
Il fascino per le scazzottate -quelle sullo schermo- è nato guardando il film Anche gli angeli mangiano fagioli con Bud Spencer. Avevo sugli otto anni e non ricordo nulla se non i meravigliosi colpi dal touch artificiale del protagonista contro un’intera banda di criminali. Si sono poi intromessi i cartoni animati, come Dragon Ball e Kenshiro, i videogiochi come Tekken 3; qualche film più sofisticato come Le Tartarughe Ninja o più sempliciotto come Rocky. Capitava di mettermi sopra il lettone -il materasso a donare la giusta dose di rimbalzo- davanti allo specchio di camera di miei, un pezzo d’antiquariato con i contorni dorati, ad immaginare di scalciare e rifilare ganci a nemici immaginari dalle sembianze dei grossi e spavaldi stronzi di quinta elementare o terza media. Ogni tanto loro mi colpivano, allora recitavo una caduta da wrestler, e mi rialzavo in un getto, già pronto al prossimo colpo, sempre pronto a stenderli.
Guardando ai fatti, io non ho mai partecipato ad una rissa. Al massimo sono stato vittima di un paio di spintoni, uno da parte di un mio amico. Avevamo un conto in sospeso con ragazze e sport, che è durato anni e non si è mai realmente risolto. Per farvi capire il livello: allo stesso amico una volta, in preda alla rabbia, ho provato a sputare addosso e la saliva mi è colata dalle labbra fino ad appoggiarsi sulla manica della felpa.
In prima superiore capitò forse la prima reale occasione per mettere in mostra le mosse studiate durante l’infanzia. Era una giornata piovosa ed eravamo di ritorno da scuola, io e altri due compagni di classe. Stavamo aspettando l’autobus sotto la pensilina della fermata. In attesa con noi c’era un gruppetto di ragazzi più grandi, con il sorriso sbruffone e l’occhio brillante come una miccia. Uno di quelli, con l’ombrello chiuso, si divertì a colpire il cavallo dei jeans di uno dei miei due compagni. Scoppiò un diverbio, qualche tensione, si finì viso a viso, la minaccia di andare oltre aleggiava nell’atmosfera, pesava sulle parole. Proprio quando le possibilità di un’uscita di scena serena sembravano ridotte all’osso, il bus fece la sua comparsa dalla strada. Lasciammo il nostro compagno a vedersela da solo; noialtri avevamo fame, e in fondo c’erano cose peggiori che molestare un cavallo di pantaloni.
Le sagre di paese avevano sempre un grande potenziale rissoso, soprattutto negli sguardi, ma non si andrò mai oltre la classica zuffa da raccontare con qualche bugia, per renderla interessante e cruda al punto giusto. Anche le partite -calcio, calcetto, basket- nascondevano qualche insidia, quei gesti leggermente ampliati e dettati dal nervosismo che potevano propagarsi come una catena di finti gesti involontari e culminare in colpi calcolati e rilasciarti di proposito. Ma non rifilai mai un pugno e mai lo ricevetti: in generale, quando giocavo, preferivo di gran lunga fare quello.
Il maschio dentro di me continuava a scalpitare. Era una questione di mettermi alla prova, di misurare l’idea di me stesso con la realtà. Potevo davvero spezzare ossa e ridurre a cibo per piccioni un ipotetico molestatore della mia pace interiore? Ma valeva così tanto la mia pace interiore? E poi avevo mai davvero incontrato qualcuno con una capacità così spiccata di stressarmi? Le domande ricalcano la mia indolenza, nei casi peggiori il menefreghismo più totale. Anche quando venni a sapere che un certo ragazzo, con i connotati da clown e frequentatore dei circoli di estrema destra della zona, andava in giro vantandosi di avermi picchiato senza ritegno in più di un’occasione, la cosa mi fece sospirare più di tristezza che di rabbia. Chi sentiva la voce e decideva -con un tatto esponenziale- di affrontare l’argomento, ripeteva mille volte: “Ma non ti vergognare, puoi dirmelo se ti hanno menato…”. E allora avrei volentieri alzato le mani sull’interlocutore, sia per la poca fiducia dimostrata nelle mie parole che per fargli vedere la potenza dei miei pugni e dei miei calci, la difficoltà intrinseca del concetto di menare me. Difficoltà che, ancora, non ero riuscito a dimostrare.
Questo atteggiamento di timore e voglia d’intenti era ed è condiviso da quasi ogni amico. Mi ricordo una sera in cui -forse in corpo una dose eccessiva di testosterone- volevamo organizzare una sorta di fight club casereccio. Stavamo passeggiando per il centro città; ormai erano le due, i bar avevano abbassato le serrande e a dare allegria alle parole c’era solo la nostra fantasia. Decidemmo che sarebbero stati scontri solidali. Quindi si sarebbe potuto colpire solo dalla cintola in su. Poi qualcuno fece notare che anche il viso era una zona delicata, e vietammo i colpi sul viso. Si notò, sull’orlo della timidezza, che anche i reni e la bocca dello stomaco avevano una delicatezza da tutelare. Annuimmo in coro. Concordammo, infine, che fare male ad un amico per dimostrare qualcosa era sleale senza eccezioni di sorta. Ci dovevamo concentrare sui nemici…Ma dov’erano?
A venirci incontro fu il celeberrimo punching-ball. Quando l’età ci permise di non avere timore degli individui più grandi di noi, di poter vergognarci serenamente del risultato, cominciammo, ogni tanto, in qualche sagra o fiera, a fare capannello e valutare il nostro destro, stilando finalmente una classifica ufficiosa. Non ufficiale, perché le prime parole ad uscire, tra un pugno e l’altro, erano puntuali, un monito rassicurante: “Ma guarda che non c’entra quanto sei forte”, “E’ questione di tecnica”, “Chi ha un metodo è avvantaggiato”, “Sono sicuro che saresti imbattibile in uno scontro vero”.
Ad oggi, oltre al punching-ball, la mia tecnica di pugno è stata testata su un pc portatile, e ho vinto io; su un volante, ed è finita pari; su una finestra, e ha vinto la finestra, segnandomi per sempre il polso con una cicatrice di tre centimetri, che mi ricorda quanto sia meglio non prendersela con il vetro in genere. Non so ancora come me la caverei in uno-contro-uno-da-ring e neanche nella confusione di una rissa, dove ho sempre avuto l’impressione che ad avere la meglio fosse il più audace e insieme il più scomposto. E quando, come durante la danza frenetica ed erotica nelle discoteche, sento il mio corpo scomporsi in movimenti sparsi, in un’armonia stridente, la mia audacia si riduce ad una briciola.
Ovviamente è solo una questione di metodo, non c’entra niente quanto sono forte davvero.
