SUL GHIACCIO, TENENDOCI

Sì, lo invidiavo. Arrivava con quell’aria splendida, come se fosse il suo sorriso e non il sole ad irradiare raggi di luce e calore, e odiavo il modo in cui camminava, aveva un passo scanzonato che nel contrasto con i suoi abiti su misura lo rendeva professionale e alla mano in egual misura, autorevole e coinvolgente, sagace e saggio…quanto lo avrei preso a calci per il solo gusto di farlo. Peggio ancora, non potevo dichiarare il mio odio a nessuno, perché l’invidia sarebbe stata talmente lampante: lavoravamo nello stesso palazzo, lui era un dirigente nonostante la non troppo avanzata età e io ero un cameriere del ristorante all’ultimo piano, nonostante la non troppo giovane età. Vicini negli ultimi slanci di atletismo; lontani nel portafoglio e nella celeberrima scalata sociale. Chiacchierando al banco (come ha il dovere di fare un cameriere in livrea) con i suoi sottoposti, avevo scoperto che era pure un capoccia ben visto, disponibile al dialogo e all’incontro. Sua moglie era una di quelle donne che attirano gli sguardi e i silenzi, e insieme avevano dato alla luce un figlio e una figlia. Era il successo impersonato mentre io potevo ben ritenermi la perfetta incarnazione del fallimento. Il mio primo romanzo era stato rifiutato da ventitré case editrici, il mio secondo da quindici e il mio terzo da sette. Il quarto – pensavo – lo avrei tenuto direttamente nel cassetto. Sognavo di fare lo scrittore a quarant’anni superati, e non avevo ancora una compagna fissa, e vivevo in un appartamento al primo piano di uno stabile malmesso, un quasi grattacielo squadrato e grigio, la facciata in cemento armato. Altro? In quel periodo probabilmente ogni minuscolo impaccio – un errorino al lavoro, una critica giudiziosa non richiesta (anche richiesta), una spesa imprevista – riuscivo a trasformarlo nel prossimo passo di uno schema ben studiato sull’ingiustizia cosmica che gravava sulla mia vita come la nuvola di Fantozzi.

Era un mercoledì o un giovedì, i giorni della settimana in cui mi toccava la chiusura del locale. Appena spente le luci – un buio quasi totale sui tavoli perfettamente apparecchiati per l’indomani – restavo sempre qualche secondo a godermi il panorama di luci fisse e intermittenti della città, come stelle nel cielo trasferitesi in terra; e così, con quel paragone forse banale, davo fiducia al mio sogno. Se potevo posare i piedi sul cielo, cosa ci sarebbe voluto a pubblicare un romanzo? Presi il primo ascensore sulla destra, tanto a quell’ora erano tutti liberi. Dal lato specchiato mi diedi un’occhiata per appurare il mio stato da straccio ben strizzato dai passi e dagli interminabili e cortesi gesti di servizio. L’ascensore scese di tre piani – dal decimo a settimo – e si fermò. Serve rivelarlo? Salì lui, bardato nel suo cappotto a tre quarti con il collo alzato e un accenno di saluto di circostanza. Lanciai un sorriso a denti stretti. I residui del suo profumo si mischiarono agli odori che avevo appiccicati addosso – non per forza sgradevoli, una miscela di detersivo disinfettante e spezie cotte, ma pur sempre a marcare i confini dei nostri status. Assumemmo una posizione come da calciatori in barriera, le teste rivolte alla porta automatica. Serve rivelarlo? L’ascensore fece tre brusche frenate, d’istinto appoggiai una mano alla parete. Ci fissammo, dubbiosi. I suoi occhi seguirono – e i miei con i suoi – il numero rosso del piano sul display. Quattro era e quattro rimase per una decina di secondi scarsa. “Oh cazzo” disse lui. “Siamo…” dissi io. “Già, già”. “Oh cazzo” ripetei allora io.

