
Nella camera era rimasta la struttura del letto con il materasso sopra e il comodino quasi svuotato. Le due valigie – una con degli adesivi di fiori fluorescenti e l’altra dal taglio talmente classico da sembrare per adulti – erano gonfie e chiuse di fianco all’uscio. Dal primo cassetto del comodino, Chiara pescava gli ultimi cimeli da portare con sé. Aveva in programma due lunghi viaggi.
La conchiglia regalata dalla nonna Marisa, durante le vacanze estive di due anni fa. Erano alla casa al mare, e aveva passato la mattina a passeggiare lungo il litorale fino al punto in cui la foce del fiume si disperdeva, finalmente libera, fino all’orizzonte. Il guscio era ruvido, una tonalità azzurrognola che man mano passava al verde. Le era stato garantito che avrebbe portato fortuna. La mise con la massima cura dentro la borsetta di tela beige che aveva agganciata alla spalla.
Un disegno, lei, con il caschetto di capelli castano ben squadrato che ancora portava, e Dobby, il primo cane di famiglia, un husky soppresso per degli acciacchi troppo debilitanti e dolorosi. Non lo avevano sostituito con un altro animale, quindi le rimaneva solo il ricordo delle leccate affettuose sulle guance e degli scatti divertiti verso il pupazzo che, poi, una volta ingabbiato tra le fauci, da buon guardiano faticava a rilasciare. In quel piano medio colorato senza rispetto dei contorni, c’era anche il pupazzo, distanziato dalla coppia protagonista e a ridosso del bordo destro del foglio. Una montagnola informe e pelosa con due occhi neri.
“Sei pronta?”. Il viso di suo padre aveva fatto capolino dalla porta. “Ho quasi finito”, disse Chiara con un tono leggermente irritato. Non aveva preso bene le ultime decisioni dei genitori: anche se era pronta ad ammettere che avvicinarsi alla nonna Marisa e al nonno Giancarlo aveva i suoi vantaggi, abbandonare il paese e trasferirsi a così tanti chilometri di distanza non valeva la candela. “Hai già salutato Giulia?”. “No, vado tra poco” rispose, mantenendo lo sguardo sull’ultimo cassetto da liberare. “Bene” disse il padre e provò a lanciare un sorriso nell’improbabile speranza che venisse colto.
Di nuovo sola, Chiara riprese la messa in sicurezza degli ultimi averi.
Una cartolina con l’illustrazione di un vaso e il profilo di una donna con una tunica. Lo aveva comprato al museo degli etruschi, dove era andata in gita. Una giornata di sole contornata da un viaggio in corriera, sacchetti di patatine e Coca Cola, dalle risate condivise con Giulia, Lucia e Francesco sull’aspetto stralunato della maestra Giovanna e l’odio sempre condiviso, soprattutto con Giulia, verso la loro compagna Letizia. Aveva ascoltato interessata anche la lezione della guida, si era lasciata distrarre di tanto in tanto dalle reliquie custodite dalle teche di vetro. Aveva chiesto a Giulia quanto sarebbe stato fico fare colazione su una delle tazze di terracotta.
La medaglietta di prima classificata alle Olimpiadi della Scuola. Non amava gli sport ma, rispetto alle altre bambine – e anche a qualche bambino – aveva uno scatto fulmineo, che di solito le tornava utile quando in ricreazione giocavano alla loro versione personalizzata di guardia e ladri, Acchiappalappa. Alla competizione ufficiale non avrebbe mai pensato di poter arrivare sul podio, d’altronde gareggiava con le bambine di un anno più grandi. Fu il suo unico momento di gloria. Portare con sé qualcosa che le ricordasse quanto fosse in gamba nella corsa poteva esserle d’aiuto.
Il suo libro preferito. Due viaggi senza Le avventure di Mack e Tracy non sarebbero stati sostenibili. Come riuscivano a superare ogni ostacolo, loro! Grazie all’improvvisazione di Mack – un essere umano – e ai calcoli precisi di Tracy – un robottino – ogni sfida, come quella di non farsi fregare la merenda dal bullo Jack o quella di prendere un buon voto alla verifica di scienze senza aver studiato, veniva superata con una magica dose di vitalità. Anche se lo conosceva ormai a memoria, l’avrebbe tenuta sveglia.
All’interno c’era anche il segnalibro regalato da sua mamma, un cartoncino con un prato d’erba disegnato in verticale; quella distensione di verde le ricordò l’orizzonte dell’azzurro marino dalla foce del fiume durante la passeggiata con sua nonna. Lo avrebbe lasciato in casa nuova quella stessa sera, in segno di rispetto e d’affetto.
Infine, il braccialetto a fili gialli, rossi e blu intrecciati, un regalo di Giulia donatole durante una passeggiata in centro città assieme alle loro mamme. A differenza degli altri oggetti, questo lo mise in tasca.
Uscendo dal cancelletto di casa, dove appena oltre il ciglio del marciapiede il bagagliaio della macchina sembrava pronto ad esplodere, incontrò i suoi genitori, intenti a consultarsi sul numero di pause durante il viaggio. “Vado a prenderti le valigie?” domandò suo padre. Chiara annuì senza guardarlo e si incamminò verso la casa di Giulia, giusto due laterali più avanti.
“Questo te lo lascio”. Si erano messe nello stretto spiazzo di ciottoli sul retro, una porta con una tenda a perline dava direttamente sulla cucina. Giulia rise come sapeva, in un simil singhiozzo e arricciando il naso. “Perché tanto torni a prenderlo”. “Domani”. “Quanto ci metti?”. “In treno ci vogliono quattro ore, contando l’autobus un po’ di più”. Chiara non mentiva: avrebbe fatto finta di incuriosirsi al nuovo quartiere e poi avrebbe preso la direzione della stazione, che – aveva controllato sul web – distava solo mezz’ora a piedi dalla nuova casa. Il braccialetto sarebbe stato una sorta di caparra.
Chiara e Giulia non si sarebbero mai più riviste, ma si salutarono come sempre, nessun addio o arrivederci, neanche una lacrima o un abbraccio.
“A domani, allora”.
“A domani, Giuli”.
