
La prima volta che decisi di smettere di fumare, sfilai una sigaretta dal pacchetto e me l’accesi per tranquillizzarmi: Dio, com’era difficile immaginarmi senza le mie fedeli alleate. Che vita sarebbe stata -mi domandavo- al bar e dopo il caffè, in pausa o durante una passeggiata, dopo un’abbuffata o anche solo prima di andare a letto! Le sigarette mi accompagnavano ovunque, e non erano relegate al misero ruolo di accompagnatrici, no! Quelli al massimo erano gli amici e i parenti, i colleghi e i compagni in aula. Le sigarette erano più simili alla mia gamba, o alle mie orecchie, o ai miei occhi! Come potevo vivere da cieco??? Come potevo vivere da sordo e da zoppo seguendo esclusivamente la mia volubile volontà? La prima volta che decisi di smettere di fumare, decisi qualche minuto dopo di smettere di smetterla.
Avevo iniziato sui quindici anni, durante la prima vacanza tra amici. Quell’estate avevamo affittato un appartamento a Jesolo e passavamo le serate in Piazza Mazzini; osservavo i miei coetanei e quelli qualche anno più grandi chiacchierare sicuri con le ragazze come fossero Grandi Maestri dell’Accoppiamento -un circolo che avrebbe sempre rifiutato il mio tesseramento nonostante tentativi di ogni sorta- e avevano sempre tra l’indice e il medio una sigaretta accesa e fumante. Mi dissi: semplice, devo cominciare a fumare. Un mattino entrai nel primo tabacchino incontrato per strada e comprai un pacchetto di Philip Morris. Perché le Philip Morris? Non saprei, avevo già sentito il nome qua e là. Uscito, tornai dentro a comprare anche l’accendino. Uscito di nuovo, mi indirizzai verso la spiaggia, dove desideravo mettermi in mostra nella pratica del nuovo vizio. Finita la prima sigaretta, continuai la passeggiata con una seconda, e poi una terza. Pensai di farmene una quarta sulla strada del ritorno, ma forse era il caso di non andare oltre la già conclamata esagerazione.
Ci volle un po’ di tempo per definirmi fumatore incallito. Uno step necessario fu decidere quali sigarette fumare, qualche marca pronunciare all’infinito, ogni giorno, davanti ai diversi tabaccai del circondario e della provincia. Passai dalle Marlboro (costavano tanto, erano segno di alta borghesia) alle Davidoff (costavano più delle Marlboro, erano di segno di nobiltà), e un giorno provai le Merit. Era un sabato, ed ero uscito subito dopo pranzo per espletare il programma dettagliato e così stilato: girovagare e gozzovigliare di posto in posto, di compagnia in compagnia. Presi a fumare come un ossesso e, a fine serata, di ritorno grazie al passaggio generoso di mio padre, chiesi se potesse accostare perché dovevo vomitare. Non per l’alcol, ma per l’eccessivo fumo. Bocciate così le Merit –non ne ho mai più fumata una- mi stabilii sulle Camel, rappresentanti dignitose della mia condizione di basso borghese dalle altissime aspirazioni (altissime aspirazioni volatili e volubili).
Le sigarette diventarono un valido motivo per ogni cosa: la colazione, mai amata, ottenne una dolce pienezza; durante le serate in discoteca c’era una solida scusa per non ballare; la pizza e la Coca Cola rinforzarono la gioia del loro abbinamento; la noia del portare a passeggio il cane di famiglia venne mitigata da lunghi tiri e tentativi di riflessioni importanti da finto dannato durante le notti fredde e stellate d’inverno. I cambi d’ora delle lezioni al liceo si trasformarono in piacevoli capatine al bagno, e, trovato un lavoretto per mantenermi principalmente il vizio del fumo, le pause avevano un loro senso, una dimensione connaturata nella durata del tempo di accendere e spegnere una sigaretta.
Scroccare. Un grande argomento. Una grande grana. Un’intima vergogna. Capitava, ogni tanto -raramente- di sottovalutare la mia capacità polmonare, per cui entravo, chessò io, in discoteca, con una quindicina di sigarette nel pacchetto, e di finirle nel giro di tre ore e mezza (vi risparmio il calcolo, sono –ho controllato- una sigaretta ogni 14 minuti) , e allora, data la distanza e gli ostacoli da superare per raggiungere un tabacchino (uscire dal locale, mettersi alla guida, lasciare la ragazza adocchiata alla mercé di altri adocchiatori professionisti), cominciavo a chiedere a destra e manca una sigaretta, gli occhi timidi, il capo leggermente chino come un cane vinto dal senso di colpa. I più comprensivi mi guardavano come un prete guarda i peccatori, sguainavano il pacchetto e sfilavano la sigaretta, dicendomi addirittura: “Spero che ti piacciano le Winston Blue”. Avevano una sorta di talento alla Padre Pio. Gli altri invece, i più severi, ti squadravano male e rispondevano qualcosa come “Il tabacchino è a cinque minuti da qui” o “Non sono un distributore”; o peggio ancora, ti davano la sigaretta ma senza guardarti, senza parlarti, facendoti sentire un pezzente e insieme un molestatore della loro serata perfetta dove le sigarette uscivano da ogni tasca e ogni antro dei loro vestiti.
