L’ASSASSINIO DI BOBBY BIGO – un racconto fantascientifico

1.

Nonostante le avvertenze proiettate da qualsiasi angolo cittadino, qualcuno faceva ancora uso della realtà virtuale. I governi tentavano di dissuaderne l’utilizzo, visti i costi già affrontati per la prima e inaspettata ondata di epilessia che i sensori avevano causato. Come in ogni rapporto tra causa ed effetto, si era quasi immediatamente scoperto che alcuni esseri umani, nonostante una dose di massiccia causa, non soffrivano di alcun effetto – molti in realtà avrebbero scoperto che, non protetti da una fantomatica immunità, avevano solo una resistenza neurologica maggiore, pronta comunque a cadere da un momento all’altro.

Atomico Fandango credeva – come d’altronde era sempre riuscito a convincersi facilmente nella sua vita – di essere nella condizione migliore, ovvero di essere completamente immune agli effetti avversi. Tanto che il suo sensore era uno degli ultimi prodotti, le cui potenzialità di luce e precisione d’immagini lo avevano fatto catalogare in pochi mesi come illegale: ma Atomico Fandango aveva – ovviamente – le sue amicizie.

Aveva vissuto nel rispetto delle sue alte ambizioni, come gli aveva insegnato suo padre, il medico ricercatore Redentore Fandango, se non famoso, abbastanza noto al di fuori della cerchia professionale per la scoperta degli innesti delle cellule-fantasma, proiezioni in grado di ingannare i tumori facendoli sviluppare su un tessuto facilmente rimovibile. Atomico aveva sempre cercato di imitare il padre non solo nell’impegno ma anche nella propensione per il bene comunitario. Si era laureato in legge e, tra i tanti traguardi nella sua carriera di giudice e politico, era riuscito a convincere l’OMU (l’Organizzazione del Mondo Unito, una propaggine della vecchia ONU, nata dopo la terza guerra mondiale e con poteri esecutivi molto più estesi) a inserire come metodo principe per la pena di morte il Rarium, un composto chimico capace di galvanizzare talmente il cervello da portarlo alla morte per il solo piacere. “Che rimanga un briciolo di umanità anche nelle barbarie” era il suo motto, parole che, ad ogni convegno o raduno, provocavano un’ondata di applausi e urla di incoraggiamento.

Dato che la violenza – almeno su carta – era diventata la sua materia, non ci era voluto molto perché lo studio e l’interesse toccasse le possibilità insite della realtà virtuale. Com’era uccidere un avatar digitale dalle fattezze umane? Le leggi nel settore latitavano, le classi politiche si dividevano in discussioni infinite su quanto fosse giusto o meno imporre dei limiti all’azienda Geova, la leader indiscussa nel campo della creazione di mondi digitali alternativi. Atomico era diventato un assassino fittizio per la prima volta durante un esperimento dell’università di Upper York in cui era stato invitato come ospite d’onore. Aveva già provato il sensore, quindi non ci aveva messo molto ad abituarsi ai minuti iniziali di chiazze e lampi di luce vorticosi. Si era ritrovato davanti un uomo bianco simile a lui, una barba più fitta e una pancia decisamente abbondante. Indossava solo le mutande. Nella stanza altrimenti vuota vi era un tavolo su cui un coltello brilluccicava come per richiamare l’attenzione. Atomico fu inizialmente riluttante, ma poi, una volta infilata la lama nell’addome fastidiosamente molliccio, fissò negli occhi l’avatar, l’espressione realistica di terrore e oblio imminente, un’esplosione di consapevolezza verso la paura più profonda, e si scoprì inondato di piacere per quella nuova posizione di potere curiosamente selvaggia e divina insieme. Non era stato il sangue – una pozza aveva quasi raggiunto i quattro angoli della stanza – e neanche i rantoli – versi che erano sembrati provenire da profondità sconosciute – ma gli occhi.

Non aveva fatto menzione di tutto questo. Annunciò, con lo sdegno recitato di un politicante, la crudeltà dell’atto anche nella trasposizione fantastica e, ritornato a casa, al nido in cui soleva destinare le forze d’attenzione residue alla moglie e alla figlia, cominciò ad indagare su quella nuova parte di sé.

Adorava ammazzare chiunque. E nel modo più lento possibile, proprio per ammirare quegli occhi così preganti e petulanti. Atomico aveva il sospetto che c’entrasse con le dinamiche di potere costruite e lo stress che ne derivava. Quante volte, nella vita reale, avrebbe preso a male parole i suoi assistenti per delle incomprensioni così difficili da non comprendere, quante volte avrebbe aggredito fisicamente i suoi avversari politici, sempre pronti ad attaccarlo sul personale. E lui, mai e poi mai, aveva rivelato traccia di quella rabbia. Aveva quindi accumulato, e usava il virtuale come spiazzo nascosto dove svuotare il secchio di frustrazione. O almeno, questo si raccontava la notte, quando l’eccitazione per le mutilazioni perfettamente riprodotte non aiutava il sonno, e allora lui virava il pensiero in ambiti più morale-filosofici. Fosse stato anche perverso, di certo non era un criminale, si diceva prima di addormentarsi. Aveva forse ucciso qualcuno in carne ed ossa?

Nella realtà virtuale firmava i suoi delitti così fasulli e così veri come Atgo.

2.

