
IL PERCORSO DEL MATTO
Ho conosciuto il Signor T che lavoravo al cinema Corso. Si avvicinava alla porta vetrata con il suo passo strascicato, ai piedi sempre delle scarpe ortopediche spesse e sfondate sui talloni. Una volta dentro l’atrio sorrideva, e lasciava ammirare i suoi tre denti gialli come il mais. “Ciao a tutti! Ciao a tutti, porco mondo!” diceva e subito mormorava qualcosa di più disdicevole, offese indirizzate ad un bersaglio più preciso del Mondo. Si poggiava al bancone della biglietteria, faceva qualche parola con Paola, urlava ancora “Porco mondo!” e poi veniva da me e il mio collega Augusto, lo aspettavamo alla zona del bar. Con noi si sfogava, ci raccontava dei problemi di cuore che lo attanagliavano. Credeva di stare insieme ad una spogliarellista di un club a luci rosse fuori provincia; con ogni probabilità la spogliarellista recitava la parte e avanzava richieste di regali in cambio di due o tre carezze innocenti. Non che avessi mai dato troppe colpe alla spogliarellista, in certi ambienti immagino l’ingenuità come inaccettabile. In ogni caso, lui ci mostrava le foto di quella che chiamava “morosa” e si confessava preoccupato quando lei, arrabbiata per un suo moto di gelosia, gli impediva di presentarsi al club. “E io ci vado lo stesso, porco mondo! Stasera ci vado lo stesso!”. Noi non sapevamo cosa consigliargli, dicevamo di stare attento, di lasciar perdere, di cambiare obiettivo per la serata, e poi gli permettevamo di vedere lo spettacolo nella sala più vuota: il Signor T aveva la tendenza, come mio nonno con la televisione, di parlare agli attori, mandandoli a quel paese quando facevano qualcosa su cui non concordava.
La storia del Signor T me l’ha raccontata Augusto in uno dei tanti tardi pomeriggi di domenica in cui aspettavamo una clientela all’apparenza smarrita. E’ un pensionato caduto in rovina; la casa diroccata si trova poco prima di Quinto di Treviso, e lui vive grazie ad un misero reddito d’invalidità. Appena viene caricato sul suo conto l’ammontare della cifra mensile, spende quasi tutto per regali a questa o quella “morosa”, sempre spogliarelliste del club a luci rosse. I regali sono profumi o scarpe, comprati puntualmente negli stessi negozi del centro, perché il Signor T, ogni giorno, traccia a piedi lo stesso percorso. Scende alla fermata della stazione dei treni, e con il passo da tartaruga sicura raggiunge la sua prima tappa, il bar Dersut di Piazzale Roma.
L’ho incontrato lì qualche anno dopo -avevo smesso di lavorare al Corso ma, dato il mio trasferimento nelle vicinanze, avevo nominato proprio quel bar come abituale per le colazioni fuori. “Ciao Signor T!” ho detto, mettendomi al suo fianco davanti al bancone per ordinare. Lui mi ha osservato con i suoi occhi da matto, pieni di un vuoto allarmato, e ha risposto “Ciao, ciao! Porco mondo!”. Non si ricordava di me, ma non avevo alcuna pretesa al riguardo: per questioni di fama e statistica, è la gente normale a ricordarsi dei matti e non il contrario. “Come va?” ho chiesto, e lui mi ha mormorato qualche bestemmia e mi ha parlato dei pochi soldi che diventano meno. Io ho annuito -avevo imparato a saperne qualcosa anch’io di conti e soprattutto di conti che non tornano- e gli ho detto che lo capivo, lui si è messo a ridere e ha detto ancora “Porco mondo!”. “Già…” ho concluso io prima di ordinare alla barista.
La seconda tappa del percorso giornaliero del Signor T –vi assicuro, lo fa ancora oggi- prevede il negozio di scarpe all’angolo di via Cadorna e poi ancora un altro bar, quello vicino al Corso. Sta lì a parlare con commessi e baristi dei suoi problemi, senza il timore di risultare pesante o fuori luogo; tanto è il matto del quartiere. Finisce in profumeria e al supermercato Pam, dove recupera qualcosa per cena. Ci siamo beccati alle casse poco tempo fa e ci siamo scambiati qualche battuta sulle donne, su quanto sono da “Porco mondo!” le loro decisioni e le loro indecisioni, e ci siamo salutati, io gli ho sorriso, lui mi ha come mandato a quel paese ma con affetto, i tre denti ad armonizzare un verso gutturale.
Ieri sono finito di nuovo al cinema Corso -avevo voglia di distrarmi dall’incastrare gli impegni da programmare a quelli già programmati- e sono stato a fare due chiacchiere con Paola, a raccontare come va e cosa non va. Con Augusto ci siamo scambiati i bollettini di guerra delle nostre avventure, e gli ho annunciato l’intenzione di buttarmi in sala 3, dove in tabellone era prevista una commedia romantica dai toni spensierati. “Guarda che c’è anche il Signor T in sala!” mi ha avvertito Augusto, e io ho alzato le spalle, “Nessun problema!” ho assicurato. Sono entrato che le luci erano ancora accese; il Signor T-le sue spalle ammassate verso il collo- era in una poltroncina della seconda fila, quindi mi sono messo sul fondo. I faretti lungo le pareti si sono spenti che eravamo ancora e solo io e lui. Il film ha preso il via e, quasi allo stesso modo, nelle dinamiche di un motore diesel, sono partiti i mormorii e le lamentele del Signor T, sfociati poco prima della metà in delle sonore esternazioni rivolte all’attore protagonista. Ho portato pazienza per un po’, d’altronde avevo detto Nessun problema e pensavo che il Signor T prima o poi tornasse ad un livello di mormorio accettabile. Ma lui continuò ad inveire senza freni delle corde vocali, inveì ed inveì. Finché non dissi a voce alta:
“Signor T! Porco mondo!”.
