli altri. Difendevo quel misto di reputazione, dignità ed ego, permettendomi così – almeno nei contesti sociali – di non percepire quell’enorme distanza tra il me stesso reale e il suo alter-ego – tra Clark Kent e Superman, per intenderci.

Poi è successo che ho iniziato a leggere. In ordine sparso, Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay di Michael Chabon, 4 3 2 1 di Paul Auster, Le ceneri di Angela di Frank McCourt o Il vento selvaggio che passa di Richard Yates. Giusto per citarne qualcuno, ogni tanto: se lo meritano.  

I personaggi che mi passavano davanti – molto vicini alla completezza di un essere umano – non avevano niente con cui proteggere il loro povero ego; puniti dalla penna dello scrittore – che forse scrivendo salvava un frammento di sé dalla stessa dannazione di quei suoi personaggi – urlavano nudi le loro verità davanti allo specchio. Alcuni piangendo, altri ridendo, altri ancora spaventandosi: ci sono molti modi, tutti validi, se il principio è lo stesso.

Ero, prima di tutto, prima di essere un uomo, alto o basso, bello o brutto, pigro e taciturno o pimpante e loquace, eterosessuale o omosessuale, ateo o religioso, vecchio o giovane, prima di tutto ero una persona. Con qualche caratteristica peculiare, certamente, ma la maggior parte di ordinarie. Una volta riconosciutolo nelle storie e nelle parole di altri, non mi restava molto da fare, se avessi voluto provare a scrivere. In quello specchio dovevo smetterla di vedere proiezioni. Dovevo – con i possibili malintesi di qualcuno che tenta, allontanandosi, di guardarsi dentro, come se la stessa persona fosse sotto il vetrino del microscopio e allo studio sopra la lente (un esercizio da mal di testa) – vedermi per quello che ero, azzerando il volume della vergogna e delle illusioni. Niente bugie e omissioni.  

Non vorrei cadere in quegli slogan alla “accettare sé stessi”, anche se forse il risultato è lo stesso: sto solo complicando inutilmente il discorso. In ogni caso, questo esercizio, più che accettarmi, ha insegnato a riconoscermi. E, nel riconoscimento, a scorgere i limiti, a valutare quali impegnarmi a superare e quali, purtroppo, con un attutito ma costante dolore, lasciare lì dove sono. Riprendendo la metafora, credo ad oggi di voler essere un Clark Kent migliore, avendo accettato l’idea di non arrivare mai a quella rappresentazione personale di Superman che sfuggirà ad ogni tentativo d’acciuffo, nella sua perfetta natura di un’ombra.

Finisce allora che l’evoluzione della mia persona – qualsiasi risultato ottenuto e mancato in un eterno tandem – sarà frutto di un percorso. Prendendo questa frase piuttosto banale come assunto, ecco che anche nella scrittura, anche nella certezza di un non sono bravo, l’indissolubilità di un giudizio – magari crudelmente onesto – si scioglie alla calda prospettiva di un solo passo davanti ad un sentiero di cui non si vede il termine.

Se si comincia a camminare, da qualche parte si arriva, no?