Anche se non erano stati istituzionalizzati enti di polizia o di sicurezza in generale, nelle comunità formatesi tra avatar c’era sempre chi si immolava per mantenere le uccisioni al minimo. Il motivo era semplice: una volta morto, l’iscrizione per un nuovo avatar richiedeva un esborso di denaro non indifferente. Non tutti potevano permettersi di perdere la vita in forma digitale, e di sicuro non poteva permetterselo Bobby Bigo.

Era stato un ragazzo problematico in età scolare, e nella successiva adolescenza aveva incontrato – complice la continuità logica delle decisioni calate dall’alto sul suo futuro – le persone sbagliate. Si era fatto qualche anno di carcere per furto e, rimesso in libertà in una società che lo accettava solo squadrandolo con disgusto, aveva trovato lavoro come air worker: riparava i guasti dei canali di traffico per gli aeromobili. Non aveva una ragazza, i genitori erano mancati a distanza di pochi anni e l’unico affetto su cui poteva contare era la sorella Tania. Abitava in un piccolo appartamento finito sotto qualche centimetro dal livello del mare. Attraverso delle paratoie automatiche riusciva a mantenere salotto e camera asciutti e lo sconto nell’affitto per l’acquitrino, che si distendeva oltre il chilometro, gli permetteva i canonici tre pasti al giorno.

Nella realtà virtuale aveva però ottenuto un riconoscimento e una stima inaspettata. Era tra i più famosi cacciatori di assassini e quanto denaro aveva fatto risparmiare a povere persone come lui, ormai dipendenti dalle fantasie di Geova per un po’ di sollievo dal baratro della realtà. Era un idolo per le masse virtuali, e non ci avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Quando iniziarono a manifestarsi le prime crisi epilettiche, sua sorella Tania gli aveva pregato di connettersi meno, ma lui – Bobby senza maschera, Destino con – non ne voleva sapere: avrebbe continuato a garantire protezione ai suoi pari. Anche perché l’idea di rimanere per più tempo il semplice Bobby lo gettava in uno stato di miseria emotiva. Tania lo convinse almeno a comprare una scorta di Rarium in pillole, che nella giusta e minima quantità si era rivelato un perfetto alleato contro l’epilessia, anche se il costo del medicinale aveva annullato i risparmi destinati all’eventuale acquisto di un nuovo avatar.  

3.

Si nascondono sempre in catapecchie come se si vergognassero, pensa Destino mentre cammina tra i calcinacci di un vecchio palazzo alto cinque piani. Fuori è notte e la temperatura tenta un approccio dell’estinta primavera. I passi di Destino sono attenti nello studio e sicuri nell’azione. Alcuni scricchiolii provengono dalle classiche entità fantasma di un luogo abbandonato: tanto sono precisi gli ingegneri di Geova nel ricreare le minuzie. Destino tiene in mano la pistola, da cui un raggio di torcia illumina le pareti e le stanze senza porte e senza finestre. Il panorama dal terzo piano è un intrico di futuro e passato, si alternano strutture romane e villette volanti, grattacieli del vecchio secolo e torri luminescenti. La luna è sempre piena, un desiderio realizzato dopo una consulta democratica. Destino sale le scale del quarto piano, punta la torcia sulla prima stanza a sinistra, niente. Solo scaglie di cemento armato. Sente dei passi, non fa tempo a girarsi, una spinta. La polvere rimane dell’aria. Si rialza, tossisce. Punta la pistola, la torcia lo illumina alla fine del corridoio, è un’ombra che corre. Spara un colpo e l’ombra cade come un sacco di ferraglia. Destino si avvicina e spara un secondo colpo. Sente il respiro farsi rantolo. Eccolo, finalmente, Atgo. Illumina il viso: ricorda un padre di famiglia, un taglio di capelli classico e un leggero accenno di doppio mento. Non è neanche particolarmente bello, caratteristica che nella realtà virtuale inizia a destare non pochi sospetti. C’è un rivolo di sangue fuoriuscito dalle labbra. Poi lo vede, un decimo di secondo: un sorrisino. Atgo apre gli occhi. Lo sparo determina un fischio e il suo eco. “No” sussurra Destino. Le mani tengono il flotto di sangue che fuoriesce dalla pancia. “Guardami…Guardami!” urla Atgo.

“NO! NO!” urlò in preda alla disperazione Bobby Bigo. Si levò il sensore e lo scaraventò addosso alla parete dove riuscì a crepare la proiezione olografica della sua band preferita, i KW-424. “CAZZO, NO!”.

4.

Atomico Fandango venne colpito dalla prima crisi epilettica dopo sei anni dal giorno in cui, connesso con il suo primo username Atgo, aveva ucciso Destino. L’attacco fu talmente violento da non lasciarli scampo: si era scoperto da tempo quanto le migliorie dei sensori fossero direttamente proporzionali alla gravità degli episodi. Il cordoglio delle istituzioni fu sentito, i funerali a porte aperte videro lunghe code di sostenitori pronti a porgere un ultimo saluto.

Bobby Bigo si suicidò due giorni dopo aver perso il suo avatar. La depressione unita alle ore di disconnessione gli provocarono un dolore muto e martellante che lo guidò all’assunzione di tutte le pillole di Rarium in un solo colpo. Bobby Bigo morì in una successione di orgasmi fisici e mentali, in una planata dolce tra soffici pareti di godimento. In quel delirio onirico gli parve di sentire degli applausi, un’ovazione. Gli parve di sentire un coro inneggiare al nome di Destino.