DOLCEAMARA CAMPANELLA

La prima pausa sperimentata dal travaglio degli obblighi risponde al nome di ricreazione. Un momento magico, se non altro per l’interruzione dagli affari correnti come una spiegazione dalla noia mortale, un compito, un’interrogazione di cui –ad essere onesti e colpevoli- non fregava più niente a nessuno, escluse le vittime delle domande, in piedi vicino alla lavagna, come in un palcoscenico sacrificale. I più scaltri, dopo anni di studio dei fusi orari e del bioritmo dell’orologio scolastico, riuscivano nella sincronizzazione al secondo, e quando cominciavano a sussurrare, fissandosi il quadrante sul polso: “Cinque, quattro, tre…”, avveniva quella sensazione di gioia e vittoria comunitaria. Un quarto d’ora di libertà; un quarto d’ora in cui i reali interessi potevano esplodere nel tempio delle pretese dei genitori e dei professori.

Durante gli anni delle scuole elementari, la ricreazione ha avuto i benefici e i drammi più disparati. Accendeva la creatività; insegnava, senza adulti come arbitri, a sottostare alle regole di un gioco oppure a circumnavigarle; definiva i rapporti di forza tra compagni, scatenando rivolte e sottomissioni. Noi avevamo le basi, costruite con fogliame secco attorno ai tronchi d’albero, e c’era chi poteva entrare in una base, ovvero calpestare semplicemente il suolo tra il fogliame raggruppato in una linea ondulata e l’albero, e chi no. “Tu non puoi”. Significava dichiarare l’antipatia. “Come non posso?”. Significava dichiarare che l’antipatia era reciproca. Ad un’analisi scientifica non si svolgeva alcun tipo di gioco. Si impiantavano discussioni su chi potesse entrare e chi no, e quindi si creavano altre basi -i reietti avevano il loro orgoglio- e poi ci si scambiavano ingiurie e connazionali.

Un prototipo infantile di guerra fredda.

Nascondino, guardie e ladri, varianti da bulli di guardie e ladri. Avevamo la nostra versione del petta, o ce l’hai, o come si preferisce chiamarlo. Noi avevamo optato per Virus, e a far partire il gioco era sempre un nostro compagno di classe. Lui aveva il Virus in partenza -per capirci- e, toccandoci, contagiava e aumentava il numero di infetti. Un giorno, questo nostro compagno, stanco di essere additato come primo portatore del morbo, coinvolse la maestra nel suo disagio. Si misero in piedi, davanti alla classe, poco prima della ricreazione, lui mogio, gli occhi lucidi dalle lacrime, e la maestra fiera e battagliera. “Nessuno ha virus particolari in queste classe, quindi nessuno merita…”. Facevamo sì con la testa. Quando la maestra poggiò la mano sulla spalla del compagno, in un gesto di difesa e compassione, ci guardammo tra i banchi con gli occhi su di giri. “La maestra ha il virus!”.

Verso la quinta elementare –o forse era già la quarta?- cominciammo ad alzare la gonna alle nostre compagne di classe. Ognuno aveva la sua gonna prediletta. La reazione delle compagne tendeva ad una corsa a gambe levate in preda ad un’isteria da molestia sessuale (non so se negli anni correnti sia catalogabile come tale); all’epoca il pensiero delle mutande era abbastanza paradisiaco –ma forse era più divertente il fatto che cercassero di scappare? Ancora una sorta di guardia e ladri, di ricerca e di fuga dal contatto- fino a che gli ormoni mi convinsero a sondare il paradiso anche oltre la biancheria intima. (Con gli ormoni è cresciuta anche un eccellente dose -in termini qualitativi e non solo quantitativi- di autocontrollo.)

Le scuole medie rovesciarono parte del processo d’identità: non eravamo più bambini che potevano fare i bambini ma bambini che dovevano recitare la parte dei teenager. Vennero accantonati Virus e le basi. Le alzate di gonna si trasformarono in qualcosa a volte più sinceramente romantico –una passeggiata a tenersi per mano e un bacio dietro il capanno degli attrezzi da giardinaggio- e a volte più spietatamente perverso – palpate non richieste e battute sul pene e sulle nuove arrivate, le tette. I bulli diventarono minacciosi, ogni tanto scoppiava una rissa in cui a rimetterci maggiormente erano le felpe e i giubbini. C’era più violenza, fisica, sessuale e competitiva. Le recite dei più azzardati prevedevano qualche sigaretta. L’odio superficiale attecchiva con facilità e i professori avevano perso quell’aura di autorità che apparteneva alle maestre: “Quello è solo un vecchio coglione” si mormorava tra una risata l’altra.

