
Ci sono routine che ammazzano, per la noia, per la ripetitività e per la prevedibilità dei fatti che mano a mano si presenteranno durante la giornata; se non ammazzano, spezzano le gambe, e se non spezzano le gambe, annebbiano un po’, confondono tanto da dare quel moto d’ansia della vita che fugge: anni che scorrono con un permesso incerto che ci si vorrebbe rimangiare. Si alimentano dal lunedì al venerdì pomeriggio, a volte trascinandosi fino al sabato, per la maggior parte delle persone. Poi arriva la domenica. La domenica ha quel tipo di routine, quel suo modo d’essere, che fortifica proprio grazie alla noia, alla ripetitività e alla prevedibilità dei fatti che mano a mano si presenteranno durante la giornata, e se non fortifica, ringalluzzisce e se non ringalluzzisce, almeno rilassa, distende. “Dolce far niente”, l’ha sempre chiamato papà: critica aspramente questo approccio alla vita durante la settimana ma mai si è permesso di aprire bocca nel giorno di riposo per eccellenza. La domenica, anche lui, sente l’obbligo morale e viscerale di “far niente”.
Già il fatto di svegliarsi con grandi boh che ronzano nella testa non è male; distesi sul letto, “boh, boh, boh, boh, boh, boh, boh” e si parte verso il bagno per la prima tappa della giornata, per darsi un tono, un’occhiata alla faccia finalmente rosea e riposata. Poi ci si ridistende e si prende a pensare a quando ci si alzerà. Fare qualcosa per pensare a quando si smetterà di farlo: ha un che di paradossale e significativo.
Se la fortuna gioca a proprio favore, e quindi dalla finestra situata alla fine della camera da letto si può scorgere il sole che irradia di luce e di quel giusto grado primaverile inoltrato, ci si sente ancora meglio, più briosi, più ottimisti nei confronti della giornata che ci sta accogliendo a braccia aperte.
Colazione, sul tardi. E perché no, in piazza. Colazione sul tardi in piazza, come nei film anni ’60: biciclette che passano, bambini che giocano con il pallone, giornale bene aperto e inclinato, sigaretta assaporata pigramente, caffè anch’esso che fuma, occhiali da sole modello aviatore, capello in feltro appoggiato appena sul capo che saluta al sollevarlo elegantemente. Ci si rende conto che si è ancora a letto, a sognare a occhi aperti, dato che dei sogni ad occhi chiusi non ci si ricorda niente e si ha la possibilità di recuperare.
La realtà è quella della colazione al bar sotto casa, al volo, con i pantaloncini grigi e la maglia bianca spiegazzata che è la divisa per la notte, brioche alla marmellata e caffè, che almeno quello fuma sì, e si ritorna in fretta a distendersi in qualche morbido cuscino; questa volta ci si fa sedurre dal divano. Si accende la televisione e si scopre che pure il palinsesto domenicale si è svegliato di domenica. Mengacci assaggia qualche ricetta locale, le telenovelas raccontano con la loro inconfondibile luce artificiale qualche tragedia amorosa, Tiberio Timperi scherza in linea con qualche concorrente. Niente di coinvolgente di per sé ma ci si fa coinvolgere dal tutto: si sposa lo zapping sfrenato alla ricerca del nulla. E alla fine un po’ si ascolta qualche consiglio di Mengacci, un po’ si piange davanti alla telenovela, un po’ si ride con Tiberio Timperi. La mattinata si conclude nel primo pomeriggio, quando la fame vince sul telecomando impazzito. La voglia di cucinare c’è perché si sa che c’è tempo, tempo da dedicare, tempo per riprendersi dalla faticaccia, tempo, c’è tempo, c’è tempo. Si saltella felici. Si prendono dei pomodorini, si spezzettano, si prendono le olive, taggiasche, dal nome prezioso, si fanno soffriggere nella padella umettata di olio e archetti di cipolla, olè: si spadella per rendere scenografica l’attività, si butta la pasta nell’acqua e si aspetta; intanto ci si riempie di mozzarella e cracker. Musica di sottofondo graffia l’aria da una triste minicassa installata nel cellulare smart: jazz allegro, piano e tromba, non da intenditori, qualcosa trovato con una ricerca bislacca, “compilation jazz funny one hour”, su Google o Spotify o Youtube.
Si mangia in soggiorno bagnati dalla luce della giornata, caffè e si torna a letto per un po’, a sonnecchiare. Forse si legge di sghembo qualcosa mai troppo convinti, ci si addormenta e ci si risveglia e ci si riaddormenta: così, in un’altalenante stato cosciente/sognatore. Nel tardissimo pomeriggio le opzioni sono due: sesso se si è in un buona compagnia, passeggiata se si è in solitaria. Sul sesso domenicale non ci sono grandi discussioni: del gran sesso intimo e sincero, fatto più di carezze che di gemiti violenti. Sulla passeggiata: non male neanche quella, regala un po’ di mondo che si gode il tempo assieme a noi. Il gelato è valido dopo il sesso come alla fine della passeggiata, banale l’atto banale il gusto: nocciola.
Sulla sera, che vede un crepuscolo lunghissimo che colora d’azzurro anche le ombre, ci si avvia alla pizzeria ad asporto, quell’andare che sa di attesa dato che di tempo ce n’era ma non per prenotare. In un locale angusto che odora di ogni ingrediente, dal bancone si annuncia la cena: una pizza salsiccia e verdura-salute, e una birra da 66 cc. Ora composti sullo stesso amorevole divano, seduti e con il cartone unto d’olio sulle ginocchia, ci si sbrana tranci tagliati irregolarmente e instabili nella loro conformazione molle. Alla televisione, un film con protagonista un cane che parla, che gioca a baseball o a basket o che fa qualcosa che salva la terra. Scende sempre una lacrima di gioia nel finale, a differenza della lacrima triste per la telenovela della stessa mattina.
Poi si riprende a leggere senza foga nel letto e, se le energie risucchiate dal “dolce far niente” non sono troppe, ci si avvinghia nuovamente, se in compagnia, si sogna di avvinghiarsi, se in solitaria. E quando le stelle stabiliscono il nuovo assetto, la lei che sia essa donna o testa esclama: “Ecco,ci siamo dimenticati: potevamo andare al cinema! O a teatro! O alla partita! O all’inaugurazione! O alla festa! O al ritrovo!”
“La prossima settimana! Assolutamente la prossima settimana” si risponde con fare sicuro. Sicuro che quelle parole verranno ripetute, come tutta la giornata, la domenica successiva.
