
Che io sappia non ho seguito molto i principi cristiani nella mia vita, e infatti ne so ben poco. È certo che abbiano influito non solo su di me e sulle persone attorno, ma anche sulle discendenze della mia educazione: siamo, per certi versi, prolungamenti di idee e concetti, di modi e scelte degli altrui che ci hanno preceduti. Non avevo mai pensato ai sette vizi capitali in senso concreto sulla mia persona e mai ci avevo badato da un punto di vista conscio durante gli anni della crescita; pensavo ci fossero i miei e le maestre ad infondermi le giuste regole del buon vivere, e ritenevo sufficienti due istituzioni della schiera del mondo adulto. I preti erano di troppo, come pure gli allenatori di calcio. Li frequentavo ovviamente -questioni sociali- ma i loro insegnamenti si scontravano spesso con la voglia di liberare un po’ d’espressione.
In termini di incontro, palese, chiaro, senza nubi di disinteresse o distrazione, la mia prima volta con i vizi capitali fu nella vecchia taverna di casa dei miei, dove io e mio fratello avevamo sistemato un televisore, il lettore dvd (entrambi doni preziosi di amici intuitivi) e posaceneri a profusione. Vivevamo – tra il 2012 e il 2014- di sigarette e film.
Seven è un thriller di David Fincher: non servono molte presentazioni, no? Brad Pitt giovane detective, Morgan Freeman vecchio detective, una città americana piovosa, un killer che sceglie le sue vittime rifacendosi appunto ai sette vizi capitali. Neanche a dirlo, come a molti di voi, il film mi piacque, uno di quei thriller difficili da replicare sia nelle atmosfere che nell’inquietudine (forse oggi potrei azzardare il motivo, ovvero una ripresa del genere dimenticato del noir), e -visti i risultati, posso tranquillamente definirmi più illuso che speranzoso- cominciai a ricercare su Google siti legati alle combinazioni film simili a Seven o thriller come Seven.
Negli anni ho continuato questa ricerca e, ogni tanto, a vedere qualche film suggerito, lungi dall’essere vicino alla mia idea di somiglianza. Recentemente, una notizia su una nuova serie tv di Netflix, sempre di Fincher, ha incuriosito il mio dito indice, e il mio dito indice ha incuriosito l’algoritmo dei miei canali social, e allora mi è riapparso il banner di una recensione, una sorta di rivisitazione recensiva, di Seven. Non ricordo esattamente se ci fossero nuove teorie ma ci fu una frase che mi fece sorridere, sul fatto -sosteneva l’articolista- che se lui stesso avesse fatto parte dell’universo di Seven, sarebbe stato preso in considerazione dall’assassino per la vittima succube dell’ingordigia. Insomma: sosteneva di essere una taglia molto molto forte. Al mio sorriso seguì la lettura fino alla fine dell’articolo, poi ritornai alla battuta e pensai a me…Io per cosa sarei stato preso in considerazione? Qual è il vizio capitale che mi appartiene di più?
Non sapevo neanche elencarli tutti ma, grazie a Google, non ci ho messo molto a fare un ripasso: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia. Potevo definire un quadro della mia persona attraverso quello che mi è sempre stato, con o senza consapevolezza, consigliato di evitare? La domanda è calata sotto la marea di idee e mezze idee fino ad oggi, quando ho deciso di affrontarla con il piglio tipico di un aspirante scrittore che gioca a fare autoanalisi.
Superbia. Da vocabolario Treccani: esagerata stima di sé e dei proprî meriti (reali o presunti), che si manifesta esteriormente con un atteggiamento altezzoso e sprezzante e con un ostentato senso di superiorità nei confronti degli altri.
Mi ritengo un superbo? No, ma in fondo chi si riterrebbe tale. I più, a rivedersi, diranno che lo sono con precise giustificazioni, cause imprescindibili di una presunta ragione oggettiva. Lo sono stato in qualche occasione? Sì. Diciamo che forse ad appartenermi è più la prima parte, ovvero tendo a stimare me e i miei meriti più di quanto si palesino esternamente. Tendo anche ad essere consapevole delle fantastiche mistificazioni del mio ego, quindi evito di manifestarle. Mezzo superbo può passare; totalmente ridicolo, no.
