DAVANTI ALLO SPECCHIO

La prima mise: colbacco, pistola giocattolo sulla mano destra e sigaro in bocca. Non so per quale motivo ma ero convinto di essere travestito da Napoleone; probabilmente trovavo grande soddisfazione nell’avere un’arma tra le mani e un sigaro da far finta di fumare, onorando così gli esempi di mascolinità che mi attorniavano. Bang bang schioccavo davanti allo specchio dell’armadio dei miei, l’unico specchio lungo abbastanza da rientrarci nella figura intera comprendendo i piedi.

La pistola rimase, sostituii il colbacco e il sigaro con un capello a tesa larga nera e una maschera sottile con due fori per gli occhi. Avevo desiderato fortemente il costume di Zorro per Carnevale, sentivo l’eroe appartenermi sia per il suo fascino da fuorilegge che esercitava sulla mia educazione in fase di assestamento, sia per Ana Maria Verdugo, una mora peperita che, insieme a Lady Marion (da qui l’ovvia passione anche per Robin Hood), è stata una delle prime stelle della costellazione dei miei appetiti sessuali.

Il costume prevedeva anche una camicia con un colletto a pizzo e un gilet stretto e nero, dei pantaloni neri di raso e una spada sottile ed elastica. Se il costume lo riservavo per i giorni del Carnevale -magari anticipando e posticipando la tenuta, in barba alle indicazioni di mia madre- tiravo invece fuori la spada in svariati momenti durante l’anno. Mi piaceva l’idea di essere uno spadaccino anche quando la realtà non giocava con la fantasia -quando era tempo di serietà- e mi piaceva ancor di più l’idea di essere uno spadaccino che proteggeva una qualche ragazza da una minaccia fisica, fosse un ragno o mio fratello a cui assegnavo senza troppi tentennamenti il ruolo di nemico dell’armonia.

Quando arrivai alle medie, ciò che garantiva un prestigio sociale era l’attività sportiva. Poco importavano i risultati –in ogni caso non intaccavano l’essenzialità del giudizio- perché ciò che contava, e che poi avrebbe contato per anni e anni avvenire, era l’impressione. Quello che sembrava essere, l’apparenza davanti alla sostanza. Quindi, per forze di cose, erano le tute acetate a guidare lo stile, le Puma formato calcetto a completare l’outfit di chi desiderava risultare al passo. Forse per il limite prezzi imposto dai miei genitori, forse per una insistente voglia di cercare un’alternativa valida ma non radicale alla moda imposta, comprai delle Nike grigie della stessa forma delle Puma, a cui abbinavo, non senza una fierezza incolta, una tuta dell’Adidas nera.

Erano sempre le ragazze, i loro occhi, i loro desideri, a influenzare le mie decisioni in fatto di vestiario. Cominciò a piacere la trasgressione e io, complici anche le scelte di un paio di amici, sposai il rap e le sue felpe. Southpole, Karl Kani, Ecko; i marchi non si risparmiavano e neppure le taglie. In centro città c’era un negozio che raccoglieva tutte le firme specializzate; i prezzi esposti potevano puntualmente essere ribassati con una semplice domanda: “Questa a quanto riesci a farmela?”. In testa, sopra le mie nuove treccine, indossavo bandane della Nike e fascette di spugna, a volte anche durag, quelle simil-cuffie indossate dai neri sotto i cappellini larghi della New Era… Cercavo di essere un duro. L’armadio però non mentiva: riusciva a sussurrarlo, che non ero niente di più di un ragazzino illuso, una faccia troppo pulita, una propensione praticamente nulla per il passo scanzonato da criminale. Io allora chiudevo l’anta, facendo finta di non sentire e vedere. Ricordo senza vergogna le scarpe, delle Converse modello Weapon, probabilmente ancora custodite in qualche antro dimenticato in casa dei miei genitori. Era stata proprio mia mamma a suggerirmele durante una capatina da Foot Locker. Marroncine chiare, univano l’eleganza accettata dagli adulti alla linea gonfia e arrogante in voga tra gli adolescenti. Negli anni le ho ripescate più volte: cimelio meritevole di seconde e terze chance.

