SCIOGLIERE UN NODO

Era sempre stato un tipo pratico – al confine con il cinico – e i suoi pensieri ne erano una conseguenza. Per esempio: si vive e si muore, e quando si muore è nero totale, il nulla, nessun aldilà o reincarnazioni o favolette varie. Maria, sua moglie, lo sapeva – chi poteva saperlo meglio? – e, quando la malattia cominciò a rinchiuderla tra le mura dell’ospedale con la sibilante garanzia che non ne sarebbe più uscita, fece promettere a Ettore il mantenimento di tre abitudini – che sospettava avrebbe abbandonato nel momento della sua dipartita. Avrebbe dovuto continuare ad aiutare Franco con il giardino di casa. “…Perché sennò non ce la fa mica con le gambe che si ritrova”. Avrebbe dovuto dare i soliti passaggi a Gina per le visite periodiche. “L’artrosi le mangia anche la voglia di vivere, o almeno quella che non le ha già mangiato l’età”. Avrebbe dovuto aiutare Fulvia con le gite della parrocchia. “…Non lasciarla sola che mi va in crisi nera!”. Maria voleva garantirgli la praticità da cui Ettore aveva sempre tratto la linfa per restare a galla; più di una distrazione, era stata spesso la soluzione.

Durante il funerale Ettore non pianse, si impose l’onere di sorreggere la disperazione di Erica, la loro figlia da ormai quarantasei anni, e non pianse neanche quando tornò nella desolazione dell’appartamento vuoto: ormai si era abituato a vivere nella solitudine. Più che gettarlo in uno stato di feroce tristezza, il pensiero di un mondo senza Maria lo accolse nella profonda accettazione che a lui non restava molto altro che aspettare, fermo, quasi immobile, il nulla a cui era già andata incontro sua moglie. Dopo un primo mese, sempre senza lacrime e limitato al minimo percorso casa-supermercato, si ricordò delle promesse. Il giardino di Franco, i passaggi a Gina e le gite della parrocchia di Fulvia. Se avesse dovuto agire attraverso l’impeto della volontà, sarebbe rimasto seduto sul divano del salotto, a valutare lo spessore della polvere sul comodino e sullo schermo della televisione, ma in Ettore si insinuò la forza di una vecchia abitudine – ben più radicata delle tre suddette – ovvero l’attuazione in fatti del rispetto che provava per i pensieri e le parole di Maria: era un buon modo per riprendere a vivere, forse per l’ultima volta, come aveva fatto per cinquant’anni. Si alzò dal divano e chiamò Fulvia: ai primi di dicembre c’era la ricorrente visita all’abbazia di Follina.

Fulvia ringraziò almeno una volta al giorno Ettore per averle dato la solita mano con i partecipanti claudicanti e le scartoffie di rito. Immersi tra i colli, passeggiarono ammirando il chiostro e il famoso affresco “Madonna con Bambino e Santi”. Visto che non era alla prima visita, Ettore si staccò presto dal gruppetto e si ritrovò, girovagando senza una meta, dentro la chiesa. La luce bianca e freddo dell’inverno proveniva dal rosone centrale e due finestre alte e strette laterali. Si sedette su una panca, gli fumò un lungo sospiro dalle labbra. Non era mai stato un credente, e raramente aveva pregato: solo se lo desiderava Maria. Le mani si agganciarono come a nascondere un piccolo gioiello tra loro. Tra sé e sé fece una strana richiesta, una richiesta su un fatto che in quell’ultimo mese lo aveva disturbato come un piccolo nodo – facile da non badare ma sempre presente. Pensò: Se qualcuno mi ascolta, se qualcuno ha davvero tanto potere, mi faccia piangere. Non avrebbe mai pregato per altro, si rese conto – augurava quotidianamente ogni bene alla figlia in un linguaggio più vicino alla sua personale religione – quindi si alzò e uscì dal portone con gli occhi ancora asciutti.