Avarizia. Sempre da vocabolario Treccani: eccessivo ritegno nello spendere e nel donare, per un gretto attaccamento al denaro e a ciò che si possiede.
Il mio rapporto con il denaro non è dei migliori, anzi, se proprio devo dirla tutta, è uno dei miei crucci e ho come il sospetto che, tra la scrittura e la poca dedizione per una carriera altra, lo sarà sempre. Possiedo poco, ma posso serenamente dire che non ho alcun tipo di difficoltà a sperperare pure quel poco. Sono convinto che il mio conto in banca abbia l’obbligo morale di non salire granché: ho il terrore, ragionando al contrario, di svegliarmi un giorno pensando a come raddoppiare la cifra dei miei risparmi, e una volta raggiunto il doppio, a come farla raddoppiare ancora e ancora e ancora. Non voglio passare la vita dedicando troppe attenzioni ai soldi.
Sulle donazioni me la cavo, ma potrei idealmente fare di meglio: non vivo di rinunce per gli altri come un prete francescano e non sono nemmeno disposto a farlo.
Lussuria. Abbandono ai piaceri del sesso; desiderio ossessivo e smodato di soddisfare tali piaceri.
Forse il peccato che mi appartiene meno insieme all’avarizia. Mentre ad osservare e analizzare gli altri vizi, qualche scintilla istintuale la scorgo, sento uno sfarfallio di fastidio, l’ammissione che batte le sue ali contro la corazza dell’idea di me stesso, qui posso serenamente dire che no, non lo sono. Non sono lussurioso. Mi piace il sesso e mi piace farlo per la sensazione di intimità e insicurezze e -sì- anche il piacere che scatena con la giusta compagnia. Ma ritengo l’ultimo aspetto necessario, non un cavillo; la giusta compagnia, intendo. Altrimenti va benissimo masturbarmi: lo trovo comodo, efficace e privo di dispersivi fronzoli (ora non so cosa ne pensi la morale cristiana della faccenda, ma restiamo ad un’idea di lussuria più contemporanea).
Invidia. Sempre Treccani recita: sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé, accompagnato spesso da avversione e rancore per colui che invece possiede tale bene o qualità; anche, la disposizione generica a provare tale sentimento, dovuta per lo più a un senso di orgoglio per cui non si tollera che altri abbia doti pari o superiori, o riesca meglio nella sua attività o abbia maggior fortuna.
Esattamente come per la superbia, non mi ritengo un invidioso ma ho provato spesso invidia nella vita. Come differenzio i due aspetti? Se da una parte non posso controllare il sentimento spiacevole che nasce verso chi riesce meglio di me in qualcosa (sottolineo che quel qualcosa deve interessarmi; non sono invidioso del successo o dei meriti altrui, se questi sono lontani dalle mie mire) dall’altra, cerco di non farmici guidare nei comportamenti e negli atteggiamenti. Applico una sorta di resistenza all’invidia, la soffoco nella visione che sono i miei successi o i miei meriti a definirmi e non il paragone con quelli altrui. Funziona, oggi. Meno, quand’ero adolescente.
Gola. L’essere ingordo, avidità eccessiva nel mangiare (meno nel bere).
Anche qui: sono stato ingordo e lo sono e lo sarò di determinati alimenti e in alcune situazioni. Di certo non mi faccio prendere dalla voracità della tavola. Mangio molto se c’è molto, mangio poco se c’è poco. Mi adatto al contesto. Da ammettere, senza ombra di dubbio, che quando c’è molto, il mio stomaco ambisce al moltissimo, mentre quando c’è poco, gli -issimi non sono granché ricercati.