In concomitanza con le serate in discoteca, e le passeggiate in centro città, e le Marlboro Light, arrivarono i vestiti firmati. Come sempre comandava il nome dello stilista, meno il taglio dei jeans o un buon abbinamento di colori. Avevo cominciato a calzare delle Fred Perry nere, il cui prezzo, ricordo bene, era modesto se confrontato con le altre scarpe in voga tra i miei coetanei; in generale, i prezzi erano davvero da capogiro, spendevo per una cintura la paghetta di un mese intero. Eravamo quello che oggi si definiscono zarri, e sfoggiavamo le scritte abnormi sulle felpe e sui maglioni, sui cappellini e sui jeans. E davanti allo specchio, oltre a riguardare se si vedesse bene il marchio della mia nuova polo, sistemavo il ciuffo di capelli fino a coprirmi gli occhi con una minuziosità da psicopatico. Avevo studiato pure un metodo, una specie di effetto piastra naturale. Indossavo un berretto di lana stretto, che stirasse i capelli, lasciando però i ciuffetti finali arrotolarsi in piccoli ricci ordinati.

L’università fece fare alla rotta intrapresa un’inversione a U. Di nuovo, meno marcata, ci voleva la ribellione, di nuovo era richiesto un minimo di non adesione all’ordine prestabilito dai marchi più classici. Mi accorsi presto, il primo giorno di università, che i miei Jeckerson rossi non erano più ben voluti. Le ragazze richiedevano personalità (…o l’adesione alla moda della personalità), quindi trasferii i miei sforzi sui nuovi fronti un po’ british e un po’ indie, o come volete chiamarli. Quella cosa lì, avrete sicuramente presente: jeans stretti, maglioni spessi e possibilmente lisi, Clarks lasciate prima sotto la pioggia e poi sotto il sole. Non so se capiti che ad una certa età la moda del momento ti si attacca addosso (probabilmente è così) ma lo specchio dell’armadio sembrava cominciare a scambiare rantoli d’approvazione. Qualcosa da migliorare c’era e ci sarebbe sempre stata, ma sentivo di aver imboccato la via giusta della mia apparenza, dovevo solo cominciare a percorrerla.

Mi feci crescere la barba. Anche se barba è un parolone. I peli crescevano come fili d’erba nel deserto, e speravo di tanto in tanto, quando vedevo il modello della pubblicità dell’Opel Mokka, o quando vedevo Jim Carrey nelle sue apparizioni pubbliche al tramonto dei cinquant’anni, di diventare un adulto completo e di poter avere il mio cespuglio irto e selvaggio da sfoggiare sul viso. Non è ancora successo, anche se continuo a sperarci.

Certi eventi, come alcuni compleanni cerimoniosi o dei giorni particolari di lavoro o ancora, recentemente o molto saltuariamente, i matrimoni, mi danno l’occasione di studiare davanti allo specchio -tuttora in questi casi mi ritrovo a casa dei miei per un giudizio genuino di chi ne capisce- l’adulto che sarò trasformarsi nell’adulto che sono. La camicia bianca ben stirata, il pantalone dalla riga in mezzo creata attentamente da mia mamma; i calzini suggeriti attraverso foto, la cravatta annodata da mio padre. “Stai bene!” sento dire con convinzione. Io mi guardo davanti allo specchio e penso: “Sto bene?”. Me lo domando perché in fondo non lo so. Ho acquistato il completo che indosso solitamente, portando mio padre come fido accompagnatore in un agglomerato di negozi dove ero certo di trovare qualcosa di adatto. Provato il primo abito, mio padre ebbe da ridire sulla lunghezza della giacca, anche se a me sembrava fosse tutto ok. Al secondo abito, mio padre notò che le falde della giacca si spiegazzavano all’altezza del petto, anche se a me sembrava fosse tutto ok. Ne provai cinque o sei, in cinque o sei negozi diversi, e a me parevano tutto sommato uguali, simili e che mi stessero allo stesso modo.

Sto ancora aspettando suggerimenti da parte dello specchio.

Capita invece di tornare bambino davanti ad altri, di specchi. Di solito si trovano nei bagni di appartamenti che conosco a malapena, che a volte riesco a conoscere meglio nei mesi successivi; o capita davanti a quello del bagno di casa mia. Mi ritrovo a petto nudo, a volte non indosso neanche le mutande. Sono appena stato a letto con una collega, o una nuova amica, o una vecchia sconosciuta. Esattamente come quando vestivo da Napoleone e avevo sui tre anni, ripercorro certi gesti. Mimo una pistola con la mano, punto il dito indice, il pollice come cane, e faccio un mezzo sorrisetto. Le mie labbra schioccano in un suono preciso, stupido, del bambino e dell’adulto che rimarrò per sempre.

Bang, bang faccio.

Lo specchio risponde: “Bravo, hai fatto centro”. A completare il quadretto, è evidente, mancherebbe il sigaro e il colbacco.