Sarà che avevo scroccato molte sigarette a fumatori di Winston Blue (sarà, molto più semplicemente, che erano le più accettabili in termini di fragranza e soprattutto prezzo?) ma alla fine avevo cominciato a fumare Winston Blue. Passato all’università, durante i primi viaggi verso la sede a Venezia capii quanto temibili potessero essere i momenti morti in stazione. Fumavo fuori dalla stazione, fumavo dopo aver bevuto il caffè, fumavo in attesa del treno, fumavo appena sceso dal treno…era tutto un fumare! Decisi -per salvare i miei polmoni dall’enfisema giovanile- di smetterla con le lezioni universitarie in presenza, anche se in compenso le serate passate nei buchi degli appartamentini dei fuorisede o nelle taverne al seminterrato diventarono una gara a perdersi nella nebbia formata in ore e ore di fumo forzato e finestre rigorosamente chiuse.
Fu durante una chiacchierata con il dottore che mi venne, per la quarta o quinta volta,il tarlo di smettere. (Mai chiacchierare con i dottori: mai parlare di cosa si mangia con un nutrizionista, mai parlare del sole con un dermatologo, mai parlare di dolori con un fisioterapista. Dicono esattamente il contrario delle conferme che cerchiamo). Avevo la pressione alta da qualche anno -roba ereditaria- e il dottore mi spiegò i danni alle arterie legati al fumo. Quella volta riuscì a convincermi recitando la parte, corrucciò il viso alla mia risposta sul numero di sigarette fumate al giorno [Risposta: 20 (quando andava bene) – 10 (bugia accettabile)= 10] e simulò con le braccia l’evoluzione del mio cuore ingolfato dal catrame e compagnia bella. “Deve smettere il prima possibile” disse, lasciando un vago sentore di pericolo oltre quel prima. Complice anche l’età non avanzata ma galoppante, decisi che era giunto il momento: gettai il pacchetto nel primo cestino dell’immondizia capitato a tiro. E subito dopo mi fiondai al tabacchino a ricomprarne un altro. Dio, com’era difficile anche solo immaginarsela, la vita!
Mi capitò -in quel periodo in cui fumavo molto e non fumavo poco- di ascoltare una frase da un amico di un amica e fu la frase che cambiò completamente il mio punto di vista. Era estate ed eravamo sotto il portico della casa di lei. Venne fuori l’argomento di smettere di fumare -le difficoltà correlate- e il tizio disse, sigaretta in bocca: “So io qual è il segreto”. La scena non sembrava promettente, ma aspettammo. Lui fece un tiro all’apparenza piacevole quanto un orgasmo, e continuò guardando la sigaretta: “Dovete pensare che prima o poi fumerete un’altra sigaretta”. Quello che intendeva era di dilazionare il tempo -di dilazionarlo molto- tra una sigaretta e l’altra. Non pensare all’addio, ma all’arrivederci: forse sabato, magari domani, di certo non oggi. Era chiaro ci volesse un certo impegno e controllo, ma sentivo già la filosofia espandersi come placebo tra i miei pensieri.
I primi tempi furono i più difficili. Ho il ricordo preciso di una serata a base di club sandwich e birra in uno dei pub di quartiere, e, mentre mio fratello e un amico in comune fumavano amabilmente -tenevano la sigaretta con una disinvoltura invidiabile- io cercai di affogare la voglia in un bicchierino di sambuca. Errore capitale: mentre sorseggiavo il liquore, la voglia salì a livelli nervosi, la conversazione sfumava nella mia testa e non riuscivo a seguire il filo logico, mentre il naso cercava di acchiappare i rivoli di fumo delle sigarette accese.
Comprai e gettai pacchetti praticamente interi giusto per il gusto di fumare una o mezza sigaretta. Nelle serate di festa bevevo come un forsennato, forse perché in fondo il desiderio era di svenire e soffocare la voglia nella perdita dei sensi. Successe però, dopo un anno, che la voglia si spense, riuscivo a gestire con il righello le sigarette fumate: ogni tanto, una o due, a volte tre, al mese, e il piacere di mangiare un club sandwich era tornato (lo era mai stato?) quello di mangiare il club sandwich, il piacere di una bevuta quello di una bevuta, il piacere del sesso quello del sesso.
Ad oggi vorrei dirvi che ho smesso definitivamente, che ne sono fuori, che non mi interessa più sentire quel piacevole odore di gasolio e cenere in bocca…Ma non è vero. In fondo al mio cuore, so bene perché ho sposato la filosofia dell’amico della mia amica. Perché aveva funzionato, e sta funzionando così bene con me. La recita del dottore mi aveva messo paura –come tutti voglio vivere il più possibile e al meglio delle condizioni- quindi qualcosa dovevo pur fare…ma smettere per sempre? Mai più una sigaretta? Per quanto mi riguarda, è una follia. Voglio continuare a corredare –impreziosire! omaggiare! coronare!- certi momenti, certi club sandwich importanti, certe bevute e un certo sesso, con il piacere ultimo più grande: una lenta, puzzolente, malsana, sigaretta.
Dottore: “Lei fuma?”
Risposta: 2/3 al mese (quando va bene) – 2/3 al mese (danneggia di più l’inquinamento nell’aria)= “No.”
