IN ATTESA

Lo sapeva. Non aveva bisogno della conferma degli esami. Qualcuno l’avrebbe definita suggestione; sua figlia aveva incolpato l’ansia, la sua abitudine di trasformare i piccoli guai in immense tragedie. Lo sapeva perché, dopo mesi di grandi preoccupazioni ma anche di infiniti respiri, dopo aver grattato la corteccia della paura dalle profondità delle sensazioni -in quei rari momenti in cui la realtà si stacca di netto dall’immaginazione- il malessere era ancora lì. Centellinato come una goccia, insistente come un martelletto e aguzzo quanto un ago.

Lisa sedeva su una panchina all’aria aperta. Negli ultimi mesi si era scoperta una grande osservatrice e un’indefessa ascoltatrice: aveva semplicemente più tempo, ma lo scambio imperterrito tra ciò che è esterno e ciò che è interno sembrava donare ai suoi occhi e ai suo timpani un nuovo talento. Fissava una ragazza dai capelli ricci, ben infagottata in un giubbotto nero di piuma, tendersi verso uno dei fichi piantati nella radura, e i suoi gesti e il suo sorriso piuttosto ingenuo contrastavano con le premonizioni del luogo di cui il cielo, basso e di almeno tre gradazioni di grigio e in uno strano movimento a rallentatore, ne sembrava rappresentare le conferme.

Erano risate quelle che sentiva? Lisa virò il collo, cercando di mantenere salda la posizione del busto, le mani intrecciate sulla borsetta, le gambe incrociate con le punte in verticale sul cemento del selciato. Erano risate, sì: due donne della sua stessa età, avrebbe detto, e sovrappeso quanto lei -avrebbe poi giurato al marito- si mantenevano a vicenda mentre tentavano di camminare. Ogni passo sembrava un’impresa e ogni fallimento scatenava un’ilarità contagiosa. Strano -si disse, chiudendo gli occhi- come trovassero conforto più nei secondi che nei primi.

Per un istante pensò a sé stessa e quel pensiero, che portava con sé l’affiorare del dolore a forma di ago, la fece ricadere nell’oblio delle preoccupazioni, per cui li riaprì con la stessa foga del risveglio da un incubo.

“Ma sei qui” disse la voce di sua figlia Valentina, e il sollievo di vederla capovolse l’incubo in un sogno.  “Preferivo aspettare fuori”. “Quanto hanno detto?”. “Ci vorrà ancora…”. Lisa concentrò lo sguardo su un cronometro immaginario, mentre Valentina prese posto al fianco della madre. “…Mancheranno cinque minuti”. “Bene”. Valentina scrutò gli occhi della madre. “Sei preoccupata?”. Lisa fissò il viso della figlia, pulito dal trucco e segnato da un velo d’occhiaie. “Cosa vuoi” sussurrò. Le mani intrecciate si strinsero di un po’ e l’ecopelle della borsetta rumoreggiò. “Vedrai che non è niente…Oggi pomeriggio ti sarai già dimenticata tutto. Torni a lamentarti di papà che sta sempre sul divano”. “Ah ma per quello basta che non mi taglino la lingua!”. Valentina rise, inarcò leggermente la schiena per poi riabbassarla in una posizione che tendeva naturalmente alla madre. “Dai, andiamo” disse Lisa. “Ma non saranno ancora pronti”. “Accompagnami ai fichi, ne prendiamo un paio. Poi torniamo dentro”. Lisa si alzò sulle gambe con una facilità inaspettata.

Come in un gioco di ruoli, la ragazza dai capelli ricci aveva preso a passeggiare sul selciato con un bambino che aveva un grande talento per gli inciampi, e le due donne claudicanti erano sedute su una delle panchine del prato, le loro parole arrivavano a Lisa e Valentina come un sottofondo di fruscii. Lisa si tese su un frutto, lo colse e lo ispezionò con i polpastrelli. Lo annusò. “Ti ricordi che avevamo anche noi l’albero di fichi nella vecchia casa?”. Valentina teneva le braccia conserte. “Certo che mi ricordo. E mi ricordo anche quella volta che…non so, avrò avuto otto o nove anni. Che mi hai detto che si potevano mangiare. La prima volta che lo ho scoperto”. “La scoperta ti ha segnato”. “E’ stata una bellissima scoperta!”. Valentina studiò con la punta dello scarponcino il terriccio erboso. “Bene…”. Lisa aveva infilato in borsa tre fichi. Si rivolse alla struttura imperiosa dell’ospedale, un edificio a piani sfasati che poteva ricalcare la forma di un castello medioevale.

Valentina prese sottobraccio la madre. Non che ne avesse bisogno, fu un gesto inconsulto. Percorsero la lunga pedana di granito grezzo e, davanti alle porte automatiche, Lisa si domandò se sarebbe stata ancora capace di chiudere gli occhi e ridere insieme.