
Ultimamente io e il mio coinquilino abbiamo grandi progetti per il pranzo. Lui si impegna ai fornelli e io lo assisto. Cerco di stare sempre al suo fianco mentre è impegnato con la rimesta del sugo o con la cottura della carne. Tifo per lui, così poi, quando siamo a tavola, a goderci il risultato, mi sento parte di quella vittoria, pur non avendo fatto nulla, nel pratico, per meritarla. Se da un lato posso fare finta di niente, non farmi opprimere dai sensi di colpa per la mia sciagurata pigrizia e poca conoscenza delle ricette e dei metodi, dall’altro sento che il tifo non basta: devo dare un contributo più sostanzioso. Ho pensato di imparare a cucinare, ma è incredibile quante cose possa avere da fare costretto a casa e senza l’impegno del lavoro. Una moltitudine. Tutte per lo più inutili, ma rimangono comunque una moltitudine. So che è difficile da credere, ma mi manca il tempo. Quindi ho scartato l’opzione. L’unica che avevo. Poi mi si è accesa la lampadina. Lampante, fulminea, scottante.
Per un grande pranzo, ci vuole una grande spesa.
Mi sono quindi intabarrato, la sciarpa a coprire naso e bocca, pronto ad uscire di casa e ad affrontare le lande desolate della periferia, per accaparrarmi i viveri della settimana, che avrebbero permesso al mio coinquilino di ardirsi in nuove avventure culinarie. Ho preso il portafoglio, mi sono lavato le mani, ho preso le chiavi, mi sono lavato le mani, ho preso il foglio del permesso del Ministero, l’ho compilato, firmato, e mi sono lavato le mani. Infine, ho infilato nella tasca destra dei pantaloni le salviette umidificate monouso a base di alcol. Ho salutato il mio coinquilino, come un sottotenente saluta il tenente partendo per la missione.
Tocco tre maniglie: il pomello del porta di casa, quella del portoncino del condominio, quella del cancelletto in ferro. Ho iniziato a sentire le mani sporche. Come un velo pesante che si posa e non va più via. Ho sfilato una salvietta umidificata dalla busta sigillata nella tasca, e l’ho passata sui palmi, sui dorsi, tra i polpastrelli. Sono salvo, ho pensato. Sono nuovamente salvo. Ho ripreso il mio cammino.
Il piccolo vicolo, che conduce alla strada principale, era vuoto. Le case bifamiliari bianche splendevano al sole, sulla destra qualche pino ombreggiato, i passeri cinguettavano, difficile credere sia il set di un incubo. All’altezza dell’incrocio mi sono immesso a destra, incalzando sul marciapiede. Poco più avanti, un anziano aspettava dalla porta del tabacchino il suo turno per entrare. Si dice un metro di distanza, ma questo stava a quattro o cinque metri dall’uscio. Lì per lì mi è parso esagerato, e mentre ammiravo quell’esagerazione, il mio incedere prese a distanziarsi da tale anziano, ritrovandomi così in mezzo alla strada, sulla linea bianca che separa le corsie. Sono tornato sul marciapiede, pensando che quell’anziano faceva proprio bene a stare dove stava. Un paio di clienti stazionavano fuori dal negozio di salumi, poi una ragazza sui sedici anni passeggiava con il suo bassotto a guinzaglio. Ci siamo tutti adocchiati come fossimo stati amici a distanza, dispiaciuti ma vicini nella disgrazia. Stanchi ma determinati.
Sono arrivato al supermercato, un grande edificio lungo e basso, giallo e blu. Fuori la coda di persone che attendevano. Ognuna con la propria mascherina, ognuna con il proprio sguardo, ognuna con il proprio broncio. Mi sono accodato, ho tirato fuori una salvietta umidificata, me la sono passata sulla mano. Una donna poco più in là mi ha fulminato seducente. L’avevo conquistata con l’igiene. Lei ha tirato fuori l’Amuchina e se l’è spalmata sul palmo. Si massaggiava delicatamente e il profumo che ne scaturiva era quello di una dea ben pulita. Sentivo la sua pelle priva di germi che mi accarezzava dolce. Ho sognato di baciarla.
