
Un’altra giornata in cui il portinaio pensa furbescamente di sfruttare il tempo morto concessogli dalle ore di lavoro per portare a termine il suo capolavoro, che considera un misto tra la crudezza di Yates e la poesia di Parise. Ha da qualche settimana finito il primo capoverso; gli impegni assillanti della vita, il compleanno di un amico, il pranzo domenicale dai genitori che si è allungato inaspettatamente fino a cena e le mezzore sporadiche di scrollamento sui social di video in cui si alternano belle donne famose a belle donne non famose, lo hanno tenuto lontano dall’amato programma di scrittura. Ma adesso finalmente ha lo schermo davanti, le parole scalpitanti sulle dita della mano.
Rilegge il capoverso. Pensa che sia un grande inizio, sussurrato e non urlato come impone la moda dell’editoria. Lui è diverso e pensa che il mondo lo decreterà a gran voce, deve solo capire come far intendere alle case editrici che la sua è diversità e non pigrizia, sostanza e non apparenza. Sta per riprendere. Ecco che l’anulare della mano sinistra cade sul tasto Shift e poi con un movimento quieto ma veloce l’indice cade sulla T, quando il telefono squilla. Il portinaio sbuffa come se ci fosse un collega sempre in pausa a cui toccherebbe rispondere.
All’altro capo si chiede con voce incerta, quasi che le parole pronunciate fossero delle scuse, se il portinaio parla inglese. Il portinaio risponde di sì e allora all’altro capo sembra che lo stringato assenso venga preso come un certificato di madrelingua conseguito nella profonda Inghilterra, e parte una lunga filippica fatti di strani gorgheggi onomatopeici fino al silenzio. Il portinaio è demoralizzato sia per la sua certificazione B2, ottenuta con il famoso metodo Aumma Aumma di cui l’Italia è pioniera, che per il futuro imminente della conversazione. “I don’t understand” dice sicuro. I gorgheggi ripartono e allora il portinaio capisce che deve concentrarsi su un paio di parole; di solito ne bastano una o due per capire l’ambito e passare la chiamata all’ufficio di competenza. Ancora il silenzio, di nuovo l’incomprensione totale della lingua che il portinaio stenta a credere sia inglese. “What do you need?”: qui il portinaio molla i panni del difensore e gioca in attacco. L’interlocutore è costretto ad un sunto pregno di significato. Finalmente al termine preview gli occhi del portinaio si illuminano, la sensazione è di vittoria. “One moment”, un paio di tasti premuti e la chiamata è già dimenticata. Il portinaio può tornare a ridurre la distanza temporale tra la sua attuale condizione e l’annuncio del suo nome tra i titoli più venduti nelle librerie.
Riesce a finire quattro frasi, a mettere un punto davanti a “I tormenti le erano cari perché poteva accoccolarvisi sopra”, quando sullo schermo del telefono appare il numero del capo della filiale. La brevità – solo tre cifre – è sinonimo di allarme. “Buongiorno Capo della filiale!”. Il tono è carico di gioia e di energia. Sembra che il portinaio sia disteso in un campo di grano, con una spiga infilata tra le labbra e le braccia piegate dietro la testa, placido a farsi riscaldare dai raggi del sole, invece di essere in un ufficio grigio al piano terra da dove a malapena si scorge il cielo. “Buongiorno Portinaio! Le va di dare una mano alla segretaria a portare su i caffè e le bibite? C’è una grossa riunione e sa…”. I puntini di sospensione rivelano gli obblighi che è cortesia non dichiarare. Il portinaio ha sempre trovato strano antecedere alla richiesta di qualsiasi compito ingrato o comunque poco stimolante la locuzione le va/ti va. Crea difficoltà nella risposta. Il semplice sì dovrebbe presupporre il piacere nello svolgimento mentre qualsiasi puntualizzazione – “Lo faccio perché sta nelle regole del gioco, non perché mi va” – suonerebbe per lo minimo sibillino. “Certo, Capo della filiale!” risponde il Portinaio con una leggera fitta al petto, un sintomo di orgoglio represso. Essendo il portinaio un futuro scrittore di successo – un misto tra la virilità di Hemingway e l’eleganza snob di Capote, pensa di sé stesso – la manualità è a suo agio solo nel battere la tastiera del computer, quindi portare al sesto piano un vassoio colmo di tazze e bicchieri ben riempiti è un’azione che gli provoca tremori e un’ansia di prestazione generalizzata. Quando il vassoio è ben posato sul piano vetrato del tavolo centrale dell’ufficio, quando nessun liquido è strabordato, rendendo la base del vassoio un’impresentabile pozzanghera di fragranze sprecate, il portinaio sente di avere compiuto l’impresa. Si sente leggero, rilassato, pronto a tornare a ciò che gli viene naturale essere: un genio della narrativa di qualità.
