
«A un imperatore melanconico, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che possono valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.» I. Calvino
Qualche giorno fa discutevo con un mio collega sulla nostra idea di vacanza: lui si immaginava immerso nella natura, tra le montagne o le colline, a passeggiare per arrivare al prossimo intimo, piccolo e caratteristico paese. Poco dopo, lo stesso giorno, un’altra collega mi raccontava dei suoi piacevoli weekend, passati a casa dei suoi genitori; questi abitano in una zona collinare, lontani dal trambusto e dalla confusione dei grossi centri urbani. Le brillavano gli occhi mentre parlava di sentieri, piste ciclabili, paesaggi e della sua serenità.
Mi hanno colpito le parole di entrambi, pur avendo una visione diversa delle situazioni che voglio vivere, perlomeno in questi anni. Ascoltare una persona che parla delle cose che la fanno stare bene a questo mondo potrebbe essere uno dei passatempi più interessanti da trovare; senza interromperla, semplicemente ascoltarla. Forse è uno dei motivi per cui scrivo: raccontare di quello che mi appassiona e dare a voi la possibilità di leggerlo, senza dovervi sentire obbligati a replicare.
I miei viaggi hanno quasi sempre avuto una destinazione: la città.
Il perché si ritrova nei luoghi in cui sono cresciuto e vivo tuttora; Ponzano Veneto è un piccolo comune a sei chilometri da Treviso, cittadina dalle medie dimensioni, che si trova a sua volta a trenta chilometri da Venezia.
Per arrivare a Treviso, prendo l’automobile e una volta svoltato a destra alla fine del vicolo di casa, mi basta guidare dritto, passando per il quartiere di San Pelajo, che conta qualche abitante, una chiesa che ne può contenere il doppio e una sagra che ne contiene il triplo. Mi fermo al rosso del semaforo di Strada ovest, via molto trafficata, e guardo a destra la pizzeria storica Da Pino. Attraverso l’incrocio e imbocco via Montello, che potrebbe essere un paese a parte, con il suo macellaio, il suo supermercato e il suo tabaccaio. E, alla fine, freno per immettermi nella circonvallazione esterna della città.
Fuori dall’aeroporto di Beauvais, salgo sul bus che porta a Parigi. Le prime immagini che scorrono davanti ai miei occhi sono quelle dei campi ordinati e coltivati, poi Ressons L’Abaye e Valereux, due piccoli paesi, una rotonda e un semaforo. Sui cartelli stradali davvero enormi Parigi è scritta in alto, appena sopra la freccia che indica di andare sempre dritti. Ancora qualche edificio, nessuna chiesa, qualche tendone da festa. Vedo un insieme sterminato di edifici, poco dopo la zona industriale che il bus sta attraversando: sono quasi arrivato.
Parcheggio l’automobile nella zona del centro di Treviso chiamata Città Giardino, dove le villette si alternano al verde dei giardinetti interni. C’è molta tranquillità; davanti al liceo classico poco più avanti, ci sono solo un paio di studenti che si stanno godendo l’ora buca, una signora passa con la borsa della spesa, un dipendente comunale accorcia i rami degli alberi che ornano i marciapiedi. Dalla parte opposta della scuola, si trova la biblioteca comunale. Mi avvio verso l’edificio.
A Vienna, mi accendo la sigaretta davanti all’entrata di una piccola aula studio, in una via laterale della Kärntnerstraße. Osservo all’interno, attraverso le grandi vetrate, un gruppo di amici, due ragazzi e tre ragazze, che scherzano tentando di mantenere basso il tono della voce; si nota da come avvicinano le teste tra loro, con i menti che sfiorano i libri aperti sul tavolo. Tornano a studiare ma, dopo qualche secondo, ridono ancora cercando di contenersi. Decidono anche loro di uscire a fumare una sigaretta.
Dalla biblioteca di Treviso raggiungo il Calmaggiore, la via centrale della città. Entro in un bar e ordino un caffè. Mentre lo bevo, guardo distrattamente le persone camminare sotto i portici, all’esterno.
Esco dal bar, a Bologna, e supero l’ennesimo negozio di scarpe e il McDonald’s, mi fermo a spulciare tra le bancarelle di Piazza VIII Agosto, arrivo al Parco della Montagnola dove un gruppo di ragazzi neri suonano i tamburi e ballano a ritmo; quelli con i documenti in regola cantano a squarciagola. Mi dirigo verso la stazione. Binario 11. Destinazione: Venezia.
Sul treno, preso da Stansted per arrivare a Londra, davanti a me una coppia inglese di mezz’età parla del figlio, che sta studiando a Firenze. Lo hanno visto bene; ci credo, gli erasmus scopano sempre tanto. Alla mia destra, un ragazzo più giovane di me legge un libro; la copertina è davvero rovinata e non riesco a decifrare il titolo. Ascolta la musica dall’i-pod, con in testa delle cuffie davvero appariscenti. Con il braccio sinistro tiene stretta la sua tracolla. Controllo il mio zaino: un libro giallo, un maglione con dei motivi norvegesi, l’ombrello preso da qualche parte, i calzini dei New York Knicks e un pacchetto di Doria sbriciolato. Un po’ quello che sono, in quel momento.
Scendo dal treno e esco dalla stazione di Venezia. Sorrido: è la reazione naturale che ho quando davanti a me, in ordine, vedo il ponte degli Scalzi, il Canal Grande e la chiesa di San Simeone Piccolo. Vado verso l’università o a lavoro. Dipende da quanti anni ho. I gondolieri convincono i turisti a salire sulla barca, per un giro turistico, i camerieri portano caffè e cappuccini ai clienti, seduti ai tavoli esterni dei bar, e io accelero la camminata perché sono in ritardo.
Trafelato, entro nel pub in cui si tiene uno spettacolo teatrale, a Edimburgo. I buttafuori chiudono le porte del locale, si abbassano le luci come pure le voci tra i tavoli, e si sente solo qualche sorso e i boccali di birra che vengono posati. Mi siedo anch’io affianco a uno scozzese, con pochi capelli e qualche chilo di troppo. Si accendono dei faretti che illuminano un piccolo palchetto. Davanti a me, lo spettacolo.
Ma non è solo quello di un gruppo di persone che recitano un copione.
Sono i clienti del pub che, con attenzione, seguono la storia che viene raccontata loro; sono i camerieri che, sudati, cercano di scherzare per non sentire la fatica della giornata di lavoro che è appena iniziata; sono i gondolieri che si salutano rumorosamente tra loro; sono il ragazzo che legge un libro e la coppia che torna a casa, contenta di aver visto il figlio; sono gli stranieri che si ricordano di esserlo; sono gli studenti in una biblioteca che provano a laurearsi o a diplomarsi; sono la signora che ha appena fatto la spesa per cucinare qualcosa di buono a pranzo e sono l’uomo che prova a escogitare il modo migliore per tagliare il ramo più alto di un albero.
Ognuno con le sue missioni, nessuna speciale ma tutte uniche, che rimbalza come un puntino in mezzo a tanti, giocando a toccarsi, a staccarsi e a ritoccarsi ancora. La quotidianità dei loro gesti, del loro lavoro, del loro tempo libero e delle loro conoscenze, che li definisce per come sono e li sorprende, perché differisce da ieri.
E io, seduto su una panchina o un treno, ascolto. Senza interrompere.
