
Marco era felice di aver intrapreso la carriera nelle risorse umane. Aveva studiato lettere alla triennale e durante la specialistica aveva approfondito le materie filosofiche tramite un indirizzo d’interfacoltà. Grazie ad una parola da occhiolino dello zio era capitata l’occasione, poco dopo aver discusso con un successo cristallino la tesi sui rapporti tra la filosofia kantiana e Kubrick, di tenere un colloquio in un’azienda di comunicazione. Il colloquio andò bene, Marco si era districato tra le domande del responsabile e quelle del direttore generale, un uomo con le pupille degli occhi guardinghe, allenate alle fregature: ad evitarle e a mollarle sotto forma di contratti vantaggiosi. Marco si era lasciato affascinare dalla sede di lavoro, l’intero quarto piano di un complesso appena fuori città, dove erano stati installati dei campi da basket, una piscina, e addirittura un cinema riservato ai lavoratori del distretto. Venne richiamato nel giro di due settimane, ma lui era così eccitato, così sicuro dell’assunzione -un ottimista di natura- che aveva già acquistato il completo con cui si sarebbe presentato il primo giorno: un misto lana grigio, con camicia blu notte e delle scarpe di pelle marrone modello derby.
L’ufficio aveva i finestroni che guardavano al miscuglio cittadino di ipermercati e casette a schiera. Affiancò per tutto il mese il collega deputato alla sua formazione, il sempre presente, sempre attento, sempre in forma Enrico Richelmi, un ragazzone cresciuto con il rugby come religione e il cattolicesimo come attività ricreativa. Appassionato di depilazione eccessiva e di crossfit, aveva gli occhi color ghiaccio, la pelle della stessa tonalità della sabbia bagnata; neanche a dirlo, era l’obiettivo sussurrato e dichiarato di tante colleghe. Marco imparò le dritte sui curriculum -cosa e quando le competenze si giustapponevano alla posizione aperta richiesta dall’azienda- ma soprattutto imparò i nomi della rigogliosa lista femminile. Lui non aveva gli occhi color ghiaccio ma poteva vantare dei lineamenti da bimbo dispiaciuto, una caratteristica che destava un’immortale tenerezza. Ci volle poco: in tre mesi era a suo agio, puntuale e dinamico alla scrivania, compare indefesso del Richelmi, ospite mai troppo assiduo dei letti matrimoniali degli appartamenti da single delle giovani e meno giovani frequentatrici del distretto.
Conobbe Lucia, una promettente stagista nel customer care di un’azienda di moda urbana. Aveva un corpo abbondante nei punti giusti e un modo di fare, di parlare e di muoversi, di arrabbiarsi e di sorridere, che a Marco ricordavano le massime caratteristiche della femminilità, un concetto sfuocato ai bordi ma ben delineato al nucleo. Si misero insieme senza sentenziarlo -fino a quando non ne arrivò un bisogno psicoburocratico- quindi Marco smise di saltare come un grillo pigro tra i letti altrui e cercò, contrastando le tentazioni mordenti del Richelmi, di mettere la testa a posto. Quando Lucia venne assunta, si trasferirono insieme in un piccolo appartamento, i cui principali vantaggi erano l’ottima posizione e un piccolo spazio verde esterno, e il cui evidente svantaggio consisteva nel prezzo eccessivo per i metri quadri calpestabili. Ma le loro aziende galoppavano, i premi produzione aumentavano: i conti in banca non sembravano soffrire. Durante i pranzi di ritrovo parentale, l’aria profumava di fierezza ufficiale e di falsa modestia nel mostrarla.
Gli anni garantirono promozioni e aspirazioni famigliari in fase di progettazione. Furono due fatti, uniti nella loro consequenzialità, a instillare in Marco un crepitio di insoddisfazione che man mano si fece più assordante. Era stato spostato di mansione, responsabile delle buste-paga, uno di quei compiti dall’elevata responsabilità e allo stesso tempo infinitamente micragnoso, legato a piccole variazioni, percentuali dalla minima oscillazione, dipendenti da leggi pronte ad essere sostituite con un’immaginaria scrollata del colore politico in carica. Il sentimento di tedio e di noia di Marco cominciò a riversarsi anche a casa, nelle discussioni e nelle accuse all’insopportabile serenità di Lucia, dovuta alle sue conquiste nel tanto sperato ambito della progettazione. Posticiparono, visti i tumulti, perfino l’acquisizione del cucciolo di cane, su cui la scelta della razza divenne un groviglio di sguardi distanti e silenzi accusatori.
