CHIACCHIERE DI CITTA’ – Vol. 4

CHI SONO, CHI SIAMO, CHI

Io e un amico mangiamo una pizza; siamo a casa mia, piano terra, tavolo stretto su un pavimento che si distende poco. Non ci vediamo da un po’ e ci chiediamo come va. Al suo turno lui scuote la testa, guarda un punto indefinito del cartone. “Che succede?”. Mi spiega la questione del lavoro, dei problemi che lo attanagliano, del mestiere per cui viene pagato e per cui non si sente portato. Mi accenna alla musica, alla sua voglia di dedicarsi a quello e solo a quello. Parliamo di musica.

Ero un ragazzino che aveva conosciuto da poco Treviso, ero un ragazzino che aveva conosciuto da poco le regole e la voglia di infrangerle. Ero un ragazzino che aveva conosciuto il rap e lo aveva sposato per la sua trasgressione naturale, il suo istinto al crimine, eclatante o modesto che fosse. Quando bruciavo scuola, scarpe larghe Converse, pantaloni Broke e treccine in testa, mi infilavo al Disco Frisco. Il Disco Frisco era il negozio di cd vicino alla stazione delle corriere. Di fronte il Sile, canoe e canottieri in forma, e qualche gorgheggio di papera. La luce della mattina veniva smorzata dalla penombra degli scaffali. C’erano cd ovunque; cd a sinistra, dove anziani profumati scrutavano la sezione della classica; cd nei cestelli centrali, dove i capelloni -baffi e barba disperati- scorrevano le scelte in ambito metal-punk; io superavo la cassa, un saluto timido da colpevole, e finivo nell’angolo a destra, sezione hip-hop/r’n’b. Le copertine recitavano l’antifona parental advisory, e io pensavo fuck parental advisory. Tra le mille e una scelte che mi si proponevano con foto di neri arrabbiati e pitbull al guinzaglio, valutavo quelle dal prezzo più abbordabile: 9,99 Euro poteva andare. Le novità aspettavano di diventare vecchie glorie a 9,99 Euro.

Dalla musica passiamo a discutere del mestiere –non odiato, ma dai sentimenti non corrisposti, per così dire- del mio amico. Parliamo della città e di come si è inserita in generale la sua attività nel tessuto cittadino. Dice: “Il problema è che il centro sta diventando troppo esclusivo, solo per ricchi.”

Per frequentare il bar Il Santo dovevi essere ricco o indossarne la maschera, cosa complicata di per sé se non si è ricchi, dato che è proprio la maschera ad essere dispendiosa. Abbandonati i pantaloni ribassati e le scarpe versione carro armato, avevo seguito la massa di amici che, in fondo, aveva seguito la massa di ragazze. Perdevamo pomeriggi interi al Santo a guardarci attorno convinti di essere James Dean in maglione Ralph Loren, a fumare Marlboro Lights e a ordinare tè freddi e bicchieri di vino in una giusto equilibrio tra l’infanzia e l’età adulta. Si accedeva al locale da una piccola porta, quasi inosservata, al margine del Ponte di San Francesco; c’era un giardinetto interno leggermente coperto in stile capanna, lo sciabordio continuo e sicuro del fiume Cagnan che passava oltre la rete di delimitazione sulla sinistra. “Ora cosa facciamo?” ci chiedevamo; compreso di non aver possibilità né con lei dagli occhi azzurri e il sorriso da sirenetta, né con lei dai ricci armoniosi e il naso alla francese, decidevamo di svenare ancora i genitori e comprare un altro capo firmato. Ci avrebbe donato quel necessario tocco in più.

“Non si può vivere di soli bar!” dice il mio amico. L’argomento è lo stesso, il centro e la sua vita; è proceduto con fare da corpo di serpente, ondeggiante e contorto. “Manca un luogo” esordisco io. “I bar vanno anche bene, ma uno (dei bar) deve riunire, no?”. Nel senso di richiamare un certo numero di persone, quindi, nella versione fantautopica, un certo numero di idee e di pensieri, quindi ancora, un certo numero di visioni. “Dove sono finiti il Tocai o, che ne so, l’Osteria Canova?” chiede lui.

L’università aveva plagiato il mio tempo libero; l’ondata indie-rock, i miei download su Emule e le mie abitudini e il mio armadio. Non andava più di moda essere ricchi, anzi; meglio far vedere che si era un po’ poveri. Non troppo, un po’. Eravamo rock band senza strumenti, in camicie a quadri e jeans stretti, quasi soffocanti alle caviglie. Per mangiare e bere si doveva essere fedeli alla nuova filosofia, e l’osteria Canova rispettava i canoni in ogni elemento. Dentro risultava polverosa come una cantina in vecchio stile, con il pentolame appeso alle pareti e i tavoli di legno ammaccato; fuori invece i tavoli da sagra erano disposti ordinati sul plateatico ricavato rubando due parcheggi a strisce blu. L’odore d’inverno era quello di panini ad ingredienti improvvisati e di vino della casa dall’indubbia qualità. Parlavamo ore di nuovi album e di nuovi film, rollandoci sigarette e pensando di essere i nuovi Elia Kazan.

“C’è una cosa che secondo me proprio manca” dice come in una rivelazione da oracolo il mio amico. “Cosa?”. Ci guardiamo, le forchette e i coltelli gettati sopra i cartoni macchiati, le bottiglie scure di birra con qualche bolla sul fondo. “Un’identità” dice lui. Ci guardiamo ancora, in silenzio. Annuisco, aggiungo: “…Sai che hai ragione?”.

Quella notte mi giro e rigiro sul letto, distratto dai fari delle macchine nella via e dai pensieri. Mi gratto i capelli e mi massaggio la faccia. Sforzo la materia grigia in un’attività da esploratore di marciapiedi.

Cerco un’identità alla città, sperando forse di trovare la mia.