Ira. Improvviso e violento moto dell’animo, di carattere passionale e non temperato dalla ragione, che tende a sfogarsi con parole veementi, talvolta con offese, con una punizione eccessiva o con la vendetta, contro la persona che, volontariamente o involontariamente, ci ha provocato.
Mi arrabbio di più da qualche anno a questa parte. O forse lo mostro con -e sembra un paradosso- più tranquillità; senza troppi sensi di colpa. Negli anni sono stato definito una persona mite e, effettivamente, ho quasi sempre mantenuto la calma, gli sfoghi si contano sulle dita di una mano. Ma più sono cresciuto, più la vita mi ha innervosito; si sono aggiunte responsabilità e i problemi, i pensieri, i nodi, sono diventati perenni incombenze con cui convivere. È chiaro che, se il contenitore mantiene lo stesso volume di capienza ma il contenuto da versarci aumenta, lo straripamento è inevitabile. Ho però deciso, e da qui arriva la tranquillità paradossale, di indirizzare lo straripamento.
Mi sento libero di lasciar fluire la rabbia solo al lavoro. Non è un fatto di disinteresse -non totalmente almeno- ma di priorità. Voglio bene alle persone che riempiono il mio tempo libero; gli amici, i familiari, e i nuovi amici, e le ragazze: non vorrei mai trattarli in malo modo o con sufficienza. Quindi, scelgo. Ovviamente la mia rabbia non ha nulla a che vedere con offese, o punizioni eccessive, o vendetta; ogni tanto qualche parola veemente, ma niente che possa mandare su tutte le furie gli altri. Al massimo dono qualche furia, ecco.
Piuttosto che iroso, mi definirei, in determinati frangenti, irritato ed irritante.
Accidia. Inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa. Più in partic., nella morale cattolica, negligenza nell’operare il bene e nell’esercitare le virtù.
Eccolo il vincitore. Se il killer di Seven fosse lì fuori, pronto a depennare l’ultimo vizio della lista, si aggirerebbe attorno al palazzo del mio appartamento, a capire come penetrare e portarci dentro tutti gli arbre magique da appendere al soffitto della mia camera, dopo avermi legato al letto con l’intenzione di lasciarmi lì un anno e morire di stenti -così muore l’accidioso in Seven.
Non sono ovviamente indifferente ad ogni forma di azione e iniziativa, ma ci vado vicino. Riesco ad interessarmi a poco, e riesco ad operare solo per quel poco. Mentre per la superbia e l’invidia riconosco un seme piantato in un terreno poco fertile, per quanto riguarda l’accidia, la pianta è diventata una quercia millenaria. L’indolenza con cui riesco ad affrontare buona parte delle nuove sfide della vita è talmente radicata in me che pensavo non fosse neanche un difetto, ma solo una caratteristica. Tento dei miglioramenti, li aspiro e li agogno, ma la fatica mi spinge verso il basso della mia già nota condizione, e la fatica, in quanto accidioso, è proprio il nemico da ultimo livello. Ce la farò a sconfiggerlo?
Sempre secondo la teologia cristiana, i sette vizi si contrappongono alle sette virtù, e tra queste troviamo la carità, intesa anche come amore disinteressato verso il prossimo. Ora, usando un sistema logico di pesi e contrappesi, se l’avarizia ha poco a che fare con le mie dannazioni, avrò una buona dose della carità, intesa nel suo concetto ampliato, da spendere. E se prendiamo per vero che, a salvare le persone da loro stesse, è il sano rapporto con gli altri, nel mio caso specifico saranno probabilmente decisivi i legami d’amore disinteressato che si instaureranno tra me e questi altri.
Forse, alla fin fine, nei momenti migliori della mia vita, cerco di diventare, senza davvero averlo progettato, un buon cristiano, mentre nei peggiori, disteso a letto, con in testa l’idea di dover fare mille cose che non ho voglia di fare, cerco di scorgere, oltre le tende, un uomo guardingo con un sacco di arbre magique al seguito, perché solo in quel caso me ne scapperei a gambe levate dalle morbide grinfie del materasso.
