ESERCIZI DI STILE, ORALE DI MATURITA’

Ballano nozioni sulla testa. Passo da una poesia di Manzoni alle correnti di Foucault. Ripeto una, comprendo l’altra. Cerco di non mischiare le voci verbali. Ciò che non balla, quello è il problema. Le assenze, le mancanze, le possibili risposte senza voce. Il mio silenzio, un incubo ad occhi aperti. Cerco, come cemento nelle fondamenta, di riempire i buchi. Mi affretto su un quaderno a quadretti le cui pagine recano scritte affrettate, accennati appunti di chi corre alla prossima testimonianza, e rileggo, sfoglio e sfoglio, rileggo. Ora mi ricordo; tra qualche minuto me lo sarò dimenticato ancora. E le correnti di Foucault? Le comprendo, sì. Ripeto sussurrando la poesia di Manzoni.

Il salone ampio è troppo vuoto. E’ l’immagine della mia mente? Non voglio sentire l’eco. Con i miei compagni parlo di segreti risaputi: “Lo sai Kierkegaard?”. “A grandi linee, credo”. Sfoglio un altro quaderno sbrindellato, gli angoli maltrattati ricordano ventagli. La mia mente è già partita, angoscia, vita estetica…figura del servo padrone? Hegel. Fottuto Hegel, non poteva darsi alla burocrazia? Il quaderno rumina. Accenno fermate su cui procedo senza rispetto delle parole o della loro totalità. La mia compagna di lettera d’alfabeto per cognome si accascia al mio fianco, sulla parete bianca la sua ansia lascia una striscia di ormoni incolore. Si tiene la faccia tra la mani, dice di non sapere niente ma vuole uscire con 100. O una o l’altra, penso senza dirglielo. Le sorrido e le carezzo la spalla. Butto indietro la nuca, anch’io mi appoggio alla parete. Rilasso un poco i muscoli del collo, che tengono su una testa davvero piena e pesante di attente preoccupazioni e di nozioni sempre ballerine.

La porta della classe si apre, un rumore di legno in fase di stiracchiamento, cardini in secca, il viso del mio compagno appare ed è come quello di un naufrago che si fa notare da una nave. Labbra rilassante, occhio vitale, il corpo tende a saltellare. “Allora?”. Cerchiamo conferme, non necessariamente la verità. “Tutto bene, tutto bene!”. Sembra una persona matura. Saggia…Quando è cresciuto così tanto? Voglio arrivarci anch’io e lo voglio presto. Ci saluta, va fuori a chiamare la madre. Chissà che conversazione tra adulti. Dalla porta si fa notare il professore di matematica, i ciuffi di capelli bianchi sono ben ritti, le occhiaie sembrano aver fatto palestra, “Un attimo e ci siamo. Tocca a te” e dice il mio cognome. Tocca a me, tocca a me, tocca a me. Non è possibile. Tocca già a me. Mi tuffo nel quaderno. Affondo nei concetti, le mie labbra anticipano la memoria.

Loro mi sono davanti. Mi guardano, non risparmiano sorrisi. Alcuni li conosco bene, nemici degli ultimi tre anni diventati inaspettatamente amici; ufficiali della conoscenza e della correttezza diventati d’un tratto gran maestri degli accordi sotto banco. “Giacomin chiede quello che hai sbagliato in seconda prova” si è mormorato. Matematica. Avevo sbagliato tutto, che appigli potevo avere? Mi scruta, io gli sorrido. Amici nonostante tutto, vero? Alcuni sono sconosciuti, ispettori della mia preparazione, meri controllori. Siate buoni, se non sapete. Siate comprensivi. Il mio corpo si nutre di tensione, non ricorda neanche come è arrivato fin lì. Va bene come sono seduto? Posso sbagliare tutto e non posso sbagliare niente. “Allora” dice il presidente di commissione al centro, un tipo con la faccia annoiata, un ciuffo di capelli rado e grigio appena sopra la fronte, la giacca blu di un assistente di volo, “…chi vuole iniziare?”. Smetto di respirare. Si schiudono le labbra delle professoressa di filosofia. Non penso più a niente.

Procedo lento, la lingua si muove incerta tra la marea in salita di informazioni riorganizzate. Parlo dell’idealismo, parlo in inglese di un romanzo di Hardy che ricordo bene, parlo in italiano di una poesia di Pascoli che ricordo male, funzioni e derivate, i terremoti. Tentenno, ho tutta l’intenzione di nasconderlo, ho la grande capacità di mostrare ogni cosa senza inganni. Chi lo avrebbe mai detto che non è poi una gran capacità?

La professoressa di inglese mi guarda come se fossi la parola persons. Giacomin alza gli occhi al cielo, ma lo fa senza darsi arie: non vuole accusarmi, desidera perdonarmi. Le mani mi si muovono, gesticolo per la recita necessaria al finto autocontrollo. Rilancio ogni piccola congettura, schegge sparse di memoria. “Lei è molto preparato per quanto riguarda Turner!”. La professoressa di arte ha un sorriso lungo, si distende talmente che mi sento accarezzare, e allora riesco a sorridere anche io, a tralasciare, per un minuscolo attimo, l’incombenza della mia valutazione. Da qualche parte me la cavo, la conferma è arrivata. “Bene, bene…”, sussurra il presidente di commissione. Guarda un foglio, sembra una lista. Spero non siano i miei peccati da studente durante i cinque anni di liceo. Ma è solo un foglio: o è incompleta, ed è un bene, oppure sono i miei meriti, ed è anch’esso un bene. Mi sorride. “…Abbiamo finito”. I professori sembrano abbandonare la loro recita durata quanto i miei peccati. Mi alzo, stringo la mano. Giacomin mi fa un occhiolino. La porta è un varco sul mondo, oltre il proseguimento del resto che manca. I cardini grattano, l’aria ha lo stesso odore di gesso e detersivo. Sono fuori. La mia compagna, un altro mio compagno, mi osservano. Le loro facce mutilate dall’attesa. “Tutto bene, tutto bene!” rispondo, e sorrido di una felicità assoluta. Una condizione nuova. Ho varcato la soglia.

In giardino il sole batte i raggi di un’estate libera fino ai suoi abissi. Mi sento fremere, mi sento tremare. Al telefono mia mamma dice che sono stato bravo, le parole sono applausi e concitazione; mio padre dice che ho svolto il mio compito. Annuisco. Ho fatto quello che dovevo. Sono maturo. Sono maturato. Sono uno studente adulto. Sono un adulto. Sono saggio. Sono pronto. Guardo l’ombra di un alloro che si estende oltre il recinto della scuola, i rami dalla trama fitta e ispida come un incendio. Ho ancora paura e non posso più dirlo?