SAPIENZA

“E mentre stava a dirmi quale comportamento tenere, cosa dovevo ricordare e come erano sempre andate le cose, io sognavo di arrivare in cima a quella posizione così autorevole e a tratti a autoritaria -la posizione dell’adulto sicuro e conoscitore del mondo- da dove avrei finalmente spiegato ad altri piccoli esseri umani, quale ero all’epoca, il funzionamento del meccanismo qui attorno.”

Cit. inventata dal sottoscritto per redigere l’articoletto

Il piacere di lanciare teorie come un aquilone e tentare di farle volare: c’è un grande fraintendimento –credo- alla base del crescere. Sembra sempre ci sia un punto da raggiungere, e quel punto corrisponderebbe alla conoscenza e all’esperienza, un bagaglio abbastanza colmo da aver la voglia e la vanagloria di svuotarlo, lasciando perle di saggezza alle nuove matricole, come un bambino di dieci anni che non sa perché vengono i terremoti o un ragazzo di venti che non capisce come muoversi per trovare lavoro. Metaforicamente parlando: un insegnante davanti ai suoi studenti. E quanto è piacevole quella sensazione di conoscitore? Una figura su cui le persone possono fare affidamento, su cui si incarnano qualità come il pensiero e ruoli come quello della guida. La mente allora, purtroppo sempre ringalluzzita più dalle soddisfazioni che dalla fatica, cede alla dipendenza e si abitua. Mantiene la posa e, come un gioco di ruoli iniziato migliaia di anni fa, convince chi ha attorno del suo sapere. Un sapere vero e preciso solo nella piccolissima parte della limitata esperienza e della selezionata conoscenza…Ma che importanza ha? Nessuna; per tutto il resto ci sarà la posa a convincere. Se il sapere è un risultato sociale, allora saranno gli altri a decretare cosa si sa e cosa no, ma gli altri cedono su versanti come la propria giustificata o ingiustificata ignoranza, o i sentimenti radicati di un rapporto, e allora il giudicante non ha alcun valido patentino di giudizio, solo le tanto suscettibili emozioni umane. 

Nel frattempo, gli “studenti” sono costretti ad accettare la loro condizione senza riuscire ad ammirarla: Voglio dire come funziona questo e quello, non farmelo dire! Abbassano la testa e accettano la sofferenza, vedendo nel ruolo dietro la cattedra la gratificazione del loro percorso. In realtà fanno ciò che qualsiasi persona, adulta o bambina che sia, non dovrebbe mai smettere di fare: imparare. Esattamente come il sapere, anche questa azione risulta più produttiva in uno specifico stato mentale, tenuto in vita in questo caso dall’esercizio della ricerca e del dubbio. Ma questi due elementi –ricerca e dubbio, la prima a rappresentare lentezza, il secondo insicurezza- non sono visti di buon occhio dalla baraonda sociale: i giudizi saranno impietosi e la considerazione, nonostante gli sforzi, rischia una veloce discesa verso l’oblio dell’incomprensione, a volte del rigetto. Meglio un sapere vago espresso con mordente che un dubbio preciso: meglio avere risposte insulse che domande azzeccate.

Quale può essere allora la ricompensa di mantenere con strenua resistenza, fiducia e serenità la mente dello studente e di non cedere alla posa del sapiente? Il piacere. Non un aspetto sociale, non una sensazione che può essere condivisa -poco di moda di questi tempi- ma reale all’interno dell’individuo, il vero viatico che vince sulla fatica. Leggere per il piacere di leggere, ascoltare per il piacere di ascoltare, osservare il piacere di osservare: imparare per il piacere di imparare. Nient’altro.

E finalmente la vita sembrerà brillare all’interno della persona e non dall’esterno: finalmente un adulto saprà di saperne talmente poco da diventare un saggio.