Il liceo segnò il passo dall’ordine del nido al groviglio informe del centro urbano. Dopo la campanella, i corridoi mischiavano il ronzio alle urla, il chiacchiericcio a grandi campagne oratorie. I più grandi erano fin troppo grandi per stare dietro ai più piccoli, e i più piccoli iniziavano il gioco di rivalità tra coetanei, sfidandoli in silenzio, proiettandone le sconfitte nelle ore condivise di ginnastica o nel conquistare quella ragazza in seconda D…Il nome? Una nuova sfida. Nome e numero. Alzare la gonna era diventato un atto da sudarsi con temerarietà ed attenzione: c’erano un’orda di risolini da superare, ed erano solo il primo ostacolo.

La recita cominciò a prendere forma nelle posture e le posture a sancire spesso e volentieri l’abbigliamento. Le spalle basse e lo sguardo da pesce con qualche ora di sonno da recuperare appartenevano alle aspirazioni alternative che, tenaci, resistevano alle scavigliate dopo l’ennesimo tentativo di ollie sullo skateboard; la testa inclinata di qualche grado, la spalla poggiata sul muro come se fosse svenuta, i jeans strappati e i capelli distesi sugli occhi, erano lo specchio di celeberrimi  e mal riusciti riff di chitarra; la gesticolazione da professionista, il sorriso smagliante e la camminata ad arco per i ragazzi–un passato recente e glorioso da calciatore- una polo d’estate e una camicia sotto il maglione d’inverno erano i pezzi del puzzle del successo; gli occhiali spessi e il chiacchiericcio frenetico davanti alla macchinette, dove avveniva una sorta di conta dei risparmi comunitari e di spesa settimanale (che avveniva però quotidianamente) garantivano l’etichetta del nerd, quando il nerd non era ancora una moda di cui andare fieri. C’era anche chi non sapeva dove posizionarsi, e ricercava negli occhi altrui –magari in quelli della ragazza o del ragazzo di cui non aveva ancora capito il nome- la casella giusta.

I gruppetti litigavano più tra loro che con gli altri. Le guerre erano civili; il potere ambito rimaneva dentro il perimetro dei confini e le bugie –esperienze sessuali, prodezze sportive- cominciavano ad alimentarlo. Nessuno aveva capito che non avrebbero mai più smesso di alimentarlo: si sarebbero affilate le bugie, non il meccanismo.

La combinata merenda, Coca Cola o caffè, e sigaretta divenne con gli anni un desiderio da dipendenza. Non c’erano alibi o minuti risicati che non permettessero di godere con calma del trittico. Mal che vada, si sarebbe perso l’inizio della lezione successiva alla campanella. Un primo segnale di mutazione della mentalità studentesca in mentalità lavoratrice. I miei minuti da dedicare non sono alla mercé dei superiori: ho i miei diritti e tra questi ci sono quindici minuti di ricreazione.

Ed è verso la quinta superiore che forse, ben prima dell’esame di fine anno, arriva una prova di tangibile maturità. La campanella suona, è tempo della pausa, ma all’ultima ora c’è l’interrogazione di inglese, e quel sei, in vista di giugno, deve provare a diventare un sette. Non per i genitori o per soddisfare qualcun altro: è un obiettivo personale. Il profumo dello stand dei panini arriva fino in classe, e ci sarebbe anche una discreta voglia di fumare –l’ultima sigaretta risale alle sette e cinquanta- e Federica, quella della 4C conosciuta due sabati sera fa, ha scritto un messaggio, è tra le voci confuse lì nell’atrio, e ci starebbe proprio una bella discussione sul Nulla, arricchita da occhiate e sorrisi infiniti, ma il dubbio sulle rime di Keats è martellante. Si ritira fuori il libro e lo si apre, sbuffando; una mano come una ragnatela tra i capelli. Era il tempo improrogabile dello svago, di pausa dal travaglio degli obblighi. Si è trasformato in minuti preziosi per garantire un risultato migliore agli stessi maledetti obblighi.

Oh, sì. Sei diventato adulto.