
Alla partenza di una discussione – al bar o a cena tra famigliari o amici – gli argomenti sono tra i più disparati. Si va dalla politica internazionale alle gaffe del ministro Lollobrigida, dalle istanze della moderna sinistra ai vaccini, e poi i fari sempre troppo accecanti dei media (così che tutta quella luce annebbi piuttosto che illuminare) e ancora quel film o quel personaggio pubblico e le sue dichiarazioni. La mia mente – per semplice divertimento, sia chiaro, e non per qualche medaglietta auto-puntatasi sul petto – prova a tracciare le logiche di tutte le posizioni che ascolta, il percorso che porta alla costruzione coerente di una loro presa. Capita che non ci sia coerenza, devo ammetterlo – intendo quella minima per cui le mie orecchie vengano pizzicate dall’interesse; altre volte ascolto volentieri e, sempre per divertimento, sia chiaro (forse, di conseguenza, per qualche forma di personale perversione), provo a giocare il ruolo del bastian contrario. Non sempre mi riesce, ho la fortuna di avere a che fare con gente coscienziosa che si espone garantendosi una preparazione, ma, vuoi un po’ perché a ripetere sempre lo stesso meccanismo ci si migliora per forza di cose, vuoi perché anche la conoscenza di un determinato ambito lascia sempre angoli più o meno bui di ignoranza, a volte la discussione avanza con un buon ritmo di botte e risposte.
Gli argomenti, puntualmente, si gonfiano e si racchiudono tra loro in gruppi più ampi, tendendo la mano al filosofico-esistenziale. Le guerre portano al tema della violenza, le accuse politiche al doppiopesismo e al preconcetto, in generale il succo della questione diventa ciò che ognuno ritiene giusto o sbagliato nella società. È giusto che un politico critichi un giornalista? Se non lo si ritiene giusto, un giornalista da chi altri potrebbe essere criticato se non dalla parte che lo stesso giornalista attacca? Le richieste femministe sono giuste in quanto figlie di una perpetrata sottomissione al patriarcato o sbagliate in quanto legate ad una visione sbilenca tra privilegi maschili e svantaggi femminili, non considerando mai degli uni gli altri? Quante morti sono accettabili in una pandemia o in una guerra?
Ciò con cui fatico a confrontarmi – e mi pare che lo sia chiunque – è il limite. È difficile posizionare un’asticella che segni il confine netto tra giusto e sbagliato, perché nel grigio – che, a dispetto della pessima informazione in bianco e nero, è la tonalità principe della realtà – le sfumature diventano essenziali nonostante la loro natura elusiva.
Faccio un esempio che mi è capitato di esporre ad un mio compagnone di dibattito in osteria, luogo dove ammetto di aver assistito alle migliori invettive di carattere sociologico insieme alla piazzetta della biblioteca pubblica.
Prendiamo la violenza. Quando è ammessa la violenza? La risposta istintiva è: mai. Ovviamente a questa risposta – che è anche un limite tra il giusto e lo sbagliato – si può facilmente controbattere con un: “Neanche se qualcuno sta minacciando alla tua vita?”. A quel punto allora la risposta si modifica, la violenza diventa giustificabile in risposta ad una minaccia reale. Il mai diventa raramente. Ora, io insisto con una metafora assurda, ma che può essere tramutata in atti reali con una fantasia neanche troppo forzata. “Mettiamo che io cominci a starti sempre vicino, a seguirti di qua e di là e volerti sempre stare appiccicato. Tu mi inviti ad allontanarmi una, due, tre, quattro volte. Io non ti ascolto, continuo con il mio atteggiamento molesto. Non minaccio mai alla tua vita in senso letterale. Sarebbe giustificabile che tu, prima o dopo, a seconda della tua resistenza, perdessi le staffe e cominciassi a prendermi a calci e pugni?”. Probabilmente sì, per il semplice fatto che viene minacciata fortemente non la vita ma la sua qualità primordiale. Allora l’asticella si muove di nuovo dal raramente a in alcune situazioni. Rimanendo sulla metafora, direi: “E chi decide quanto vicino è molesto? C’è una distanza che possa essere valida per chiunque allo stesso modo?”. Il limite di alcune situazioni comincia quindi a diventare una questione personale, legata alle caratteristiche specifiche dell’aneddoto – in questo caso inventato – e a come gli stessi mille fili dell’aneddoto si intrecciano in una disordinata matassa.
Si potrebbe prendere la verità proprio come questa matassa. Considerando impossibile districare tutti i fili, nel migliore dei casi e con il giusto impegno, potremmo riuscire a separarne qualcuno (il “so di non sapere” di Socrate, che pure molto sapeva ma sempre in rapporto minoritario rispetto alla verità che lo circondava). Ovviamente, il fatto di non riuscire a srotolarla tutta non dovrebbe essere motivo di resa o di pigrizia: si fa quello che si può.
Se ogni argomento di dibattito diventa questa matassa di verità in cui ci sono da conoscere vari aspetti di diversi ambiti che si intersecano alle interpretazioni e alle azioni delle persone coinvolte, di solito ci si accontenta di snodare giusto il filo più semplice, quello che conferma la nostra posizione a priori. Anche perché, a differenza dello sforzo di ricerca della verità, dove si rischia di incontrare la propria dose di ignoranza, di contraddittorietà e di stupidità, la ricerca di una posizione garantisce l’appartenenza, l’identificazione, la fuga dall’oblio del silenzio che di questi tempi, grazie alla perpetua connessione digitale, determina il salto dal non esistere all’esistere.
Basta poco per esserne sicuri: come la conoscenza e la nostra morale, è un’altra gratificante illusione.
