CHIACCHIERE DI CITTA’ – Vol.11

AL MASSIMO

Sono al lavoro, nel mio piccolo antro di palazzo. Fuori c’è un sole pallido, l’acqua della laguna di Venezia si muove calma: come la città, rifiata dopo la marea turistica dell’estate. Aspetto che scocchi l’ora di fine turno, intanto do o provo a dare l’impressione di impegnarmi. Non funziona tanto bene, ma ci provo lo stesso. Arrivano i pacchi dei dipendenti del palazzo, gli acquisti fatti sui vari siti di e-commerce. Io sono l’addetto a dire “molla pure tutto lì!” al trasportatore. “Molla pure tutto lì!” quindi dico, e una delle missioni della giornata è stata superata senza intoppi.  I dipendenti scendono per il pranzo e passano a vedere se è arrivato il loro pacco, se l’avviso di consegna coincide con il fatto. Alcuni se ne vanno sorridenti, altri piangono con le labbra, chiedono “Non è per caso arrivato il mio pacco?”. Io alzo le spalle, rispondo “Credo di no”.

Arriva un dipendente, sbircia tra le scatole di carta marrone, le sposta, allunga il collo, mormora. Alza la voce d’un tratto, chiede: “Mi sono arrivati gli scarponi da sci?”. Mi do da fare seguendo la personale regola del “ogni tre alzate di spalle, un’alzata totale dalla sedia”, e lo aiuto nella ricerca. “Dai che sto weekend voglio sciare con gli scarponi nuovi! Che hanno la suola e gli strap da gara” mi fa lui, mentre studia i nomi dei destinatari sulle etichette. “Fai gare?” chiedo. Lui mi guarda: “No, non faccio gare”. Annuisco in silenzio e la discussione si spegne. Dopo aver sezionato i pacchi ci arrendiamo all’evidenza che i suoi scarponi non sono tra noi. “Strano, mi è anche arrivato il messaggio!” dice. “Arriveranno domani!” rassicuro io, con la stessa consapevolezza della madre che dice al figlio: “Vedrai che andrà tutto bene!” nei film apocalittici.

Finisco il turno di lavoro a Venezia e, passo dopo passo, Rialto addobbato come un albero, Piazzale Roma circondato da luminarie cadenti, arrivo in stazione, arrivo a Mogliano, arrivo a Treviso.

Esco per prendere due cose e passo davanti ad un negozio, la cui vetrina espone un maglione blu, bianco e rosso con motivi natalizi, e penso a quanto è bello. Penso che dovrei comprarlo perché alla fine sono un fan dei maglioni di Natale, ma ho già quattro o cinque maglioni in armadio -di cui due delle stessa natura- e mi chiedo se davvero ne ho bisogno. Purtroppo la risposta è una nemica bella tosta del desiderio, che mi sale come l’intontimento di una canna fumata dopo anni di astensione. Sospiro e reprimo la voglia di sguainare il portafoglio. Riprendo a camminare. Treviso è bella, è piena di addobbi ed è tutto molto brillante, un’atmosfera da Rolex e champagne ed elemosina generose; nella strada di ritorno, mi fermo davanti alla vetrina di un altro negozio, dove sono esposte una serie di scarpe da basket. Ho bisogno di un nuovo paio di scarpe da basket, penso, perché d’estate c’è il campetto e d’inverno magari recupero qualche allenamento. Entro e valuto le opzioni senza chiamare in causa il commesso. L’indecisione rimane tra un paio di scarpe poco innovative a settanta euro e un paio a centoquaranta, e decido che la mia carriera (??), e i miei piedi (mai guardati), e la mia dignità (??), meritino delle calzature di livello. Vada per i centoquaranta euro: mi sento già migliorato nelle statistiche al tiro.

Verso sera passa a prendermi un amico in macchina, andiamo a Padova a beccare un terzo amico. Passeggiamo per la città che, a differenza di Treviso, ha un’atmosfera più da racconto di Dickens: più legno, e vino rosso, e elemosina da raggranellare. Beviamo un paio di bicchieri di merlot, poi un terzo, e filiamo a farci un kebab con tutto. A proposito di “tutto”, parliamo della gente che vuole “tutto al meglio”, della gente che vuole avere sempre “il massimo” dei prodotti o dei servizi, quando ne avanzerebbe già abbastanza dal minimo. L’amico che abita a Padova dice che secondo lui molti vogliono “il massimo, sì” e “inutilmente per lo più, anche” ma di alcune cose, delle proprie fissazioni o passioni. Passeggiamo ancora, e penso che per le passioni non dovrebbe servire granché altro – e non di certo al massimo– ma poi mi vengono in mente le scarpe da basket appena comprate e mi chiedo se il pensiero possa giustificare l’acquisto. Non mi do risposta, perché l’amico di Padova, mentre ci indirizziamo a bere l’amaro, indica una palma e dice che la città è piena di palme, e penso a quanto schifo mi fanno le palme.

Di ritorno da Padova, l’autostrada vuota e senza addobbi come a ricordare che in fondo è un territorio al di fuori del mondo vissuto, uno spazio di mero collegamento, io e il mio amico sospiriamo, sbadigliamo, ogni tanto parliamo. “…Per esempio,” fa lui “C’è un barbecue che hanno al NegoziodiBarbecue. Con la piastra super e la possibilità di fare questo e fare quello, e ogni volta che lo vedo, mi dico di comprarlo. Mi dico: sei mio e io sono tuo. Ma poi mi chiedo: quante volte lo utilizzerei? Mi piace grigliare eh, ma quanto griglierei in un anno?…Vale la spesa?”. Annuisco, capisco i suoi dubbi. Anch’io sono confuso sui miei bisogni, ma mi consolo sapendo che non avrò mai bisogno di palme.