UN SOGNO A OCCHI APERTI

Sono uno che ha bisogno del suo tempo per addormentarsi. Mezz’ora, quaranta minuti. A volte un’ora. Di solito non ci faccio caso, uso quei momenti per fantasticare, per sognare ad occhi aperti prima di abbassare la serranda della coscienza. C’è una nota di amorevole sensatezza, no?

Quella sera stavo cercando di immaginare l’approccio migliore con una ragazza che conoscevo di sfuggita. Frequentavamo lo stesso posto da anni, e l’avevo sempre trovata carina – interessante nel modo in cui si atteggiava: “So di essere carina ma ho molto altro, e se pensi che io sia solo carina allora non scoprirai mai questo altro…capito, carino?”. Non avevo mai trasformato quel boccio di attrazione in un’intenzione, non saprei dire il perché.

Poco tempo prima mi era capitato di incontrarla in compagnia del mio amico Checco e si era comportata in modo strano, distogliendo lo sguardo il più possibile mentre le parlavo ed evadendo il più possibile le mie domande – piuttosto banali – sulla sua vita. Sembrava a disagio: che non mi sopportasse.

Fu Checco a suggerirmi in seguito che, forse, un po’ le piacevo. Rimasi perplesso. “In che senso?”. “Sai, sono segnali anche quelli. Nella poca naturalezza, c’è chi calca la mano sulla confidenza e chi sulla…freddezza, più che diffidenza”. La rivelazione mi spiazzò, per cui rimasi in silenzio. “O magari le stai davvero sulle palle”. Sopirai, conscio che la verità avrebbe richiesto l’ennesimo percorso ad ostacoli.

Mi giravo tra le lenzuola, in cerca del perfetto Primo Passo. Visto il muro immaginario imbastito da lei durante i faccia a faccia…sarebbe stato meglio un messaggio? Ma cosa scriverle? Non avevo quel legame da permettere dei precisi riferimenti a qualche fatterello insulso con cui rompere il ghiaccio. “Come stai?”. Chissà quanti glielo scrivevano! Quando aprivo gli occhi, incontravo lo sguardo dubbioso della luna piena. Tenevo la finestra aperta, per far passare un po’ di frescura: era una notte di settembre che voleva vestire l’immaturità afosa d’agosto. Guidata dall’ossessiva ricerca di una soluzione, la mia mente non aveva alcun progetto di sonno imminente. Mi alzai nell’istante in cui lo decisi: ci voleva una passeggiata. Era già l’una ma il giorno dopo era libero dagli impegni lavorativi, quindi.

Mi vestii al volo e recuperai le chiavi dal mobile in entrata. L’appartamento è al terzo piano di un caseggiato che dà il fianco sinistro al fiume. La città era silenziosa e seguii le luci dei lampioni del lungofiume come fossero le briciole di pane di Pollicino. C’erano punti in cui le anatre – anche loro prese da chissà quali pensieri tradotti in qua qua – lamentavano la loro insonnia. Più le giuste parole mi scivolavano via, e più sognavo di essere già con lei, alle prese con l’ondata di altre parole che sarebbero dovute sgorgare più semplici e naturali – cariche delle aspettative della sola conoscenza – dopo un ipotetico assenso al mio: “Ti va un caffè?”.

Mi sedetti su una panchina che dava su un palazzo di sei o sette piani oltre la sponda del fiume. Sulla riva c’erano le foglie dei salici inzuppate nell’acqua a increspare la corrente e il terrazzo del quarto piano aveva la luce accesa, e c’era un gruppo di persone sedute ad un tavolo a chiacchierare energicamente come se non fosse ancora arrivata l’ora di cena. Per un po’ cercai di origliare la conversazione.

Non lo sentii arrivare, proprio perché ero concentrato sulle voci del palcoscenico che avevo davanti. Sbucò nella mia visuale con un saluto della mano, un sorriso di denti gialli e sbilenchi; pure i baffi della barba, poco sopra, avevano la stessa tonalità e lo stesso disordine. “Come stai?” mi chiese. Era il vecchio di città – nessuno lo chiama barbone perché si mormora abbia un rifugio caldo dove riposare. Durante il giorno girovaga per le vie con il suo cappotto verde bottiglia e gli stivali da pioggia anche nelle giornate di sole. Gli occhi viaggiano senza tappe intermedie tra il dolore e la speranza. In quel momento, erano speranzosi. “Bene, bene” risposi. Ci incrociavamo – ci incrociamo tuttora – negli stessi bar. “Tu?”. Dalle sue labbra uscì una vocale di retorica, poi domandò: “Hai mica due euro?”. “Mi dispiace ma non ho il portafoglio”. Fece uscire una vocale di lagnanza, non tanto indirizzata a me ma al caso. “Posso sedermi?”. Annuii platealmente.

Le luci della terrazza si spensero, così rimanemmo, alle due di notte, io e lui e qualche qua qua.

“Anche io sono stato innamorato”. Aveva un po’ ingigantito il mio: “Vorrei scrivere ad una ragazza”. Aveva incrociato le gambe e stava fumando una mezza sigaretta tirata fuori direttamente dal taschino del cappotto. “Le ho regalato un fiore una volta, e non le è piaciuto”. “Ah” feci, piuttosto sorpreso della confessione sul regalo poco azzeccato. “Allora le ho regalato un sasso”. “Un sasso?”. “Aveva la forma di un cuore…”. Pur essendoci un leggero odore di birra – mischiato al fumo e quasi piacevole – non era ubriaco, aveva solo la lingua più sciolta del solito. “…Ma non le è piaciuto neanche il sasso”. “Una donna difficile”. Gli occhi passarono alla destinazione dolore. “Era tanto semplice, sono io che ho sbagliato”. “Beh…” – provai a difenderlo – “…volevi solo farle un regalo”. Qua qua disse un’anatra, d’accordo – immaginai – con il sottoscritto. “Il terzo regalo le è piaciuto” continuò con gli occhi che erano tornati alla speranza. “Cosa le hai fatto?”. “Un disegno”. Finì la sigaretta, la spense e mise il mozzicone nello stesso taschino. “Cosa avevi disegnato?”. “Un fiore e un sasso a forma di cuore”. “E ha preferito il disegno?”. Sorridendo come un bambino in preda ad una overdose di zucchero, rispose: “Perché ha detto che è stata la mia mano a dare la forma a quel fiore e a quel sasso”. Lo guardai, poi passai alla sagoma notturna del palazzo e di nuovo a lui. “Una donna semplice” annunciai con convinzione. “Vero?”. Annuii ancora e ancora, fino a che lui mi domandò: “Hai per caso due euro?”. “No” dissi di nuovo, battendo le mani sulle tasche vuote dei pantaloncini. Nel gesto avevo abbassato lo sguardo e di fianco al mio piede sinistro, tra i ciuffetti d’erba, notai un bagliore stonato. Frugai con la mano e pescai quella che era una moneta. “Cinquanta centesimi” dissi con il riflesso dorato davanti agli occhi. “Meglio di niente” rispose il vecchio. Gliela porsi e lui la inserì sempre in quello stesso taschino. Si alzò come le stesse movenze di un burattino e mi augurò la buonanotte. Ricambiai e, dopo aver controllato l’ora – le due e trentasei –, mi avviai verso il letto di casa

Il mattino dopo mi svegliai tardi – ovviamente. Le scrissi e sognai una risposta e una serie di risposte, un appuntamento e una serie di appuntamenti, simili a quella notte, una storia di due euro mancanti e di cinquanta centesimi apparsi come per magia.