Eccolo di nuovo seduto. Il portinaio vede la parte migliore di sé – o almeno, quella che crede essere la parte migliore di sé – riflettersi davanti e in qualche modo non appartenergli. È una sensazione bipolare, rimbalza tra la gloria e l’irresponsabilità. Mette un altro punto, un altro obbiettivo raggiunto, davanti alla frase: “Confidava alla migliore amica le cadute che avevano l’obbligo di condividere nella vita”. Il portinaio scrive di una protagonista donna e a volte si chiede se abbia il diritto di saperne qualcosa, però arriva sempre alla stessa conclusione, ovvero che le donne sono persone e che quindi qualcosa ne sa. Sta per procedere quando arriva una dipendente dell’azienda dai piani alti a chiedergli se ha tempo per un parere. Il genio non ha mai tempo, pensa il portinaio, ma poi vince l’educazione, o la generosità, o la falsa immagine che vuole dare di sé. Sorride e le dice di raccontargli tutto, sperando che il tutto sia in realtà solo una parte. “Partiamo dal preambolo”. Pure il preambolo, pensa amareggiato il portinaio.
La situazione è un tira e molla non molto avvincente, lei scrive a lui ma lui non le scrive subito e allora lei si chiede come mai, poi lui le scrive e lei si chiede come mai le avrà scritto, e il ritardo da cosa sarà dato. Intanto il portinaio prova sia ad ascoltare la confidenza, sia a pensare alla storia che vorrebbe scrivere. La reazione della mente è un fastidio simile a quando si sentono delle posate grattare sulla porcellana. “Cosa dovrei fare, secondo te?”. “Magari scrivigli”. La confidente le dice che scrivergli significherebbe palesare le sue intenzioni. “Allora aspetta che ti scriva” controbatte con arguzia il portinaio. In quel caso – sottolinea la confidente – questo famoso lui potrebbe dimenticarsi l’esistenza di lei. Il portinaio vede le soluzioni tramontare dietro la montagna di aspettative della confidente. “Potrei chiedere di uscire ad uno del suo gruppo di amici. Tutti insieme, intendo. E vedere come va in una serata in compagnia”. Il portinaio annuisce, sta già pensando alla prossima frase da buttare giù. “Non sei stato molto utile” dichiara la confidente allontanandosi, e il portinaio risponde che gli dispiace, anche se in fondo non lo crede.
Il turno è finito e ha scritto un quarto di quello che sperava. Chissà se anche Tolstoj e Flaubert avevano difficoltà a ricavare dei momenti buoni, si chiede passeggiando verso casa. Dopo cena vuole continuare con la sua protagonista, che a questo punto potrebbe voler contattare un uomo ma tentenna davanti alle possibili conseguenze di ogni mossa. Il cellulare vibra dentro la tasca posteriore dei pantaloni. Il messaggio è del suo amico Giulio, dice che stasera devono uscire a festeggiare la promozione di Martina. Il portinaio fa no con la testa come se il testo appena letto fosse la prosa scolpita alla perfezione di un suo rivale, di cui riesce a scorgere con piacere subdolo solo i difetti. Risponde “Ci sono!” e pensa che il genio lo terrà in serbo per domani.
