SULLA COSTANZA

Ho l’impressione che l’umanità non cambi molto le caratteristiche della sua esistenza. La sensazione di un’ignoranza dilagante, la superficialità dell’intrattenimento, il ripudio delle guerre, l’eterna perdita di valori degli adolescenti. Sono concetti ripetuti, sempre validi, modi accertati di avanzare denunce in un limbo di vaghe certezze. A cambiare da un tempo all’altro, piuttosto, sono le percentuali delle caratteristiche. Nel senso che ogni epoca o società assomiglia alla ricetta di uno stesso dolce, la differenza del gusto sta nel rapporto tra gli ingredienti e non in un altro dolce. Un modello fondato su un profondo senso di giustizia avrà per forza minore capacità di empatia e/o comprensione e/o speranza di recupero; un modello fondato sulla collettività danneggerà per forza l’individualità, come il contrario (le -ità diventerebbero -ismi).

Oltre che sull’individualismo, questo presente, questo Occidente, basa il suo valore sulla velocità. Il progresso è lì, a portata di mano, basta allungarla e non appena l’hai allungata, meglio prepararsi ad un altro allungo verso un nuovo orizzonte che è già sotto i piedi. L’educazione al successo (per quanto si cerchi con una grande dose di ipocrisia di demonizzare, rimane la Stella Polare di tanti desideri sussurrati) poggia il piede a tavoletta sull’acceleratore. Da zero a mille in quanti secondi? Se bisogna raggiungere le vette e raggiungerle in fretta, si tenderà a demordere facilmente; a cercare, dopo i primi arresti e le prime difficoltà -sicuramente dopo i primi errori- altre vette. In questo caso, nella nostra ricetta, verrà a mancare l’ingrediente della costanza.

L’arte di sbagliare, imparare dall’errore e –la parte più difficile- riprendere dopo averlo assimilato. Questa è la mia definizione di costanza (immagino sia simile a quella del vocabolario) ed ha dei pregi unici, dona determinate attitudini che tanti millantano falsamente, ma con grandi tattiche di convinzione, come proprie. Innanzitutto, si arriva a conoscere davvero, con le proprie mani, la propria testa e le proprie azioni, una materia, una disciplina o un qualsiasi tipo di attività. Il perché deriva dal meccanismo di interazioni che si creano: l’osservazione di se stesso in rapporto alla data attività. La successione di gesti, o di parole, o di suoni, o di comportamenti: ogni cosa viene assimilata e rivista e scartata o migliorata o riutilizzata. Si analizzano modelli di errori e quindi modelli di superamento dell’errore. Poi si determina una conoscenza profonda, perché non solo si penetra nella sfera di positività ma anche in quella, per così dire, di negatività. Un esempio assurdo: un giocatore di basket che fa sempre ciof non conoscerà mai come il tabellone e il ferro reagiscono alla palla: se non sbaglia mai, non saprà mai come sfruttare al meglio la gamma totale delle soluzioni date dallo sport (per andare ancora più a fondo: si arriva a conoscere meglio l’esperienza umana quando questa non è gradevole o semplice ma dolorosa).

L’idea del fallimento come un fatto di poco conto, anzi necessario, è reale solo quando si ha l’intelligenza di riconoscere ed osservare l’errore; la forza di aggiustarlo senza mandare tutto all’aria. Ci sono due tratti emotivi che ostacolano questo tipo di intelligenza e questo tipo di forza, e sono la vergogna e l’orgoglio. Mentre la prima impedisce una serena osservazione delle proprie prestazioni (a volte impedisce proprio le prestazioni), il secondo fa da filtro, migliorando ciò che è già buono e salvando ciò che invece andrebbe modificato.

Ma siamo umani. Teniamo al nostro amor proprio e se proviamo tutti vergogna, se proviamo tutti orgoglio, allora il problema non si pone: in un’isola deserta, dove ci sono nove uomini con una sola mano e un decimo con entrambe, saranno i nove a desiderare entrambe le mani o il decimo a tagliarsene una?

Anche il talento, qualsiasi cosa sia esattamente, ha –credo- degli stretti legami con la costanza. Solo che si innesca e matura in un’età, quella infantile, in cui è permesso sbagliare. In cui l’orgoglio e la vergogna hanno punte meno aguzze: sono mitigati dai doveri del crescita. Provate a pensare di imparare a nuotare senza margine d’errore…Qualcuno si butterebbe mai in piscina?

La trasformazione naturale delle sfide che si pongono davanti al percorso, una volta fatta propria la costanza, muove dall’esterno all’interno. Non è più un io contro il resto del mondo ma un io di oggi meglio dell’io di ieri. A quel punto la competizione diventa personale e sana, gli occhi guardano con ammirazione piuttosto che con invidia e le fatiche sono convogliate in un obiettivo chiaro e di corto raggio; sempre per assurdo (è tutto molto assurdo se ci si mette a pensare intensamente alle cose), l’amor proprio si alimenta quasi dimenticando il proprio; senza più il bisogno (nei limiti del sensato) di sentimenti come la vergogna e l’orgoglio.

Anche il raggiungimento dell’obiettivo non ha a che fare con gli altri, non ci saranno applausi e strette di mano o magari ci saranno ma non avranno grande importanza: saranno avanzi, circostanze di un attestato particolarmente inutile. Non è detto ci saranno soldi, fama, bonus; non è detto ci sarà qualcos’altro oltre al proprio impegno e ai propri miglioramenti –inevitabili- ma saranno proprio quelli a rinsaldare nel percorso, che sia esso lavorativo, personale o famigliare, delle mattonelle inamovibili.

Aggiungerei l’ingrediente della costanza in gran quantità, non lo nego. Ma potrebbe essere in definitiva un mio desiderio legato al piacere della lentezza e della calma, del non scapicollarsi tutti insieme per un pezzo di pane ricoperto d’oro. Forse è semplicemente un mondo al quale mi affezionerei di più, la mia ricetta preferita. Ma è pur sempre e solo la mia, quella dove forse otterrei, tristemente e semplicemente, più successo.