
UN’ALTRA BIRRA
“Ohi!”. Guardo verso la strada. Il finestrino leggermente abbassato dell’utilitaria lascia intravedere gli occhi e il naso di un amico tornato da poco in città. “Sali, Sali!” mi fa. Si ferma appena, io giro attorno alla macchina, mi fiondo sul posto del passeggero, mollo la borsa della spesa. “Ohi…che ci fai da queste parti?”. La strada è piena di luci, di fari e di lampioni e dei primi addobbi natalizi risvegliati dal letargo. Circumnavighiamo piazza Vittoria, l’autoradio del mio amico spara fuori una canzone tamarra -per me le canzoni sono quasi tutte tamarre- e lui mi spiega cosa ci fa in quel momento a Treviso; mi racconta di un nuovo progetto ancora in sordina che ha nelle zone dove abito. E poi del lavoro ufficiale, lavoro che di solito svolge in un punto molto più a nord dell’Europa.
Finiamo sul Put, ci uniamo alla parata di utilitarie, autobus e mini SUV, e il mio amico decide di andare a bere qualcosa verso la zona dell’università; io annuisco convinto, per me è uguale, tanto in programma avevo un’impegnativa sessione di “buttarmi sul divano e aspettare un orario accettabile per preparare la cena”. A piedi attraversiamo la piazzetta dell’Università, contornata da palazzi bianco-puliti, come se volessero mostrare la loro gaia gioventù, ed entriamo al Caffè Letterario, un bar che vuole richiamare il nome anche nell’aspetto. Il bancone è grande e di legno scuro, così come, sempre di legno scuro, sono il parquet e i tavolini. Le poltroncine sono nere, sanno di saggio con microfono sopra un palcoscenico. “Andiamo lì”, e indico un tavolo imbucato nell’angolo in fondo; come amanti, vogliamo che le nostre parole non siano di dominio pubblico. Come se a tutto il mondo interessasse quello che abbiamo da dire, cosa a cui, in fondo in fondo, io e il mio amico, cocciutamente vanitosi, vagamente orgogliosi, crediamo.
Dopo aver ordinato e ringraziato la cameriera, lui mi chiede: “Allora?…Te cosa mi racconti?”. “E’ un periodo strano” confesso. “A parte la solita solfa del lavoro, sto rivivendo un po’ di situazioni già passate. Sono tornato a dare una mano nella vecchia pizzeria vicino casa dei miei, ti ho detto no? Poi mi sono visto con un paio di vecchie fiamme, e pure a basket, ho fatto un allenamento con la squadra di qualche anno fa… Non so, è come se stesse tornando qualcosa, o come se ci fosse qualcosa da recuperare, vallo a sapere”. Lui si aggancia al discorso delle due fiamme, una delle quali amica della sua ex ragazza, ex ragazza con la E maiuscola, e comincia a parlare proprio di lei: “Io ho assolutamente bisogno di rivederla. Saranno passati…quanti anni? Otto, nove? Più o meno. Comunque è come se dovessi chiudere, chiudere bene. Non che ci pensi ancora, ma è più un…non so…” “Controllare se sia tutto a posto.” “Sì, qualcosa di simile. Di non aver dimenticato niente, come.”. Arrivano le birre, ringraziamo e beviamo.
Qualche giorno dopo lui mi chiama, è a curare il progetto vicino a casa mia e chiede se ci beviamo una cosa. “Certo” rispondo io, tanto in programma avevo un faticosissimo ripasso di “come stare disteso sul letto di casa e rileggere il libro preferito senza sforzare troppo il gomito”. Prima decido di fare un salto da lui, a vedere cosa sta combinando, poi torniamo da me, ci mettiamo sullo spiazzo esterno. Il complesso dove abito ha una bella struttura, gli appartamenti sulla sinistra, oltre la siepe, sembrano un caseggiato ben rimodernato, e oltre il caseggiato, una scalinata aggraziata porta all’entrata di un altro complesso. “Non è male qui” dice lui, e sospira; io annuisco, stappiamo le birre. La sera autunnale lascia che qualche fascio di luce lontano attragga la distrazione. “Io a Treviso mi ci vedo a vivere” dico. “Magari cambio lavoro, ne trovo uno più movimentato. Uno che mi faccia spostare di qua e di là, ma la base può restare qui”. Lui fa un lungo sorso di birra, dice “Anch’io mi ci vedo. Però ho ancora troppe cose da fare di là”. Intendendo l’estero. “…Quindi devo restare fuori almeno una decina d’anni, anche se qui sto posizionando i miei…satelliti!”, intendendo il progetto in sordina. “Fai bene” dico io, e faccio una sorsata. Continuo: “Poi ti compri una bell’appartamento”. “Ah, ne ho già visti un po’. Ne voglio uno con il terrazzo. Grande, per le grigliate”. “Ferragosto sempre da te”. “Ferragosto, e il mio compleanno, e Pasquetta, e le sere d’estate”. Un altro sorso, un clacson lontano. “Io inutile che penso a cosa voglio finché non arrivo dove voglio…”, aggiungo: “Sembra assurda detta così, ma è proprio così!”. Il mio amico sorride. Guardando le luci oltre i palazzi, continuiamo a parlare, a riporre un briciolo di speranza nel passato e un barlume di fiducia nel futuro.
“Un’altra?” chiede il mio amico, scartando una birra dalla confezione e porgendomela.
“Per forza” rispondo.