Il secondo fatto fu la partecipazione ad una cena tra vecchi compagni d’università, dove Marco si ricordò una parte sopita di sé, le passioni oscurate dello studente. Aveva passato la serata a chiacchierare con Martino, suo vecchio compare d’avventure notturne. Parlarono di cinema, il passatempo che aveva coinvolto entrambi tra un libro di Moravia e un saggio su Bobbio. Martino aveva girato un film che aveva vinto due premi ad un festival indipendente. Marco si complimentò, quasi meravigliato dai risultati del compagno, il cui viso di un tempo, una forma a pera liscia e stempiata sul capo, ora si era infoltita di peli sulle gote. “Ma guarda che è un miracolo se riesco a pagarmi l’affitto di casa…” sottolineò Martino. “Ma che importa, almeno hai continuato. Ci hai creduto!”. “Dai, dai. Tu invece te la cavi alla grande. Ho sentito che sei finito…”. Parlarono anche di Marco: delle sue soddisfazioni e delle sue nuove, inaspettate insoddisfazioni. Nominarono il cinema riservato del distretto, Marco rise delle proiezioni che finivano per dare ogni volta: “Se non c’è il film Marvel appena uscito non si presenta nessuno!”.
Nei giorni successivi al ritrovo Marco si era distaccato da tutti in un bozzo di solitaria e silente ribellione. Il Richelmi cercò di tirarlo su con qualche battuta e qualche bevuta dal sapore di un divertimento obbligato, ma, nonostante uno sforzo dello stesso sapore, Marco rimase in un grigio stato d’animo. Stanco della condizione, ne parlò con Lucia. Primo, perché era la sua compagna e glielo doveva, e secondo, perché ritenne di dover lavorare ad una soluzione: era convinto di poterla raggiungere solo dopo una sana condivisione. Si erano messi sul divano del soggiorno, una stanza ampia, con le luci che correvano bianche e moderne a metà della parete in una sorta di gradino estetico. Lucia con la faccia seria, attenta; Marco a gesticolare e spiegare, l’onestà come primo intento che calibrava lo sguardo verso le liste legnose del pavimento. Di rinunciare al lavoro per buttarsi ad inseguire qualche sogno letterario-artistico-cinematografico non se ne parlava: il treno, secondo Lucia, era passato. La rassegna delle altre opzioni fu lenta, rimuginata. Tra una possibile candidatura per un qualche ruolo in una casa di produzione e i corsi serali di teatro, Lucia propose di inventare una pagina su Instagram. Qualche video. Qualche pillola. Qualche curiosità. L’idea convinse Marco: si vedeva, con un ipotetico tono di voce smagliante, a sparare perle di conoscenza audiovisiva. Si vedeva legato ad una vecchia passione. Si vedeva finalmente meno noioso.
L’entusiasmo tra i colleghi fu un’iniezione di fiducia inaspettata. I primi video della pagina Cinepills -una ventina di secondi con qualche aneddoto sui film autoriali della seconda metà del ‘900- erano imperfetti, le sue espressioni a tratti forzate, la voce seguiva onde discontinue. Ma i follower aumentavano, dopati dal telefono senza fili prima interno all’azienda, poi del complesso, fino ad esondare tra gli amici degli amici di colleghi semisconosciuti. Non che tutti lo seguissero davvero, anzi: in pochi dedicavano una reale attenzione ai video, ma più il parco di follower aumentava, più la percentuale di interessati reali si faceva sentire con commenti e Mi Piace. Marco migliorò, l’entusiasmo affettato divenne naturale, le capacità d’intrattenimento ricordavano calamite per l’attenzione. Ci volle più o meno un anno e mezzo, e riuscì a garantirsi un pubblico fedele e uno stipendio. Riuscì ad invitare qualche ospite nelle sue dirette -anche Martino, rimasto in una strana condizione di eterna promessa- e ad essere invitato ai festival più importanti del paese. Mollò serenamente il lavoro, non prima di essere festeggiato come un eroe scappato alle grinfie dell’ufficio. I progetti famigliari con Lucia ripresero la loro marcia come un treno dopo una lunga fermata; presero di comune accordo un cucciolo di golden retriever. Pure i genitori, all’inizio titubanti, ora dovevano dare tutta la ragione a quel fenomeno del loro figlio, ancora una volta abbracciato dal successo della sua intraprendenza.
Fu durante un’estate -un periodo storicamente difficile per il cinema- che Marco si accorse che i suoi follower, per la prima volta da quando aveva aperto la pagina, erano rimasti stabili. Nessun numero crescente, nessun movimento. Dopo anni, sentì al cuore uno sfarfallio di timore ed ansia. Cominciò a sentirsi come un missionario alla ricerca della fede altrui in una terra di atei indefessi. La preoccupazione salì, e così il nervosismo. I tentativi risultarono efficaci, ma per poco. Le sfide sui migliori film divisi per categorie e decisi dai commenti interessarono per qualche settimana. Allora passò a vivisezionare come un critico il mondo cinematografico Marvel, non senza un imbarazzo personale, un alto tradimento relegato allo stato di censura. Dovette inventarsi altro e altro ancora, fino a che lo stesso lavoro cominciò a sembrare tedioso tanto quanto il precedente. La noia, di nuovo, lo acchiappò per estenuarlo e svuotarlo di vitalità. Ma Lucia non se ne accorse, e neanche la sua famiglia, e nemmeno le migliaia di follower, e amici, nuovi colleghi e vecchi colleghi. Perché, a differenza dell’ultima volta, Marco aveva all’attivo un nuovo talento: quello di nascondere dietro l’entusiasmo altrui la propria delusione.