Il giardino di Franco aveva una coperta di foglie e fango rinsecchito. Ettore aveva il suo maglione da lavoro – lanoso e spesso, con un buco all’altezza dell’addome – e un berretto di lana porpora. Mentre raccoglieva il fogliame in dei grossi sacchi neri e potava i rami, Franco gli teneva compagnia, sorreggendosi con due stampelle. “Perché non prendi un deambulatore?”. “Perché è per chi si arrende”. La voce di Franco aveva un fondo cavernoso, da vecchio fumatore non del tutto pentito. “E tu resisti, eh. Poi quando ti rompi il femore e crepi, cosa facciamo?”. “Mi gettate sottoterra e tanti saluti!”. Erano amici da molto prima che gli argomenti si concentrassero sui dolori e le bare; il figlio di Franco, Luca, era nella stessa classe di Erica alle scuole elementari, e, chiacchierando nell’attesa prima della campanella di fine giornata, avevano scoperto di avere la stessa passione per il poker e il vino. La loro amicizia era basata anche su una solida rivalità – avevano tenuto conto delle partite a carte vinte – e da quando le gambe di Franco avevano ceduto, Ettore, ancora sano e robusto, vitale nel tono muscolare, si sentiva forte, l’ultimo baluardo, l’unico che davvero non aveva proclamato alcuna resa.

Quando si misero sulla veranda a bere un goccetto, Franco, tenendo lo sguardo accartocciato sul giardino spoglio, chiese se volesse parlarne. Lui aveva divorziato due volte, ed entrambe le ex mogli erano vive. Ettore non rispose, chiese all’amico con chi avrebbe passato il Natale.

Gina aveva nel viso leggermente gonfio un sorriso incoraggiante, e non era da lei. Si era scoperta da poco una grande appassionata di uncinetto, e la voglia di terminare le sue creazioni – berretti, sciarpe e scaldacollo – la distraeva dai dolori finché questi non le impedivano di muovere le dita. Per ringraziare Ettore dei su e giù in macchina dallo studio del fisioterapista a casa, gli regalò una sciarpa a stringhe rosse e blu. Gliela diede il 20 dicembre e gli confessò che l’indomani avrebbe portato una sciarpa uguale alla tomba di Maria. Prima di scendere dalla macchina, disse: “Manca a me. Buon Natale, Ettore”.

La sera stessa Ettore, seduto sul divano, la televisione spenta e la luce lattiginosa della luna dalla finestra a entrare in un fascio squadrato sulle piastrelle del salotto, affrontò la questione di non essersi mai recato alla tomba di Maria dopo il funerale. Si era detto fedele alla sua filosofia – la memoria di una vita condivisa non aveva bisogno di templi commemorativi – ma forse, pensò, stava solo mentendo a sé stesso. Aveva paura di sancire che i suoi giorni, nonostante le resistenze, procedevano ancora nell’alternarsi del buio e della luce? Che lui era ancora qui, e il qui aveva ancora un senso senza di lei?

Si fece accompagnare da Franco. Era la mattina del 23 dicembre e l’aria pizzicava il naso nonostante il sole. Superata la grande cancellata, con la calma necessaria all’amico per avanzare di passo in passo, girarono a sinistra e poi imboccarono una via fiancheggiata da lapidi e fiori. La foto di Maria la ritraeva in un sorriso accennato, gli occhi vivaci a fissare qualcosa oltre l’obiettivo. C’erano grandi mazzi di fiori gialli e bianchi e viola. Ettore riconobbe i ciclamini e i crisantemi. C’era la sciarpa di Gina, a scaldare il marmo alla base della lapide. Allora lo sentì, il minuscolo nodo si fece protagonista e gli risalì in gola. Si fermò qualche secondo in bocca per poi riprendere il cammino fino agli occhi, che sentì appesantiti. Quindi si sciolse; le lacrime, prima aggrappate ai cornicioni delle palpebre, si gettarono giù, prima una, poi due e poi a decine. Singhiozzò, Ettore, e, lanciando un lamento, appoggiò la testa al petto scavato di Ettore. Dalle narici gli colavano due fili di muco trasparente. Fu una resa inaspettata: si rese conto di non essere più così forte da poter piangere da solo. Di poterlo fare solo su una spalla amica a cui avrebbe destinato gli ultimi sorrisi che gli rimanevano.