
«Oddio, gli scrittori», esclamò Oppenheimer con voce esasperata. «Non capisco cosa diavolo vi passa per la testa a voialtri. Perché non potete andare a scopare come fanno tutti?»
R. Yates
Sceglievo sempre il Campo di San Bartolomeo come punto d’incontro per gli appuntamenti. Mi sembrava un buon posto, in mezzo alla città, vicino a Rialto, equidistante da qualsiasi impegno potesse avere una ragazza di Venezia come Giada.
L’avevo conosciuta qualche anno prima; facevo il postino tra due sedi di lavoro e lei lavorava con contratto determinatissimo in una delle due sedi. Ero già amico di un paio di ragazzi assunti nel suo stesso ufficio e, complice una pausa pranzo o la fine di giornata di lavoro -non ricordo con precisione l’orario ma ricordo il sole sullo spiazzo- passeggiammo tutti insieme discutendo –più loro che io- delle solite cose come capi e errori e colpe e grane e fraintendimenti. Quando lei si allontanò per andare non so dove, rimanemmo a considerare le sue qualità fisiche da bravi maschi a narici che sbuffano.
Non la vidi per un po’, se non per qualche sua veloce incursione agli uffici della sede centrale, dove, qualche mese dopo il nostro primo incontro, avevo preso a lavorare come scarsissimo portiere e ancor più scarso centralinista. “Devo andare su!” mi diceva lei e io le sorridevo e le dicevo “Certo, vai, vai!” e le sorridevo di nuovo. Ora, detta così non sembra ci sia molta passione ma in quel “Certo, vai, vai!” cercavo di dare il meglio di me in tutti i termini considerabili. Lei non se ne accorse –comprensibilmente- quindi le chiesi l’amicizia su Facebook, credo per dare un segnale. Un Ci sono anch’io! abbastanza timido e sussurrato. Dalle voci di corridoio avevo captato avesse il ragazzo da tempo immemore, quelle storie partite alle superiori e vincenti addirittura sull’Erasmus.
Quando venni a sapere dell’improbabile rottura del rapporto, esultai e mi dissi che era ora di scendere in campo: su Facebook le domandai se le andasse di fare un giretto con me. Mi rispose di sì.
Mi venne incontro da Salizada del Fontego dei Tedeschi e riuscii a mantenere un certo contegno mentale, niente panico o annebbiamenti. Lei aveva un cappotto verde e sul viso una mascherina azzurra – era novembre 2020, un periodo piuttosto particolare- e tutto quello che avrei voluto fare era toglierle la mascherina di dosso e vederle il viso, le guance paffute e il sorriso largo. Mi dovetti accontentare degli occhi: pieni e attenti, in quel momento mi scrutavano con curiosità e una buona dose di diffidenza da primo incontro. Forse per stemperare l’imbarazzo, Giada cominciò a parlare del più e del meno e io non potei desiderare di meglio: rispondo bene ai servizi ma non sono certo quello che li batte. Andammo a bere un aperitivo in Campo San Barnaba, ci sedemmo su uno dei tanti tavolini liberi fuori, qualche passante a farci compagnia per pochi secondi. Poche insegne, pochi lampioni, cercammo di farci luce con le parole. Parlammo di politica, qualche accenno, poi di scrittura e di letture. Una volta bevuto lei il suo prosecco e io il mio spritz, le proposi di accompagnarla a casa. Stavamo attraversando Campo Santa Margherita, quando vidi che, su un argomento ormai delineato, cincischiava con le gambe lunghe –ha delle gambe davvero lunghe. Io, quasi d’istinto, le diedi una bacio con addosso la mascherina tra la guancia destra e le labbra. Lei mi disse: “Non è un po’ scomodo così?”. Sorrisi, feci sì con la testa, ci togliemmo entrambi la mascherina e ci baciammo sotto l’albero spoglio e centrale del Campo.
Riprendemmo a camminare che avevo il cuore in festa e il cervello in pappa. Nelle vicinanze dell’appartamento mi annunciò che forse la coinquilina quella sera sarebbe uscita. “Perché pensavi di invitarmi a salire?” chiesi sorpreso. “Beh…” fece lei. “Io sono contento anche così!” assicurai grattandomi il capo. Lei mi fissò con un’aria dura, un’aria da guerriera, un’aria davvero notevole, di sfida attraente. “Potrei non essere contenta così IO!” disse. “Beh…” replicai, quasi devastato da quella che, più di una osservazione, mi pareva una confessione. Alla fine la coinquilina era rimasta a casa –non so per quale motivo, forse avevo rovinato tutto?- e ci salutammo con un altro bacio davanti al portone del suo condominio.