Senza lingua.
Ho tirato su la sciarpa, che tendeva a scivolare dal naso; la mia mascherina improvvisata era come un forno dopo tutto quel camminare. Un buttafuori, sotto il portico in cemento, ha fatto cenno al primo in coda, e questo è scattato verso le porte automatiche. Si è unito alla processione un uomo con i capelli neri tirati indietro, un tipo dinoccolato e abbronzato, anche lui con una sciarpa come mascherina. Non ero il solo, per fortuna. Uno della stessa banda, uno sotto la stessa bandiera. La coda intanto procedeva, era entrata anche la dea pulita. Poi un altro, e un’altra.
Mi sono fermato. Davanti a me l’asfalto illuminato, poi l’ombra, il portico, il buttafuori, le porte che sarebbero scattate. Il cenno. Sono partito. Ho varcato la soglia.
Ho preso il cestello blu, quello che usano tutti, quello che sul fondo ha chiazze marroncine di sporco macilento: oh Dio quanti germi, quanto virulenti diverranno i prodotti depositati! Subito dopo, su un mobile bianco improvvisato, un grande dispenser di salvezza, di gel antibatterico trasparente. Mi sono guardato a destra, mi sono guardato a sinistra, tutti facevano i fatti loro. Ho dato un paio di colpi alla cima. Il dispenser ha sputato il gel che si è depositato sul fondo del cestello. Speriamo bene, ho pensato.
Ci ho messo una mezz’ora buona a prendere la frutta e la verdura. Era tutto un far passare, prendersi la precedenza, fermarsi, procedere. Non invidiavo i più arrabbiati, i dipendenti del supermercato, costretti a muoversi in spazi stretti mantenendo grandi distanze. Ho infilato nel cestello disinfettato banane, mele, mandarini, radicchio, patate, limoni, spinaci, pomodori, e mi sono fiondato al reparto carne. Pollo allevato con antibiotici. Di questi tempi non chiedo di meglio. Allora: coscette, petti, ali. Poi pasta, olio, caffè. Una quantità giusta per una settimana. Stracchino, mozzarella. Due birre. Ho dimenticato sicuramente qualcosa, ma non importa. Mi sono diretto verso le casse in uno strano slalom, lento, in cui schivavo l’aria, quell’aria che mi distanziava di un metro dalle altre persone, rintanate, gli occhi nei prodotti sugli scaffali, le bocche nelle loro protezioni.
Mi sono messo dietro la linea gialla, ad un metro dalla cassa. Una signora stava finendo di sistemare la spesa nelle ampie borse. Ho aspettato il tempo necessario perché si allontanasse. Ho superato la linea gialla. Ho posato il tutto sul nastro, sono passato dietro la cassiera, mi sono fatto dare tre sporte, le ho riempite. Ho pagato con il bancomat. Ho ringraziato la cassiera, che mi è sembrata sorridere dietro quell’involucro bianco pigiato addosso. Ha teso gli occhi e le guance si sono alzate. E’ stato bello. Ma ancora più bello è stato, una volta uscito, posare le sporte sull’asfalto mitigato dal sole e scartavetrare l’epidermide del dorso della mano con l’ennesima salvietta umidificata.
Sono ritornato a casa, ho posato sul tavolo le sporte, il mio coinquilino si è avvicinato curioso di sapere quali ingredienti avrebbe usato per le sue invenzioni. Ho levato le scarpe in un ambiente separato da quello d’uso quotidiano, ho calzato le ciabatte. Mi sono chiuso in bagno, mi sono lavato le mani. Ho aperto la finestra. Il cielo era terso, i tetti della città limpidi, i campanili facevano rimbalzare il suono delle campane. Per il resto, il silenzio era assordante. Me lo sono detto, come se lo dicono tanti tra sé immersi nella paura: andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene. Ho chiuso la finestra.
Con la maniglia.
Mi sono quindi rilavato le mani.