Il microfono per le emergenze era guasto e giù alla portineria del palazzo, vista l’ora, ci avrebbero messo un po’ ad accorgersi dell’ascensore bloccato. Il segnale dei cellulari era a zero. Fu lì che ci presentammo ufficialmente, anche se sapevo che si chiamava Diego. “Senti, Gabriele, ti dà fastidio se mi faccio due tiri di sigaretta? Giusto per scaricare la tensione. Due di numero”. “Vai, vai” risposi. Mi porse il pacchetto e chiese: “Ne vuoi una?”. “Ho smesso qualche anno fa”. Allungò il viso appena prima di ispirare il primo dei tre tiri che avrebbe fatto. “Bravo. Davvero. Sono anni che ci provo e devo affrontare ogni volta la debolezza della mia volontà”. Mise il resto della sigaretta nel taschino interno, passò il palmo della mano destra sul principio di barba cresciuto durante la giornata. Provai a richiamare i pompieri, ma senza successo. “Mi siedo” annunciai e Diego imitò il mio movimento. “Per fortuna è rimasta la luce” disse, sempre per cercare di ravvivare la conversazione. Annuii con la testa, gli dissi: “Comunque per un vizio non dovresti lapidarti così”. Volevo privarlo del protagonismo che immaginavo appartenergli. “Lo dicevo anche io a Mara – mia moglie. Ogni volta che mi rimproverava: dai, su, ho solo questo!”. Fissava un punto leggermente più in basso di quello che pensavo fosse l’abituale altezza del suo sguardo. “Poi è capitato che ho iniziato a sudare di notte e ad avere dei giramenti di testa – forti giramenti. Mara è andata a vedere su Google”. Feci un verso imbevuto d’ironia, un uuuuu prolungato, mi venne spontaneo. “Già” fece Diego, “…Hai capito. Però non toglie che ti vengono in mente tutte le volte che volevi smettere e non lo hai fatto”. “Vedrai che è solo stress”. Lo stavo consolando? “Domani mattina ho la visita cardiologica” disse Diego, guardando l’ora al polso di un orologio argenteo. “…Spero tu abbia ragione”. Mi guardò e sorrise, alzò le spalle. “Vedrai. Domani sera torni a casa da Mara, le dirai che è andato tutto bene e vi farete un grande risata” insistei. Diego ripeté un “Già” sconsolato e quasi arrabbiato. “Cosa?” chiesi, spinto da una curiosità forse sconveniente. Diego soffocò la partenza di un discorso, si mise a ridere e poi a giochicchiare con il polsino dell’orologio. “Va bene, tanto non sono le situazioni assurde i momenti migliori per le confessioni? Almeno, nei film succede sempre”. Lo fissai e basta, non sapevo dove volesse andare a parare. “Da quando è nata Antonella – mia figlia, ha due anni – non riusciamo a…hai figli?”. Feci no con la testa. “Nessuno me lo aveva detto ma è come se avessi dovuto rinunciare a una parte di me, e Mara a una parte di sé. E allora ti ritrovi a confrontarti con una persona…diversa. E devi riequilibrarti, credo. Non lo so”. Sentii un moto di profonda compassione, soprattutto per il suo modo di parlare, il tono serio ma non disperato, deciso ma non definitivo.

