LA PACE DI FAUSTO PASQUALIN

Era il compleanno di Fausto Pasqualin, uno scrittore abbastanza quotato in zona, che era appena entrato tra la schiera dei fieri ottuagenari di quartiere. La direttrice del quotidiano, sua carissima amica, mi aveva mandato ad intervistarlo e la conseguente pubblicazione sarebbe stata un doveroso omaggio.

L’appartamento era ben illuminato da una portafinestra del soggiorno. Sulla parete di destra si innalzava fino al soffitto la classica libreria ingombra. L’odore della carta stagna era ben mischiato a quello del dopobarba di Fausto. Si era messo una camicia bianca per l’occasione, e aveva imbandito il tavolo – palcoscenico della nostra chiacchierata – con paste alla crema e biscotti al cioccolato.

Avevamo già bevuto il secondo caffè, avevo già fatto una serie di domande dal tono spiccatamente celebrativo, quando mi venne spontaneo insistere su una questione. Aveva appena confidato che scrivere non lo aveva salvato dalle tribolazioni dell’invecchiare e dalle preoccupazioni per i figli; non lo aveva arricchito e anzi, c’erano stati momenti in cui l’abbandono per altro – occasioni inaspettate generate da catenacci di rapporti e situazioni – sarebbe stato sicuramente conveniente; per fortuna non lo aveva reso famoso e nemmeno celebre, al massimo una figura di spicco nei saltuari eventi culturali dei dintorni, ricacciata al rango di comune mortale una volta esauriti.

“E allora perché lo fa?”. Visto l’elenco, la domanda mi sembrò logica. Anche perché pure io avevo un romanzo per intero in testa e per quasi metà nel cassetto: anche io avevo bisogno di credere che, nonostante le tanto serie quanto corrotte necessità adulte, ne valesse la pena. 

Fausto mosse le labbra in uno spasmo di riflessione. Percorse il naso butterato e largo – ricordava quello di un pugile – con l’indice e il medio della mano destra. Abbozzò un sorriso e raddrizzò la schiena. Fissava la mano sinistra poggiata sul tavolo, di cui distese le dita. “Negli anni ci ho pensato migliaia e migliaia di volte”. La voce risultava paradossalmente traballante e sicura insieme. “E credo di avere migliaia e migliaia di risposte. Tutte valide…a modo loro. Quindi ti darò la risposta di oggi”. Sincronizzammo i sorrisi; avevo la penna in mano ma non stavo riportando nulla. “La vita è una battaglia infinita, no? Di successi, ed errori, e anche solo scelte. E poi gli ostacoli e gli imprevisti. I malintesi. Quanta sofferenza, in tutto questo? Quante ferite si aprono? Bene, ora prendi i libri”. La mano destra indicò la libreria e i suoi occhi, giallognoli attorno alle iridi, si assottigliarono. “Tutto quel dolore e quelle ferite, in generale quelle battaglie, sono lì. Trascritte. Quasi marchiate, si potrebbe dire”. Attento, annuii leggermente. “Eppure, quando le leggo, è come se venissi invaso da una sensazione di pace. Ecco…”. Alzò l’indice come un vecchio saggio che richiama l’attenzione, quindi, resosi forse conto della posa, lo abbassò ridendo. Si schiarì la gola, poi riprese: “Scrivo per trovare pace nella mia vita e per donarne una parte”. Ci fu qualche secondo di silenzio intimo. Sbirciai la libreria e riuscii ad immaginare il mio romanzo, lì con tutti gli altri, a donare pace. A provarci, perlomeno.

Per un breve istante, non so come, le ferite fecero meno male.