
Ci sono proiezioni che non corrono lungo la strada. Sono mentali, dopate dalla musica scelta per il tragitto, un getto di chitarre e batteria sormontati dalle rime non troppo sofisticate di un rapper nominato dopo feat. Le mie gambe sono ferme, al massimo pesano sui pedali, ma nel luogo della mia immaginazione corrono, si legano e slegano seguendo il pallone a rimbalzo controllato, fissando l’avversario e le sue mosse future: lo superano con finte inaspettate, gesti pirotecnici che meritano applausi e bocche a forma di 0, lo stupore nella sua massima veste espressiva. La macchina corre sopra l’asfalto, il percorso seguirà due svolte a sinistra, una rotonda dai contorni grigi, la destinazione segnalata da gonfi teloni verdi e fari trampolieri, re indiscussi dell’illuminazione serale. La macchina unirà il corpo all’immaginazione.
Il parcheggio risuona dei bip di chiusura automatici. “Ciao”, “Ciao”, a volte solo menti sbarbati che colpiscono un punto poco più in alto. I borsoni agganciati alla spalla destra, la fragranza di gas di scarico svanisce, l’aria accumula aloni di sudore su uno sfondo di natura sintetica. Il gabbiotto luccicante degli spogliatoi apre le sue ante, esplosioni di condensa sfiorano il confine ben marcato, dove oltre vige il diktat dell’agonismo, dove le parole sono incitamento, odio, imprecazioni, critiche silenziose a sé stessi, denunce dichiarate ai compagni di squadra. Il prossimo sono io, le mie gambe sono pronte. Un’ora e mezza per rivivere il sogno masticato e ormai digerito di “Campioni, il sogno”.
L’ultimo colpo secco ai lacci delle scarpe, l’accessorio insieme alla maglia che da dignità alle apparenze e nasconde la filigrana di bassa qualità della sostanza. C’è l’allungamento dei muscoli, facce serie e premurose decise a salvaguardarsi dal dolore patologico; c’è qualche passaggio, la dimestichezza va riattivata, come il sangue dopo una settimana di formicolio; e c’è qualche tiro, bordate prive di senso, missili terra aria che aspirano ad unirsi alle costellazioni del cielo e che vengono private di tale privilegio o dal soffitto rimbombante del telone o dalla rete-parete oltre le porte, ragnatela e dolce deposito di errori il cui guscio garantisce una dannazione mitigata. Le squadre vengono formate prima di tutto dall’occhio, si uniscono le maglie chiare, le si sommano mantenendo gli addendi in vista, le caratteristiche catalogate come quelle di Pes. Poi lo stesso procedimento, rapido, metodico, sotto i botti dei palloni e il loro eco, per le maglie scure. Non ci siamo. Squilibrate. O forse no. “Proviamo?” “Tu come sei?”. Dentro il campo si è veloci, resistenti, capaci, ex giocatori, attaccanti o difensori; non si è biondi o mori, bassi o alti, definizioni infantili da prima elementare. Si intromette il cuore, che mischia le carte come in ogni aspetto semplice della vita. “Io sto con lui.” “Io e Giacomo contro, eh.” C’è una leggera flessione, una stanchezza dettata dalla voglia dell’ufficiale e ufficioso fischio d’inizio, e dal dovere di progettare uno scontro adeguato alle aspirazioni. Interviene la mente, con spirito e determinazione mormora, si confida ed annuncia. La prospettiva si svela grazie alla linea spartiacque di metà campo. “Dai, vediamo…Casomai cambiamo.” Tutti sanno che non si cambierà. L’orgoglio d’appartenenza alla maglia o alla casacca -un rancido obbligo per determinare con chiarezza l’indirizzo dei passaggi- è già penetrato. Gli sguardi si dividono in amici e nemici.
1 2 3 4 5. L’ordine del turno in porta, ognuno si auto-infliggerà quel minutaggio simile ad una tassa ingiusta sul prezzo applicato al campo. Le proposte più leste sono quelle definitive, i pensatori si avviano tra i pali. Saltelli, dichiarazione dei ruoli, epicità rallentata da spot della Nike.
Il gioco è mutevole; dall’alto ogni elemento, il pallone, i giocatori nel loro insieme, ricordano un fluido confuso su quale direzione prendere. Il passaggio è sbagliato. Una bestemmia. La mano si alza e si piega come un innocuo gesto di scuse. “Segui il tuo uomo! SEGUI!” Si tentenna sui cambi difensivi, ci si perde come davanti al manuale di scacchi. Ci sono i Mufloni, ce ne sono sempre tre o quattro per partita, uomini capaci di credere alle loro capacità e a poco altro nella vita, che si ritrovano la palla tra i piedi, abbassano la testa, si immolano contro il muro disseminato di avversari, convinti che i loro gesti risolveranno la situazione. L’ovvietà della palla persa non li disturba, non scaturisce alcun dubbio. È stato un colpo di vento, un fallo non chiamato e non visto. Un’ingiustizia per cui vale la pena combattere con un paio di battute e il movimento orizzontale a forma di no della testa. Il sudore era un invitato previsto, ma si presenta con eccessivo anticipo, gli occhi strabuzzano al bruciore di benvenuto. Ci sono Quelli che non sanno giocare, solitamente hanno gambe da pianista, si muovono con la stessa eleganza di un metro da falegname. Vestono la maglia del Real Madrid, per dare prova di conoscenza, per urlare al mondo: “Sono dei vostri!” Ricercano un encomio per la presenza che viene sempre rifiutato. Goal da fuori. Azioni ben costruite nate da una diversa intenzione di fondo, da un contrasto non voluto. Gli errori, a volte, si trasformano in assist memorabili. I portieri fanno pena. Ci sono Gli allenatori in campo, individui da evitare se si è alla ricerca di serenità, a cui le diagonali improvvisate dei compagni, ipotenuse o cateti di triangoli inesistenti, creano crepe nell’umore, devastano l’ordine naturale degli schemi tattici di cui loro soltanto conoscono la traduzione pratica. “Sali! Scendi! Taglia! Non stare fermo! Vai, vai, vai! Passala!” Il risultato si allunga come una fisarmonica, 16 a 7, si stringe allo stesso modo, 19 pari. Chi segna vince, nasce una furia seriosa nei risicati minuti di recupero, una furia legata più alla serietà che alla furia stessa, la stanchezza ormai si nutre dei respiri. Un contrasto, un tiro, una parata, un lancio, uno stop sbagliato diventa un’occasione, un tiro di piatto sulla destra, il rumore appena grattato della rete della porta. La partita è finita.
Le guance sono arrossate dai bollori della doccia. Una panchina di legno raccoglie i commenti post partita, le birre in bottiglie di vetro dal costo addizionato di cinquanta centesimi –non è mica un bar, è un bar dentro il centro sportivo- aiutano l’attività di sproloquio. Siamo commentatori delle nostre gesta, rivediamo in uno schermo condiviso dall’esperienza i punti salienti, e beviamo, e ridiamo, e i pensieri ritornano pian piano, con una volontà indotta, sulle attività ordinarie dell’indomani, dove vigono regole stringenti dettate da obiettivi ben più foschi di una palla che supera una linea e accarezza una rete. I muscoli sono dolenti, piacevolmente acciaccati; è il dolore della felicità.
