
Gustavo, lo storico addetto del cinema, doveva fare una cosa veloce in cabina di proiezione, recuperare delle chiavette usb e riprendersi qualche ferro vecchio che amava collezionare in memoria della sua professione. Eravamo stati colleghi e ci trovavamo ancora, ogni tanto, a bere un caffè e raccontarci come procedeva. Quella mattina, prima di scegliere il bar adatto ai nostri resoconti, aprì il grosso lucchetto di ferro che teneva chiuse le porte di vetro del cinema. L’atrio era ombroso, qualche raggio del sole ad illuminarne come una torcia i primi metri. “Fatti un giro, tanto devo accendere tutte le luci.” Annuii. Lui svanì oltre una porta tagliafuoco, io cincischiai con le gambe fino a che non sentii un click forte; i faretti appesi alle pareti si accesero, e si accesero anche le luci lungo il corridoio. Lo percorsi e poi presi le scale, sul vestibolo aprii una porta grigio-vernice. Scostata la pesante tenda rossa il cui tessuto odorava di un chiuso zuccheroso, mi si affacciò la sala Tre -la più piccola- con lo schermo bianco in fondo e le seggiole disseminate dello stesso colore e dello stesso odore della tenda. Mi sedetti sulla terz’ultima fila, la mia preferita da spettatore. C’era un silenzio strano, quasi faceva rumore. Un tintinnio dubbioso che riconobbi e che avevo sentito pochi giorni prima.
Disteso sul lettone di camera mia, navigavo sui social. Il post di uno che prendo spesso per il culo tra amici, il post della pagina di affitti in città in cui si parla di tutt’altro, la foto di una ragazza che mi attrae ma che pensa siano meglio i panorami dei suoi viaggi. Mi ero fermato alla raccolta di foto pubblicate dopo una festa organizzata da mio cugino. Per molti anni avevamo abitato, io e la mia famiglia, lui e i miei zii, nello stesso stabile, una grande costruzione con due appartamenti all’ultimo piano, qualche ufficio a metà, e capannoni e tettoie di lamiera che attorniavano la distesa di cemento, sostituta poco nobiliare del giardino e scelta obbligata per l’attività di elettricista fondata da mio nonno. Al piano semi interrato -oltre allo spazio dove mio cugino aveva cominciato, non più di un anno prima, a sfogare i suoi istinti musicali e danzerecci- si trovavano due taverne, una per famiglia. La foto che mi aveva colpito ritraeva proprio la nostra vecchia taverna, dove mio cugino aveva posizionato un tavolo da ping-pong e qualche sedia, in una sorta di quello che immagino essere una dependance ristoratrice dal groviglio di musica e braccia alzate al ritmo della notte. In camera mia, davanti a quella foto sul cellulare, il silenzio si era fatto di nuovo rumore, le sembianze di un richiamo.
Era un suono tutto interno ed immaginato di un certo tipo di emozioni. La taverna era stata per lungo tempo, per buona parte della mia vita, un luogo dove avevano sempre valso le regole della festa. Erano stati i miei a scrivere su calce quelle regole, quando non avevo neanche dieci anni. Durante le festività natalizie organizzavano una lunga cena per l’ultimo dell’anno con i loro amici, che erano i genitori dei miei stessi amici. Non facevano altro che mangiare e bere, e raccontarsi barzellette -boomer, che volete farci. Noi, intanto, ci sentivamo liberi di sparare varie tipologie di petardi e di azzardare qualche scherzo più perfido del solito. Il giorno dopo, vista la quantità pachidermica di avanzi, ci si ritrovava per il secondo di round. Una volta cresciuto, avevo cominciato ad appropriarmi dello spazio, volendone mantenere intatta la tradizione.
Di giorno la taverna si presentava poco illuminata, solo due finestre rasenti il soffitto a garantire un minimo di luce esterna. Un camino ampio, con i mattoni a vista, durante gli inverni riscaldava la zona del soggiorno, composta da due divani, una poltrona e un tavolino basso in legno. Di legno chiaro e maculato erano anche le pareti, e la credenza, un catafalco da nonna posizionato sul fondo. Due tavoli, sempre di legno ma scuro, univano idealmente la credenza alla porta d’entrata. Ancora un piccolo cucinino separato, e oltre il muro si trovavano un bagno provvisto di doccia e due sgabuzzini. Ogni piccolo elemento, dalle sedie ai divani fino al caminetto, erano stati fedeli oggetti della mia crescita, partecipanti passivi delle mie avventure o disavventure. I cuscini dei divani avevano assistito a grandi e pessime scopate; il tavolo e le sedie a discorsi dubbi sulla politica o l’arte; il bagno aveva accolto a tavoletta aperta -a volte anche chiusa- le vomitate di tutti, dei molti amici miei, di mio fratello o di mia sorella; delle molte persone che avevano passato una serata ad esagerare con la vodka scadente o l’hashish, straparlando degli argomenti come Colombo urlava sicuro namasté agli indigeni dell’attuale Massachusetts.
