
La prima volta che mi sono ritrovato davanti ad una questione politica –se la memoria non gioca brutti scherzi- è stato in macchina di mio padre. Stavo per essere trasferito, come un vip e come ogni giorno all’ora di pranzo, dall’asilo a casa. Chiesi cosa volesse fare esattamente la Lega di Bossi, dato che il giorno prima avevo origliato un gran chiasso al telegiornale riguardo una loro rivolta, o riunione, o comitato, o ritrovo, o chessò io –avevo pur sempre cinque anni. Mio padre, senza voltarsi, tenendo con maestria il volante tra le mani, disse che la Lega, in sostanza, voleva tagliare l’Italia in due. Annuii, chiesi se per lungo o per largo. Lui rise, disse più o meno a metà, per largo, aggiunse un po’ più su della metà. Allora presi dallo zaino un foglio e una matita e, da buon fan del disegno, riprodussi l’Italia spaccata a metà, un po’ più su di metà, e l’osservai, distanziai il foglio per comprendere meglio il risultato nell’immaginario reale. Domandai: “Ma la terra come la tagliano?”.
Seppur migliorato nella comprensione delle metafore e della definizione in sostanza, la politica continua a mettermi in testa più dubbi che certezze. Non riesco a raccapezzarmi e, di conseguenza, a trovare una posizione sulla quale poter serenamente poggiare le mie idee di società e mondo e individuo. Verso i diciotto anni, preso dalla foga di dover d’un tratto costruire una coscienza politica –l’importante era costruire una coscienza politica, poco importava se della sostanza di una piuma- individuai nelle istanze della Lega dei nodi importanti da sciogliere in Italia. Pensavo, grossolanamente: “Se il Sud è messo male e nessuno lo dice, beh, qua non si risolve niente”. Gli amici di sinistra (più o meno di sinistra – a quell’età non avrei preso nessuno sul serio, almeno per quanto riguarda la mia esperienza di studente liceale di classe sociale medio alta) mi accusavano di appoggiare dei politici offensivi, privi di sensibilità, quasi despoti guidati dal male. In più, all’epoca la Lega era alleata con Berlusconi, quindi vi lascio immaginare. Io rispondevo sempre che non mi interessava granché come si esprimevano i politici; o meglio, tra nascondere un problema e metterlo in luce, preferivo metterlo in luce. Non mi piacevano i modi, ma rimanevo dell’idea fosse meglio alzare il tappeto, per quanto maldestramente.
Qualche anno più tardi le scintille tra Berlusconi e tutto il centrosinistra sembravano aver dato vita ad un incendio. Gli ammiratori dell’uno accusavano di spirito perdente gli altri, gli altri accusavano l’uno di frode fiscale, associazione mafiosa, conflitto d’interessi, e favoreggiamento della prostituzione e gli ammiratori accusavano i giudici di essere corrotti. Un bel parapiglia. Intanto, grazie anche alla moda e alle abitudini adolescenziali, si andavano definendo il concetto di comunista e fascista. Non ho mai capito come queste due realtà –il conflitto Berlusconi-Centrosinistra e quello comunisti-fascisti- siano riuscite a vivere in tandem nei medesimi anni della mia vita. Certo, il comunismo e il fascismo si trovavano nei libri di storia e nei racconti vicino al camino dei nonni e degli zii, ma perché stare ad azzuffarsi sul passato quando il presente era così privo di ideologie? Perché trattare le cicatrici come ferite aperte? Cercavo di capire dove collocarmi mentre vedevo i miei conoscenti con la kefiah al collo insultare e prenderle dai meno conoscenti attivisti di Forza Nuova. I secondi mi stavano meno simpatici, non c’è dubbio, ma anche i primi discutevano spesso ricordando i toni frizzanti delle commedie di Leni Riefenstahl.
L’ago delle mie preferenze si è comunque inclinato leggermente, ma leggerissimamente, a sinistra. Da qui –visto il cambio di posizione e il leggerissimamente- l’accusa o l’etichetta di essere un democristiano della vecchia guardia, cosa che mi riguarda esattamente quanto il comunismo e il fascismo: non sposo niente al di fuori della mia realtà esperienziale. Il passato credo si debba studiare con il dovuto distacco. Ora dirò una cosa che farà arrabbiare qualcuno: dei fascisti e dei partigiani, da un punto di vista personale, emotivo, non mi interessa nulla. Sono fazioni ed eventi che hanno avuto i loro protagonisti -i lori vinti, i loro sconfitti, le loro sofferenze- e, se chiaramente lo storytelling (perché la maggior parte di noi conosce una storia necessariamente semplificata nei fatti – chiedete a Giovannino Guareschi quanto erano buoni i partigiani) esercita un’inconscia influenza, preferirei evitare possibili coinvolgimenti, per così dire, consapevoli.
Quindi si è arrivati agli anni recenti in cui Berlusconi ha lasciato il testimone a Salvini e Meloni –e il testimone si è inavvertitamente modificato- e la sinistra ha sposato prima il centrismo di Renzi, e poi la sregolatezza dei 5 stelle, e adesso sembra essere tornata alla felice religione professando moralità e giustizia e bene supremi. Aspirazioni sulla carta auspicabili che cozzano puntualmente con la realtà del mondo e dell’individuo, raramente morale, quasi mai giusto, men che meno buono. Mi sono di nuovo interrogato sulla posizione da prendere, e mi sono risposto che se da un lato –destro- discordo completamente sulla direzione, dell’altro –sinistro- rinnego la visione di partenza. Come quando votavo Lega, mi sembra non si vogliano riconoscere le increspature della realtà, mi sembra si preferiscano nascondere, per paura, forse, che l’ammissione comporti una consequenziale ruota di altri ammissioni e di necessarie misure. Misure in fondo in fondo detestate dai più, perché toccherebbero il nostro portafoglio, appendice del corpo e caro a noi quanto il cuore e il cervello, sperando diventi o rimanga anche più colmo dei suoi fratelli pulsanti.
