
MEGLIO CHIACCHIERARE
Qualche giorno fa -erano i primi giorni freddi e guardinghi di gennaio- stavo andando a recuperare un paio di cose al supermercato, tra cui una bella confezione di tortelloni ricotta e spinaci per il pranzo. Mi ha scritto la coinquilina, chiedendomi se mi andava di aiutarla a fare gli gnocchi; ci saremmo poi goduti insieme il risultato del duro lavoro. Ho risposto: “Ok, ma non so fare niente”. Volevo essere chiaro, non incorrere in critiche sul mio metodo rodato, perlomeno in cucina, ovvero l’assenteismo. “Al massimo li mangi e basta!” ha scritto la coinquilina. Ho annuito tra me e me, ho mandato un pollice alto, e, una volta dentro il supermercato, ho serenamente saltato il frigo dei tortelloni.
“Vuoi imparare o no?” mi ha chiesto la coinquilina mentre sistemavo la spesa nel frigo di casa. Parlava di gnocchi: farli, cucinarli, dar loro una forma partendo dalla patata. “Mah…” ho detto “Se ti serve ti do una mano, certo!”. “Me la cavo da sola. Tu vuoi imparare o no?”. “Io starei bene così” ho risposto. “Allora non preoccuparti, basta che mi lasci la cucina libera. Vai in camera e ti chiamo io quando sono pronti.” Ho annuito, contento di potermi buttare a leggere il libro cominciato da pochi giorni. Dopo un paio di pagine, ho sentito le pentole sbattere, l’acqua scorrere, la coinquilina sussurrare sottovoce le cose da fare come fosse un lungo ed intricato elenco. Ho fatto finta di niente per altre due pagine, ma i rumori continuavano, e fossero stati solo quelli, non sarebbe stato un grosso problema. Il problema era la vocina nella mia testa che, esattamente come quella della coinquilina, sussurrava a ritmo di mitragliatrice Sei un bastardo menefreghista scansafatiche senza cuore senza anima senza volontà pigro, e bastardo perlomeno una seconda volta. Ora, anche ci fossero stati dei complimenti in mezzo a tutte le offese, leggere quando una vocina ronza nella testa non è il massimo, diventa una pratica impossibile. Quindi mi sono alzato e sono andato in cucina con fare sciolto, baldanzoso. Ho detto: “Dai, ti do una mano!”. La coinquilina ha assicurato che non serviva, che aveva tutto sotto controllo. “Ma voglio imparare!” ho mentito. “Non volevi poco fa” ha detto lei. “Ho cambiato idea!” ho mentito ancora. Che sia il numero di bugie a definire quanto sia corretta o meno una persona me lo avevano anche accennato, ma avevano invertito i rapporti. “Allora, cosa faccio?”. Ho mostrato le mani, sperando di dare la parvenza di uno abile. La coinquilina ha guardato la pentola, dove c’erano le patate con la buccia e l’acqua a qualche minuto dall’ebollizione. “Per ora bisogna aspettare” ha sentenziato lei, e io ho esultato in silenzio, sapevo di essere arrivato al momento giusto. “Torno a leggere allora!” e mi sono chiuso in camera. Passati altri cinque minuti la coinquilina mi ha chiamato, mi sono di nuovo presentato con le mani in mostra. “Sai sbucciare le patate?”. “No” ho risposto. Non scherzo, con i coltello levo via mezza patata e dell’affare tipo gratta-buccia diffido perché sembra tutto troppo facile. “Allora aspetta un attimo.” Ha sbucciato le patate e io, per evitare altre vocine nella testa, sono rimasto a guardarla. Con attenzione e concentrazione.
Ho schiacciato le patate su una pentola con un affare strano, una sorta di pressa a fessure, un arnese da cartone animato, poi ho mescolato le patate con le uova e un altro ingrediente. Passato l’impasto alla coinquilina, mi sono profuso in altre due attività di vitale importanza prima di sedermi a tavola: sciogliere il burro sulla padella e fregare la salvia ai vicini, quest’ultima mansione svolta spesso in altri appartamenti proprio perché sembra che l’attività di ladro -il rischio connesso- compensi la poca dimestichezza in cucina.
“Come ti sembrano?” mi ha chiesto la coinquilina, mentre in due tre forchettate finivo il piatto. “Non sanno molto di salvia” ho detto. “Forse perché ne hai presa poca?” ha insinuato lei. “Forse…” ho concluso “Ma sono comunque molto buoni”.
Qualche giorno dopo i primi giorni freddi e guardinghi di gennaio ho ripreso a lavorare. Non volendo sfidare la sorte in attività di fatica o forza o concetto lontano dalla mia idea di concetto (sistemare la posta, dare un ordine alla cassetta del pronto soccorso e avvertire delle mancanze, capire come spostare un tappeto delle dimensioni di una stanza da una stanza all’altra) mi sono offerto di recuperare qualche materiale richiesto dal mio responsabile. Quindi sono andato al negozio di ferramenta. Il commesso aveva la lista pronta, inviata dal mio responsabile, e ha cominciato a fissare la lista e a guardarmi, nominava il prodotto e mi diceva se ce l’aveva o meno. La trementina ce l’abbiamo. Ha segnato una V e io ho pensato: “Non so cosa sia”. La cera microcristallina ce l’abbiamo. Ha segnato una V e io ho pensato: “Non so cosa sia”. Il piolo di ancoraggio ce l’abbiamo. Ha segnato una V e io ho pensato: “Non so cosa sia”. La fiele di bue mi sa che è finita. “Peccato” ho detto prontamente. “Per cosa gli serviva?” ha chiesto il commesso. “Eeeehhh” ho fatto, cercando di recuperare tempo. “Se te la porto lunedì?”. Io ho alzato le spalle, “Non credo ci siano problemi!”. Sono uscito, sacchetto in mano con dentro solo misteri, nessuna certezza, e sono tornato in sede. Il responsabile mi ha chiesto se c’era tutto, io ho risposto: “Quasi, non c’era la fiele di bue”. “Ah, peccato”. “Peccato, sì.” “E come facciamo?”. “Rimandiamo a lunedì”. “Ce lo portano lunedì?”. Ho annuito. “Allora sì, rimandiamo a lunedì”. Chissà cosa.
Qualche giorno dopo i primi giorni lavorativi mi sono trovato con un vecchio compagno di scuola -era da tempo che non ci vedevamo- al bar di Piazza San Vito. Il sole ci illuminava e ci scaldava appena. Attorno sembrava in corso una gara a chi andasse con più calma. Ho bevuto un sorso di caffè, ho chiesto “Allora come va?”. “Ma sai…” ha cominciato lui, e ha parlato di varie cose, e io ho risposto con altre varie cose. E tra tutte queste varie, aleatorie, a tratti insulse, a tratti profonde cose, mi sono sentito completamente a mio agio.