Siamo sopravvissuti alle disavventure e abbiamo imparato dalle avventure. Non appena avevo pensato questo, il ricordo mi si contrasse in una direzione, come una curva improvvisa, e mi era venuto in mente che non tutti erano sopravvissuti, che la sicura compagnia di una precisa persona di quei momenti non era più possibile nel presente. In tutta la verità mi era venuto il dubbio anche sulle cose imparate dalle avventure. La taverna aveva segnato le varie tappe della mia adolescenza -qualcosa prima, qualcosa oltre- senza per forza trovarci una massima da appiopparci. Il messaggio era troppo ampio, frastagliato, per ridurlo ad una linea comune. Aveva ospitato individualità, e queste avevano convissuto, a seconda dei momenti, di scontri dialettici e incontri della tradizione genitoriale.
Un altro luogo aveva avuto lo stesso approccio nel mio passato. Il campetto di basket Anspi dietro la chiesa di Ponzano Veneto. Magari gli scontri non erano stati dialettici ma fisici, atletici, mosse d’attacco per scardinare la difesa, o la pressione difensiva per sventare la libertà di palleggio dell’avversario, e gli incontri avevano a che fare con un altro tipo di tradizione, più longeva, la grande e speranzosa e momentanea intesa con i compagni di squadra, ma le dinamiche individuali si ripetevano con -nel mio ricordo- lo stesso grado di libertà. E senza alcool ad alimentarla.
Il campetto era stato, per un paio d’anni, il rifugio dalla noia pomeridiana dell’estate. Il manto sul grigio stradale, più ruvido di quello che si è soliti pensare di un campo da basket; il sole si alzava oltre le fronde degli alberi al di là della rete metallica, e disturbava la visuale di una delle due metà campo, quindi ad essere occupata, seriamente, con partitelle dalle mille combinazioni di numeri di giocatori, era sempre e solo la metà campo in cui il tabellone guardava il sole. Noi, le spalle e la nuca scottata e rossa, concentravamo le nostre forze sul passaggio e sul tiro adatto o spettacolare. C’era chi era più adatto per l’uno, chi più adatto per l’altro. Il centro sportivo continuava con un campo di beach volley, dove cercavamo di fare gli occhi dolci a qualche ragazza, e il campo da calcetto, occupato da un entusiasmo troppo infantile. Saltare un pomeriggio al campetto era diventata un’azione da motivare, una dichiarazione che corrucciava le sopracciglia e invitava a domandare: “…Ma che cazzo vai a fare alla cresima di tuo cugino?”.
D’inverno capitava che al campetto ci andassi da solo. All’epoca i fili immaginari che legavano le mani alla palla e la palla al fruscio godurioso della retina avevano lo stesso effetto su di me che oggi hanno il susseguirsi delle parole sulla pagina. C’entra una linea invisibile, riunisce in sé e nei suoi andamenti suoni e azioni e visioni. Magari la giornata a scuola era andata male -la probabilità era alta- o i miei avevano qualcosa da rimproverarmi -anche qui: probabilità molto alta- e allora mi fiondavo a fare due tiri nella mia solitudine. Era come se al basket -al campetto, in particolare- non interessasse molto chi ero o cosa avevo fatto, era un rapporto silenzioso basato sui tiri riusciti o meno. Nessun giudizio se non il frsss o lo sdeng: il silenzio, la prospettiva di dimenticarmi chi fossi stato.
Sulla terz’ultima fila, in sala Tre, avevo visto una lunga serie di film, sia durante i mesi di lavoro che dopo. In quei casi, il rumore era assordante; a farmi dimenticare le mie vicissitudini quotidiane erano stati la trama e i dialoghi e le idee di un regista e della sua squadra di tecnici, e il silenzio era un dovere condiviso: insieme, spettatori incuriositi, ci si prometteva di lasciar perdere sé stessi in nome del buio dell’ambiente e della luce di uno schermo, il messaggio sul mondo firmato dalle scelte sceniche e narrative.
Il cinema non avrebbe più riaperto, con ogni probabilità era la mia ultima volta lì. Respirai forte, forse per rompere per un attimo quel silenzio così avvolgente. Sentii un fruscio di passi, mi girai e Gustavo apparve dalla tenda rossa. Chiese: “Andiamo?”. Feci sì con la testa, mi alzai. Prima di scendere a chiudere le luci e di avviarci in un bar qualsiasi del centro, diedi un’ultima occhiata alla sala, uno dei luoghi in cui, per sempre, avrebbero avuto vita i sogni fin troppo sottovalutati sul mio passato.
