
IL PERIODO NATALIZIO E’ ARRIVATO IN CITTA’
E’ una domenica di novembre, di fine novembre; una di quelle inutili, tristi, piovose a tratti, grigie non piovose ad altri tratti, domeniche di novembre. Mi muovo tra la folla intenta a capire in quale bar bersi il caffè, in quale luce ocra appartarsi per discutere degli impegni nelle prossime settimane. Qualche luminaria contorna il cornicione dei terrazzi. Faccio no con la testa, penso a quelle persone che hanno così tanta fretta che arrivi Natale, così tanta fretta da non aspettare che il calendario dia il suo benestare, facendo apparire la sua ultima pagina, quella di dicembre.
Arrivo a Ponte dell’Università, una curva legnosa che da su quel famoso punto dove il Sile e il Cagnan si accompagnano. Saluto una coppia di amici, lei fa il medico e allora ne approfitto per tirare fuori la mia agitazione riguardo la pandemia, i contagi in crescita e la nuova variante che (nonostante tutti gli esperti, a cui i giornalisti invitano da mesi a prestare attenzione, dicano di aspettare a preoccuparsi) i titoli di giornale descrivono come nuovo mostro mondiale. “Se ci chiudono dentro di nuovo a Natale? Come l’anno scorso?” chiedo. Anche la mia amica è preoccupata del prospetto ma dice che in qualche modo non succederà. So che non ha lo scettro per le decisioni più grandi lei, ma mi rincuora lo stesso scoprire che c’è un qualche modo. Ci avviamo verso una nuova mostra inaugurata da poco.
Entriamo che il cielo è grigio, usciamo che è sera, il cielo blu forato da qualche stella e imbrattato da spesse velature nebulose. I lampioni riflettono la loro luce sulle pozzanghere poco profonde dell’asfalto. “Andiamo a bere qualcosa verso Piazza dei Signori?”. Da Piazza San Leonardo i cappotti si moltiplicano, le voci si fanno più coro, le urla di qualche gruppo di adolescenti come assolo, i camerieri battono il chilometraggio giornaliero da un tavolo pieno all’altro, e i funghi riscaldanti scaldano in silenzio, come invenzioni geniali poco badate e molto sottovalutate. Ci infiliamo in Vicolo Barberia, e becco mamma e papà con mia sorella e il moroso in coda dalla Gigia, ad allenare il controllo dell’acquolina in bocca. Mi separo un attimo e saluto. “Guarda qua”, “Guarda qua”. Ci scambiamo due o tre battute sulla giornata, il pranzo, la cena, i programmi dei prossimi minuti. “Ci vediamo la prossima domenica!”. Recupero la coppia che intanto ha deciso di sedersi in un tavolo, vuoto per miracolo, del Tocai.
Alle sette mi congedo e mi avvio verso Piazza del Grano dove, con il gruppo di amici, abbiamo organizzato un aperitivo domenicobirresco al Nidabar, un pub aperto da poco. Alla Loggia dei Cavalieri c’è una mostra di alberi di Natale tappezzati da luminarie dorate e mi domando, di nuovo, che fretta c’è? La pazienza, cari concittadini, la pazienza!
Il pub è distribuito in parallelo al bancone, una sola striscia di tavoli. Siamo sul tavolo in fondo, siamo quattro, poi sei, arrivano anche mio fratello e sua morosa, poi siamo sette, e otto. Ordiamo una birra media, poi due birre medie, poi come alunni che copiano il compito dal compagno di banco, cominciamo a dire che basta birre, con una gran voglia di berne una terza, sennò non diremmo continuamente basta birre. “Abbiamo provato a fare il panettone in casa!” dice un mio amico, “E come funziona?” chiedo, e allora lui mi spiega i travagli delle operazioni e la speranza residuale del risultato. Tra me e me sorrido, penso che anche quest’anno, il panettone, lo comprerò. Andiamo fuori, alcuni fumano; un altro amico ci saluta: deve fare l’albero di Natale a casa. Facciamo no con la testa, è troppo presto, urliamo! E’ novembre, dannazione!
Per cena recuperiamo una pizza da Spillo, una pizzeria incastrata sotto un portico basso, e finiamo nell’appartamento in cui si sono trasferiti da poco mio fratello e sua morosa. E’ al terzo piano di un condominio che da sulle mura e sullo stradone circolare esterno. “Non è male qui!”, “E’ grande!”, “Il mobile è un po’ strano!”. Finita la pizza e la terza agognata birra, mio fratello mette in tavola le noci. Sgranocchiamo, disquisiamo di bollette come fossero videogiochi di cui abbiamo letto le recensioni; sul terrazzino fumiamo una sigaretta come dopo aver giocato ai videogiochi di cui abbiamo letto le recensioni, e guardiamo il panorama di fanali in movimento e finestre illuminate e tetti scuri.
Finita la serata, mi dirigo verso casa a piedi. Svolto in una piccola via e sbuco di fianco a Palazzo Giacomelli, il palazzo che si vede da Ponte dell’Università. Quel pomeriggio non me ne ero accorto, ma un bell’albero di Natale si staglia, con un circolo di luci attorno, di fianco al portone d’entrata. La città è silenziosa adesso, ma dai terrazzini lungo la Riviera le luminarie azzurre e gialle ancora non si spengono. Penso che forse, alla fine, ha ragione il mio amico dell’albero, hanno ragione i concittadini e hanno ragione gli abitanti dei terrazzini lì in alto. Se il mondo tira dritto nonostante le nostre abitudini e le nostre tradizioni, noi possiamo tranquillamente fregarcene delle ufficialità da calendario. Quest’anno, decido, il periodo natalizio è cominciato oggi.
Quest’anno è la pagina del calendario di dicembre ad essersi fatta aspettare troppo.
