
Due situazioni simili avvenute nelle ultime settimane. Due ragazze, di cui, per motivi pratici, sono loro confidente. La prima la chiamerò Giulia e la seconda Eleonora.
Giulia ha una storia con quello che chiamerò Federico. Iniziano a vedersi dopo una corte non serrata ma insistente di lui. Vanno a cena, dormono insieme, condividono l’ora d’attesa prima di una visita in ospedale.
Lui le confida che è una donna straordinaria, che non gli capitava da anni di essere travolto da certi sentimenti. Lei crede sia il caso di rallentare, o almeno, è quello che dice a voce alta. Ne parla con le amiche, di questo ragazzo. Non vede l’ora di presentarlo. E’ bello, bravo, intelligente!
Dopo tre settimane lui le scrive un messaggio in cui non sa più cosa vuole. Forse è il caso che smettano di vedersi. “Ti sembra possibile?” mi chiede Giulia. In realtà, sì. Anche io, in passato, ho mostrato entusiasmo a non finire per coprire la verità che si palesava all’orizzonte. Più la verità batteva forte sulla mia consapevolezza, più provavo a ricacciarla indietro a colpi di “Sì programmiamo la nostra vita insieme per il prossimo anno, Natale compreso!”. Quando il fardello pesava più del sopportabile, scrivevo il solito messaggio: “Dobbiamo parlare”. La solita discussione su come fosse possibile, fino ai saluti di rito e al in bocca al lupo per tutto.
“Mi sembra possibile” dico a Giulia.
“Ma fino ieri ero la donna della sua vita…”. Fino a ieri diceva che eri la donna della sua vita, vorrei correggerla. “Fino a ieri voleva vivere con me!”. “E ti sembra normale?”. Giulia alza entrambe le sopracciglia, forse è irritata dalla mia retorica (fortunatamente non ha la tendenza ad offendersi). “Voglio dire” aggiungo, “…Dopo tre settimane di frequentazione ti sembra normale che uno dichiari una cosa del genere?” (*). Lei ci riflette. “Pensavo di potermi fidare. Almeno di lui”. “Dopo tre settimane non sai mica niente” faccio notare. “Ok…ma c’è l’istinto! E il mio ha fallito”.
La capisco: pensava di aver inquadrato la persona e invece Federico, con o senza dolo, l’ha raggirata peggio di un venditore da call center.
Qualche giorno dopo, si vedono perché lei vuole chiarire. Giulia mi assicura: “…Perché voglio liberarmi di un peso”. Penso che faccia bene -se crede davvero che la possa far stare meglio- e penso anche che a Federico non fregherà assolutamente niente di quello che ha da dire Giulia. Quando la rivedo racconta che è andata bene e che lui ha pianto. “Ha pianto?” domando. Sono frastornato. Non voglio passare per un duro a cui hanno asportato i dotti lacrimali, ma, se piango, è perché sono estremamente coinvolto dalla relazione. Solo una volta ho pianto dopo una frequentazione breve, esclusivamente perché la ragazza era più giovane di cinque anni e mi mordeva il cuore deluderla. “Gli ho sputato tutto addosso e lui è stato un idrante”. “Adesso stai meglio?”. Giulia accenna ad un sì, quello che interpreto come un gesto tra la verità e un po’ di tempo necessario per la convinzione.
Passiamo ad Eleonora. E’ una cara ragazza anche se un po’ bizzarra. Si prende una serie di confidenze che mi a volte mi fanno sentire un suo affetto e a volte mi mettono a disagio. Spesso mi chiede se si prende troppe confidenze e io le dico di non preoccuparsi, quindi parte della colpa è anche mia.
Qualche giorno fa mi dice che si vede con un ragazzo che le piace tanto. Le faccio sapere che sono molto contento per lei. Passa ancora una settimana e mi dice che lui le ha scritto che senza di lei si sente completamente perso; mi dice che le ha scritto che è pronto a fare pazzie.
Mi dice che si sente amata.
Penso che sia tutto fuori luogo, specialmente nelle tempistiche. Evidentemente -unendo anche i discorsi in contemporanea di Giulia- c’è una fretta malata di vivere l’amore e la rarità dell’impresa ci impone di accettarne volentieri una recita. Ad ogni modo, non voglio passare per uno troppo puntiglioso, né antipatico. La natura mi vorrebbe smorzatore degli entusiasmi e assassino dei timori (nelle brutte giornate il contrario), ma la prima parte non sempre viene apprezzata dalla compagine umana. “E’ fantastico!” commento.
Passa un’ulteriore settimana e vedo Eleonora meno sorridente, i connotati stabili su una piatta serietà. Silenziosa, non mi dice niente e io non domando. Altri due giorni ed esordisce con: “Mi ha detto che non sa se siamo compatibili come coppia, nonostante sia innamorato di me”. Io mollo un sospiro a bocca chiusa. “Sai cos’è?”. “Cos’è?”. “E’ uno di quelli che ha paura di essere felice”. Faccio “mmm” e le chiedo: “…Sei sicura?”. Lei annuisce e rincara la dose: “Altrimenti non si spiegano certe cose che mi ha confidato”. Fa un elenco di ammissioni talmente grosse da risultare –a me, che sono uno da non invitare quando c’è da essere troppo felici- grossolane. Conclude con: “…E poi non si spiegherebbero nemmeno le lacrime”. La mia bocca traccia un cerchio sbigottito. Anche questo, penso. Non è che, con tutti questi inviti indirizzati a noi uomini sull’esternare tranquillamente l’emotività, abbiamo iniziato a prendere ogni occasione di difficoltà come buona per lasciarci andare al massimo sconforto? Sarebbe ben comodo, no? Piango appena annuso aria di rimprovero e di accuse, e iniziano ad essere costruiti castelli sulle mie emozioni, la cui più semplice spiegazione è che piango perché non ho nessuna voglia di stare dove sono.
Magari non è così. Magari questi due ragazzi, Federico e l’ignoto di Eleonora, sono davvero complessi nella loro interiorità e nel conseguente svisceramento. Potrebbe essere. Però su una cosa mi soffermerei ancora meno che sulle lacrime: le parole. Anche a me, come tutti, è capitato di essere coinvolto fin dai primi attimi di una storia, e in quelle storie le parole le ho usate davvero poco. Fissavo gli occhi di lei ed ero imbarazzato dal turbinio di sensazioni che provavo. Com’era possibile che, in sole due uscite, già fossi così compromesso? Come potevo provare qualcosa di così irrazionale?
A indicare la rotta dei miei atteggiamenti era la vergogna e a definire i contorni della verità i miei silenzi. “Ma sì, dai vediamo come va. Non preoccupiamoci!” scrivevo, e intanto pregavo Cupido di colpirla, per sicurezza, con una seconda freccia.
(*) non sono mai arrivato a tanto neanche io
