
Sarebbe stata una bella giornata, ne era convinto.
A volte si svegliava con il buon umore in corpo senza motivazioni precise e riusciva a mantenerlo fino a tarda sera. Fu molto più attento del solito nella preparazione della colazione, mettendo in tavola sia il succo di pera preferito da suo figlio Luca che quello d’arancia per la figlia Michela. Dal cartone li versò in due caraffe di vetro gonfie alla base. Mise su un piatto il burro e il pane tostato. Il profumo unito a quello del caffè in ebollizione sulla moka gli fece gorgogliare lo stomaco. Fausto vi posò una mano sopra, quasi sorpreso di provare una sana sensazione di fame. Prima di portare la tazzina di caffè alla moglie in camera, tagliò due fette di pane e le mangiò a bocconi intingendoli direttamente nel barattolo di marmellata.
La moglie gli chiese se fosse una giornata speciale. Il tono piatto tradì nel finale una nota di speranza. Fausto alzò le spalle. “Sembra ci sarà un bel sole fuori”. Nella penombra ancora notturna la luce aveva una consistenza nebbiosa. Bevendo a sorsetti il caffè, la moglie osservò il marito togliersi il pigiama di cotone leggero e avviarsi verso il bagnetto, una porta color panna di fianco all’armadio. Lo osservò come, nel senso più positivo, si fa con gli animali nei documentari, una curiosità rispettosa e distaccata. L’ora della sveglia sul comodino segnava le 5.22.
Alessandro gli consegnò i faldoni di giornali, un lavoro, un’abitudine, una regola che durava da quando Fausto aveva aperto l’edicola. Avevano costruito un rapporto di fiducia basato, come si basa spesso la fiducia tra uomini, in lunghi silenzi e battute veloci. “Hai già prenotato due settimane in qualche isola?”. “Sì, gli ho dato il tuo conto”. “Ah arrivi al massimo al canale qui dietro”.
Lo spazio era stretto, due alte pareti colme di riviste con i quotidiani davanti alla cassa sul fondo. Quando Fausto apriva, il traffico della strada principale del quartiere si faceva denso. Qualche anno prima si formava una leggera coda di clienti abituali davanti alla porta ancora chiusa. Ora – doveva ammetterlo – pure Fausto leggeva i titoli delle notizie principali dal cellulare. Sfogliava, con una sfiducia che era man mano salita negli anni, il suo giornale. Aveva imparato ad emettere i sospiri come fossero spari.
Si accorse che rimaneva una bella giornata, il cielo sembrava fosse stato appena lucidato. La prima cliente fu Teresa, la proprietaria della pizzeria. Faceva anche le colazioni, quindi comprava il Corriere della Sera e i due quotidiani locali da mollare ai tavoli. “Mi tocca fare il giro largo dalla prossima settimana” disse, alzando i giornali stretti nella mano destra. “Sopravviverai anche a questo”. Fausto le sorrise, un sorriso naturale e conosciuto, e le diede il resto.
C’era stato un periodo in cui le riviste erano la fonte migliore per sfogare i passatempi e gli interessi. Si sentiva un confessore, i clienti gli raccontavano le novità delle loro avventure fuori dal lavoro. I collezionisti trattenevano l’entusiasmo in dei gesti e una voce troppo controllati mentre con i porno si centellinavano gli sguardi.
La mattina era avanzata e la strada si era liberata e nessun altro si era fermato. Si mise appena fuori dall’uscio e fissò il caseggiato all’altro lato della strada. Bianco, il piano terra con il soffitto basso. Un vecchio negozio chiuso con il cartello del Vendesi appeso da tre anni. Una volta, anche se di passaggio, sentiva di essere in possesso di una destinazione. Le macchine ora sfrecciavano via. Rientrò e prese a sistemare, come se valesse sempre la pena tenere un luogo in ordine, come se volesse passare da un ordine all’altro senza mai incontrare il disordine, la sezione degli astucci.
Giovanni arrivò dopo la pausa pranzo, non acquistò nulla e gli parlò della questione che avevano aperto. “Puoi iniziare già dal prossimo mese. Venticinque ore a settimana, intanto”. “Quello che riesci” rispose Fausto. Giovanni gli lasciò il contratto da leggere e si diede un’occhiata attorno, un particolare segno di rispetto. Salutò e riportò entrambe le mani nelle tasche della giacchetta.
Il sole era ancora alto, il cielo una distesa, quando entrò Francesca con il figlio. Questi si rifugiò subito nell’angolo dedicato alle riviste per ragazzi. Fausto aveva sempre tenuto aggiornata quella sezione, più che un dovere, una responsabilità che alimentava la soddisfazione. Anche i giovani del paese avevano per lo più smesso di passare in negozio, ma a Fausto bastava ce ne fosse uno, con magari una richiesta strampalata su una rivista specifica o un album di figurine non molto diffuso, e allora si faceva in quattro per aiutarlo nella ricerca tra le spire della sua fornitura che tentava di mantenere più ampia e variegata possibile. “Cerca le figurine di Fortnite” annunciò Francesca. Fausto pescò con precisione e un tocco di esperienza l’albo colorato tra altri suoi simili e ritrovò il senso della professione. Durò pochi secondi. Rimaneva comunque una bella giornata.
Abbassò la serranda grigia su cui era appeso il cartello Vendesi con il suo numero di cellulare. Il traffico era di nuovo denso, i fanali delle macchine rimpicciolivano ad una briciola la sensazione di malinconia del tramonto. Si unì alla processione e tornò a casa.
La cena era stata preparata da Lucia, sua moglie, che aveva staccato prima alla casa di riposo dove lavorava come operatrice sanitaria. Leggermente insapore, un po’ di pollo e patate, un’insalata, ma Fausto fu contento di sentire Luca e il suo racconto su un goal che aveva segnato durante l’ora di educazione fisica e i pettegolezzi hollywoodiani di Michela riguardo un compagno e una compagna di classe. Seguì senza remore il filo delle domande di Lucia.
Si rimise il pigiama di cotone leggero che la sveglia segnava le 21.46. Dal soffietto della finestra arrivava un rivolo piacevole di vento e i suoni attutiti della vita di un campo d’erba abbandonato. Come aveva previsto, il buon umore non lo aveva abbandonato. Fu buio, un buio completo, quando anche il pendolo dorato del cassetto del comodino ne fu inghiottito. Rimase solo l’ora della sveglia, i segmenti gialli a formare numeri squadrati. L’intonazione fu sicura, Lucia disse “Non lo so”.