“Non saprei come aiutarti, io sono solo un cameriere”. Era vero: ciò che più mi definiva in quel periodo era la professione. “Non c’è niente di male” disse Diego, alzando di nuovo le spalle. Vista la trasformazione dell’ascensore a tempio confessionale, dovetti espiare le mie angosce. “Non ci sarebbe niente di male, se volessi fare quello. Il problema è che sogno di fare altro. Il problema è che sogno ancora, forse. È possibile sbagliare ogni passo della propria vita, secondo te? È un talento?”. Diego mollò una risata. “Però credimi” rispose, “…ho fatto tutto quello che era giusto, e sulla carta è andato tutto bene, eppure faccio ancora fatica a convincermene”. Aveva fatto il gesto delle virgolette a “bene” e “giusto”, e mi era parso per pochi secondi che non ci fosse modo migliore per pronunciare quelle parole. Diego si sfilò il cappotto e se lo mise sopra le ginocchia. Pescò il pacchetto di sigarette e me lo indicò come a chiedermi un secondo permesso. “Vai, vai” dissi. “E cosa vorresti fare?”. Il vano si riempì di nuovo dell’odore di fumo. Ecco, un’occasione per dirlo a voce alta e affrontarne la vergogna. Mi parve incredibile che ci fosse proprio lui, Diego Alessi, lì ad ascoltarmi. “Lo scrittore”. Non rise, mollò un respiro profondo e spense di nuovo la sigaretta appena iniziata. “Allora sono proprio fortunato ad averti rivelato qualche segreto”. “Perché?”. “Saprai farne qualcosa di meglio che spiattellarli in giro”.

Dopo aver tentato un’altra fallimentare chiamata ai pompieri, ci venne un’idea. Potevamo far partire l’allarme antincendio, cosicché il portiere al piano terra si accorgesse facilmente del segnale e capisse poi di dover sbloccare l’ascensore. Fumammo insieme fino a far rimbombare i miei colpi di tosse. La sirena scattò e in meno di dieci minuti udimmo la voce di Carlo – il portiere notturno – chiedere come stessimo e raccomandarci di stare calmi; con la manovra manuale di sblocco, la porta si aprì in breve. Lo ringraziammo e ci scusammo per il disagio dell’allarme. “Ah, macché! Tanto il palazzo è vuoto a quest’ora”.

Erano le due e mezza e, una volta in strada, nel silenzio di un traffico assente e nella luce velata dei lampioni stradali, non avevo alcuna voglia di lasciare Diego alla sua vita e me alla mia, ora che si erano incontrate in uno scambio così franco. “Senti, ti va una birra?”. Mi guardò come se gli avessi chiesto di andare a caccia di orsi. “Gabriele, è stata chiacchierata piacevole. Ma ho Mara a casa e domani la visita e…”. “Ritardi un po’. Cosa cambia? A tua moglie dovrai comunque spiegare cosa hai fatto fino alle tre di notte…Vedrai”. “Cosa vedrò?”. “Lo hai detto tu, che hai fatto tutto quello che era giusto”. Feci le virgolette con le dita. “Hai davanti una buona occasione per…uno sbaglio”. Feci di nuovo le virgolette. Gli occhi di Diego guardarono l’orizzonte davanti a sé, lo stradone cinto dai palazzi irregolari della zona industriale della città. “Sento già aria di divorzio”. Si infilò una sigaretta tra le labbra. Mormorò: “Allora, dove andiamo?”.

Passammo buona parte della nottata da Dino, il sultano del panino. Aveva delle panche di legno ridosso al furgoncino, parcheggiato in mezzo allo spiazzo d’erba di una rotonda. Bevemmo qualche birra e mangiammo i nostri panini. Fumai altre due sigarette: non volevo far sentire solo il povero Diego (…).  Parlammo come due amici che in qualche modo si erano ritrovati senza essersi mai conosciuti. Davanti alle macchine, prima di salutarci, Diego mi ringraziò per aver pagato il conto e giurò che si sarebbe sdebitato. Allora controbattei: “No, no. Sono io che devo ringraziarti”. Diego alzò le spalle: “E per cosa?”.

Avrei voluto dirgli che era per aver lasciato perdere la facciata, o per aver mostrato le crepe dei suoi passi, per avermi fatto vedere come siamo tutti in bilico su un sottile strato di ghiaccio, e che il cielo e le stelle rimarranno sempre al loro posto, per aver trasformato la mia invidia in una speciale ammirazione, un’ammirazione che parte più dai dubbi che dalle sicurezze. Ma risposi “Per avermi fatto riprendere a fumare”.

Il suo viso deflagrò in una sincera risata, e fu proprio quella sincerità a riempirmi di luce e calore.