
DI SCALINATA IN SCALINATA
Sono seduto sui gradini larghi del Duomo; all’orizzonte la luce del sole è sezionata dai palazzi incontrati per la via, il porfido è illuminato a macchie geometriche e le macchine traballano sopra il porfido, e i fanali delle macchine, appena accesi, lanciano sui muri dei palazzi schizzi di chiarore come per vendetta. Io aspetto il mio amico. Racchiudo le ginocchia in una presa leggera delle mani. Inspiro, sbuffo, guardo uno scooter, poi una coppia di adolescenti, lui ben concentrato su di lei che è ben concentrata sul mondo. C’è una colonna sonora particolare in questo quadro che ho già visto chissà quante volte; oltre l’angolo, la scorgo a sprazzi, l’ascolto senza interruzioni. Un ragazzo di colore, cappotto di pelle nero che arriva fino a metà polpaccio, suona un sax. Mi affaccio curioso un paio di volte, torno a guardare il porfido e le cavalcate delle macchine e delle biciclette e dei passi. Mi affaccio ancora. Guardo il cellulare, il mio amico scrive che in è ritardo di un paio di minuti lunghi, non quelli corti da sessanta secondi. Vado a sedermi dalla parte di scalinata che guarda al suonatore. Vedo la cassa nera, la custodia della tromba, per terra, ad attirare come una trappola mal funzionante qualche soldo. Vedo lui che gonfia le guance, stringe gli occhi e dondola in avanti verso lo strumento, un dorato, scombinato, sax d’ottone. Decido di dare la meritata mancia, frugo in tasca, ho cinquanta centesimi o due euro. Due euro sono un bel malloppo; cinquanta centesimi…basteranno? Non vorrei passare per un taccagno. Massì, mi dico, alzo le gambe, distendo i muscoli rattrappiti, e davanti al ragazzo nero, il suono del sax quasi a spegnersi in una dissolvenza, getto i due euro. Sulla fodera della cassa, solo monetine da dieci e venti centesimi: la borghesia di Treviso è ricca per un motivo. Un cenno al nero, il nero risponde con il suo cenno. Metto le mani nelle tasche dei pantaloni. Il ragazzo nero fa una pausa, e si siede a strofinare con un panno di feltro lo strumento. Il sole svanisce del tutto, i fanali ora sono in festa. Tra le ombre dei passanti, una mi si fa incontro sicura e mi getta un cinque sulla mano destra. “Andiamo!” “Gli altri?” “Arrivano a breve! Arrivano!”.
La serata è una marcia di banda da una via all’altra, da un’osteria all’altra. Brindiamo a noi, ai momenti come questo, ai momenti diversi, brindiamo alla mezzanotte passata e all’una che deve ancora arrivare. Appena scocca, scocca un altro tintinnio dei bicchieri.
Tornando alle macchine, ci sediamo -stanchi di bere e di festeggiare ma mai di parlare- sulla scalinata di Palazzo dei Trecento. Elegante, grigia, segnata dalla storia, ci accoglie al quinto o sesto gradino. Davanti a noi, ancora qualche passo coraggioso di chi crede di poter dare vita al centro con uno squillo d’intraprendenza, davanti a noi il plateatico in legno dell’osteria Due Pomi si mette il pigiama: si legano le sedie tra loro, si chiudono gli ombrelloni. “La chiamiamo Canovacci!” “In onore all’improvvisazione!” “In onore a Canova!” “Sarà una rivista di soli racconti!” “Di sola narrativa!” “Di sola fantasia!” “Ognuno avrà la sua rubrica!” “Ognuno metterà il suo talento su carta!” “Domani…domani siete liberi?”. Le teste cadono appena e si rialzano come scintille. Forse l’alcol ci ha donato quel suo magico entusiasmo, e chi siamo noi per far finta non ci sia? Ripartiamo per le tante strade dei parcheggi, contenti di aver una nuova idea tra le mani; nei confusi spazi, liquidi ora più che mai, della mente. “Domani definiamo meglio la cosa!”, e ci salutiamo.
Primo pomeriggio, le verdi chiome dei tigli nel quartiere di Città Giardino, la cancellata nera e impervia della biblioteca. Noi sulla scalinata bianca, riparata da una colata di cemento a mo’ di corrimano. Il nostro salotto, il nostro studio, la nostra intimità condivisa di aspiranti rivoluzionari. Decidiamo chi sarà a fare cosa, analizziamo i dubbi, schiviamo le critiche, ci dichiariamo pronti a scaraventare il già visto già sentito fuori dalla finestra, come mia mamma faceva con le sigarette. Stringiamo le mani, ci congratuliamo come membri di un comitato appena nato. Finiamo in breve al primo brindisi di comitato.
Passano due mesi e il progetto è stato dimenticato. Forse perché in fondo non era così innovativo; forse perché c’era dell’altro da fare, doveri da non far scivolare via, pena il dramma della solitudine o del conto in banca. Torno a casa da un impegno tardo pomeridiano e il sole ha tutta l’intenzione di vagare verso altri lidi. Salgo le scalinate del cavalcavia della stazione, cammino mentre le macchine sembrano seccate; ferme, sbuffano dalla marmitta, la coda colpevole che arriva fino a giù, fino al semaforo della via Terraglio. Imbocco la scalinata di discesa e, lì, in basso, al quinto o sesto gradino, ci sono un ragazzo e una ragazza di colore che discutono, una birra in mano a testa. Mi avvicino ancora, e riconosco la custodia nera del sassofonista. Lui ha ancora quel cappotto scuro e lucido, sulla testa un cappellino invernale; lei indossa una felpa XXL rossa, sul viso un sorriso largo di natura, come fosse un istinto e non un’espressione. “Io suono sax e tu canti!” dice l’aspirante sassofonista. “Non so, non so” dice lei, sorridendo. “Tu sai cantare! Io so suonare!” insiste il primo. Passo in mezzo ai due e mi allontano, le voci diventano un mormorio coperto dai rumori della strada. E chi lo pensava, penso, a quanti aspiranti rivoluzionari si ritrovano sugli scalini della città!
Seduti da basso, guardano in alto la strada verso il trionfo delle loro passioni e delle loro ingenuità.
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