Ci vedemmo il giorno dopo. Pioveva una pioggia novembrina e il cielo era di un grigio massiccio. Sapeva tutto di umido, e forse proprio perché volevamo tuffarci in pieno nell’atmosfera, finimmo in una libreria polverosa con il soffitto basso e gli scaffali di legno ben scheggiati dall’usura. “Sto cercando qualcuno che condivida con me l’entusiasmo per Il mondo secondo Garp di Irving” disse, e la cosa mi piacque, mi colpì. Non lo avevo ancora letto ma lo avevo comprato un paio di mesi prima, sospinto dalle impressioni sulla trama e dalla scrittura di Irving, scoperta grazie a Hotel New Hampshire. Ne parlammo, e ci agganciammo a qualcosa per parlare di altro, e intanto sfioravamo le coste dei libri con gli indici e i medi. Li facevamo ballare sul cartoncino della copertina, e continuammo a parlare di altro ancora. Usciti dalla libreria, sotto un ombrello malconcio, passeggiammo e, buio in cielo, lampioni in terra, seguimmo per le Zattere dove la pioggia cadeva con incredulità sull’acqua della Laguna. All’altezza della fermata di San Basilio, dove sulla riva opposta le camere scure dell’Hilton ricordavano le incombenze più grande di noi, lei mi disse: “Domani ho casa libera sicuro…Vieni a cena da me?”. “Questa volta non mancherò” risposi, leggermente autoironico visti i precedenti. Ci baciammo e mi salutò, portandosi via l’ombrello. Ma credetemi, la pioggia non riuscì a raffreddarmi. Mi bagnò, ma non mi raffreddò.
Era sabato e, sempre al lavoro, mi profumai e mi lavai i denti, forse mi cambiai anche. Avrei dovuto finire alle 21.00 ma decisi, visto l’impegno imminente e il nulla da fare, di staccare un’oretta prima. Per le 20.20 ero sotto casa sua. Giada mi aprì e, sull’uscio, mi invitò a infilare delle pantofole sistemate come salvagente nella scarpiera. La casa aveva un soggiorno incasinato ma ampio, e poco oltre c’era la cucina dove un tavolo affiancava la credenza moderna e i fornelli. Sul tavolo una bottiglia di vino bianco gocciolava vicino a due bicchieri. “Allora” disse Giada “…Che ne dici di polpette e patate?”. “Perfetto” dissi. Stavo già armeggiando con il tappo della bottiglia. Versato il vino nei bicchieri, ne passai uno a Giada. Lei bevve un goccio, e prese a tagliare le patate su di un tagliere. Io lasciai il vino lì dov’era e la cinsi e le baciai il collo e lei continuò a tagliare le patate, e cominciò a ridere, e io continui a baciarla finché non si girò e ci baciammo ancora e allora dimenticammo le patate e il vino e le polpette sotto le coperte di camera sua. Aveva una bella camera, un grande letto, tanti poster e soprammobili imbarazzanti e personali e la vista su di un condominio arroccato, ma per un po’ rimasi concentrato su tutt’altro.
Poi stemmo nudi a sfiorarci con le dita con la stessa delicatezza dedicata alle coste dei libri il giorno prima, e quando il mio stomaco cominciò a brontolare, sussurrai: “Siamo ancora in tempo per le patate e le polpette?”. Lei annuì con in viso la felicità di una bambina, come se ogni voglia di donna matura fosse svanita pochi istanti fa. Mangiammo quelle che posso definire ad oggi come le polpette insapore più buone mai assaggiate, e le patate più secche mai cucinate. Sembrava di avere il deserto in bocca, anche se, alla domanda “Come sono?”, non potei che rispondere: “Ottime”. Finito pure il vino, e una birra, ritornammo in camera. Distesi sul letto, riprendemmo a sfiorarci e, dato che eravamo sul mezzo nudo, ci volle un attimo a denudarci completamente e a ripetere la parabola inerpicata di lussuria e, una volta giunta al culmine, scivolosa fino alla più pura innocenza.
La notte –complice il coprifuoco per la pandemia- restai a dormire da lei. Durante i momenti di veglia, piuttosto frequenti su un letto estraneo, ammiravo la sua schiena. Le sfioravo con le labbra le piccole dune muscolari tra la colonna vertebrale e le scapole. Verso le 7.00 –forse dovevo lavorare di nuovo?- la sveglia suonò e la salutai, lei ancora persa per tre quarti nel sonno.
Passò ancora un giorno, e la mattina –ero in giro per lavoro…quanto lavoravo???- le scrissi se le andava una brioche sotto casa. Sapevo che stava studiando per un test d’ammissione importante; non volendola disturbare, e allo stesso tempo volendola disturbare, mi sembrava che una brioche e un caffè al volo fossero una buona azione di disturbo non disturbante. Il cellulare non vibrò per un paio d’ore fino a quando non ricevetti la risposta. Mi ricordo dov’ero, sulla riva poco dopo Via Garibaldi, poco prima dei Giardini, il sole alto e freddo e fastidioso. Mi scrisse, in modo onesto e dispiaciuto, che non voleva niente di più di quello che aveva avuto, che era contenta così e che se io volevo qualcosa di diverso, beh, lei aveva appena concluso una storia seria e a surrogati sul genere proprio non poteva pensarci. Per un paio di secondi mi crollò il mondo addosso, poi, per un paio di giorni, una tristezza consapevole mi guidò tra le questioni di ordinaria routine. Non ci misi tanto a smettere di pensarla, d’altronde ci eravamo visti giusto per tre giorni. Durano di più -molto di più- gli amori estivi.
Non ho neanche rimpianti, né rimorsi: l’idealizzazione di lei, donna fiera e un po’ guerriera, prevedeva l’imperfetto desiderio di un mio coinvolgimento nella sua vita, ma Giada riusciva ad andare oltre la mia idealizzazione, era più autentica dei desideri imperfetti. E, se proprio ne potessi esprimere un altro di desiderio tendente all’imperfezione, di certo sarebbe quello di -un oggi qualunque di un giorno qualsiasi- sfiorarle con le labbra la schiena nuda mentre, distesi sul letto, aspettiamo dalla sua finestra l’arrivo calmo e paziente dell’alba dell’indomani.
